EMILE ZOLA.
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ROMA. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 3.
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1923. STEN Editrice (già Azienda della Società Tipografico-Editrice Nazionale di Roux e Viarengo, Marcello Capra, Angelo Panizza. TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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7.
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Mentre Pietro, il giorno seguente, dopo una lunga passeggiata, si ritrovava davanti al Vaticano, dove una specie di fascino lo riconduceva sempre, incontrò di nuovo monsignor Nani.
Era un mercoledì sera e l'assessore del Sant'Ufficio usciva dalla sua udienza ebdomadaria presso il papa, a cui rendeva conto della seduta, tenuta al mattino dalla sacra Congregazione.
- Che bell'incontro, caro figliuolo... Pensavo a voi, per l'appunto... Desiderate di vedere Sua Santità in pubblico, prima di vederla in udienza particolare?
Parlava col solito piglio di affabile benevolenza, da cui trapelava appena la lieve ironia dell'uomo superiore che sa tutto, può tutto e dispone tutto.
- Ma certo, monsignore ? rispose Pietro, un po' colpito dalla subitaneità dell'offerta. ? Qualunque distrazione è la benvenuta, quando si perdono i giorni nell'attesa.
- No, no, voi non perdete i giorni ? riprese il prelato con fuoco. ? Guardate, riflettete, vi istruite. Basta, ecco la cosa. Voi sapete certo che il grande pellegrinaggio internazionale dell'Obolo di San Pietro arriva a Roma venerdì e verrà ricevuto sabato da Sua Santità. L'indomani, domenica, altra cerimonia. Sua Santità dirà messa alla basilica... Ebbene, mi rimangono alcuni biglietti, dei posti ottimi per tutti e due i giorni.
Si era tolto di tasca un elegante portafogli, ornato da una cifra d'oro, in cui prese due biglietti: uno azzurro, uno rosa, che porse al giovane prete.
- Ah! se sapeste come la gente se li disputa! Vi ricordate le due signore francesi che si struggevano dal desiderio di vedere il papa? Non ho voluto insistere troppo per ottenere l'udienza che chiedevano, ed anch'esse devono accontentarsi dei biglietti... Sicuro: il Santo Padre è un po' stanco. L'ho trovato di cattiva cera, con un po' di febbre. Ma ha tanto coraggio! Non vive che mercè l'anima.
Il suo sorriso riapparve, con quell'ironia appena percettibile.
- Ecco un grande esempio per gli impazienti, figliuol mio... Ho saputo che l'ottimo monsignor Gamba del Zoppo non ha potuto far nulla per voi. Non ve ne affliggete troppo, e permettetemi di ripetervi che quella lunga attesa è certamente una grazia che vi fa la Provvidenza, col darvi modo di istruirvi, col costringervi a comprendere delle cose che, disgraziatamente, voialtri preti di Francia non sentite, quando giungete a Roma. E questo vi risparmierà forse degli errori... Suvvia, calmatevi, e persuadetevi che gli eventi sono nelle mani di Dio e che si verificheranno alla ora prescelta dalla sua somma saviezza.
Gli stese la bella mano, morbida e grassa, una mano fina da donna, ma di cui la stretta era come quella di una morsa di ferro.
E salì nella carrozza che lo aspettava.
La lettera che Pietro aveva ricevuto dal visconte Filiberto de la Choue era, per l'appunto, un lungo grido di rancore e di disperazione a proposito del gran pellegrinaggio internazionale dell'obolo di San Pietro.
Scriveva dal letto, dove un atroce accesso di gotta lo inchiodava impedendogli di venire.
Ma quello che metteva il colmo alla sua afflizione, si era che il presidente del Comitato, il quale aveva naturalmente l'incarico di presentare il pellegrinaggio al papa, era il barone di Fouras, uno degli avversarii più accaniti del vecchio partito cattolico; e de la Choue non dubitava che il barone approfittasse di quell'occasione unica per far trionfare nella mente del papa la sua teoria delle corporazioni libere; mentre lui ? il visconte ? non metteva la salvezza nel cattolicismo e del mondo intero che nel sistema delle corporazioni esclusive ed obbligatorie.
Scongiurava quindi Pietro di agire presso i cardinali favorevoli e di fare il possibile per essere ricevuto dal Santo Padre, di non lasciar Roma senza riportarne l'approvazione augusta che poteva solo decidere della vittoria.
La lettera dava inoltre dei particolari interessanti sul pellegrinaggio; tremila pellegrini venuti da tutti i paesi e condotti a piccoli gruppi dai vescovi e dai superiori delle Congregazioni, quali di Francia, quali del Belgio, della Spagna, dell'Austria e perfino della Germania.
La Francia era rappresentata più largamente di tutte le altre nazioni, avendo dato duemila pellegrini.
Un Comitato internazionale aveva lavorato a Parigi per organizzare la cosa, assunto delicato, perchè vi era in quel pellegrinaggio una miscellanea desiderata ma difficile da guidare, dei membri dell'aristocrazia, delle confraternite di signore borghesi, delle Società operaie, tutti i ceti, le età ed i sessi confusi e fraternizzanti nella stessa fede.
Ed il visconte soggiungeva che quel pellegrinaggio, il quale portava dei milioni al papa, aveva scelto la data del proprio arrivo in modo da essere come la protesta del cattolicismo universale contro le feste del 20 settembre, con cui il Quirinale aveva appunto celebrato il glorioso anniversario di Roma capitale.
Pietro, non sospettando difficoltà, credette che bastasse giungere verso le undici, essendo la solennità indetta pel mezzogiorno.
Doveva aver luogo nella sala delle Beatificazioni, una vasta e bella sala che si trova nel portico di San Pietro e che è stata ridotta a cappella dopo il 1890.
Una delle sue finestre dà sulla loggia centrale, d'onde una volta il papa nuovamente eletto benediva il popolo, Roma ed il mondo intero. E' preceduta da altre due sale, la sala Regale e la sala Ducale.
E quando Pietro volle giungere al posto in cui il suo biglietto rosa gli dava diritto, nella sala delle Beatificazioni, trovò tutte e tre quelle sale talmente affollate da una fitta calca, che ebbe la massima difficoltà ad aprirsi un varco.
Era già un'ora che la gente si pigiava così, nella febbre ardente, nell'emozione di quelle tre o quattromila persone chiuse là dentro.
Finalmente potè giungere fino alla porta della terza sala, ma si scoraggiò vedendo la straordinaria quantità di teste che l'ingombrava, e non tentò neppure di andare più in là.
Quella sala delle Beatificazioni, che egli abbracciava con un solo sguardo, reggendosi in punta di piedi, era di una grande ricchezza, tutta dipinta ed indorata sotto l'alta vôlta severa.
Rimpetto all'ingresso, al posto solito dell'altare, stava invece, sopra un palco basso, il trono pontificale, un gran seggiolone di velluto rosso, di cui le spalliere ed i bracciuoli d'oro risplendevano; ed i drappeggi del baldacchino, di velluto rosso anch'essi, gli formavano dietro, ricadendo, come due larghe ali di porpora.
Ma quello che lo interessava specialmente, quello che lo colpiva, era quella folla, accesa di passione sfrenata, quale non ne aveva veduta mai, quella folla di cui udiva battere i cuori di forti palpiti, di cui gli occhi, per ingannare l'impazienza febbrile della attesa, fissavano, adorando, il trono vuoto.
Ah! quel trono! Li abbagliava, ne turbava fino all'estasi le anime devote, come l'ostensorio d'oro dove Dio in persona si degnasse di posare.
Vi erano degli operai vestiti da festa, con limpidi sguardi da fanciullo, con rozza faccia, illuminata d'estasi, delle signore borghesi vestite di nero, come voleva la regola, pallide per una specie di fervore nell'eccesso del loro sgomento, dei signori in abito nero e cravatta bianca, impettiti, resi superbi dalla convinzione che salvavano la Chiesa ed i popoli.
Si notava specialmente un gruppo di questi davanti al trono, tutt'un mucchio di abiti neri, i membri del Comitato internazionale, in capo a cui si pavoneggiava il barone di Fouras, un uomo sulla cinquantina, molto alto, molto pingue, molto biondo, che si agitava, si affannava, dando ordini, come un generale nel giorno della vittoria decisiva.
Poi, in mezzo alla gran macchia grigia e neutra dei vestiti, erompeva, qua e là, la nota viva di un paludamento violetto da vescovo, ogni pastore avendo voluto rimanere col suo greggie, mentre dei padri superiori, dei frati in tonache brune, nere o bianche, dominavano la folla con le alte teste barbute, o rase.
A destra ed a sinistra ondeggiavano dei gonfaloni, recati in dono al papa dalle Società e dalle Congregazioni.
E la marea saliva ed il rombo d'Oceano andava crescendo; un tale impeto smanioso spirava dalle faccie sudate, dagli occhi accesi, dalle bocche cupide, che l'aria ne era resa come più densa e più torbida, nell'afa di tutta quella turba accalcata.
Ma, all'improvviso, Pietro scorse, accanto al trono, monsignor Nani, il quale, avendolo riconosciuto, gli faceva segno di venire avanti, e, siccome egli rispondeva, con cenno modesto, che preferiva restare dov'era, il prelato si ostinò ad ogni modo e gli mandò un usciere con l'ordine di aprirgli il passo.
Finalmente, quando questi gliel'ebbe condotto:
- Perchè mai non venivate ad occupare il vostro posto? Il biglietto vi dà diritto di stare qui, alla sinistra del trono.
- A dir vero ? rispose il prete ? bisognava disturbare tanta gente che non ho voluto. Eppoi è troppo onore per me.
- No, no! Vi ho dato questo posto perchè l'occupiate. Vi voglio in prima fila per veder bene ogni cosa, per non perder nulla della cerimonia.
Pietro non potè che ringraziarlo. Vide allora che parecchi cardinali e molti prelati della famiglia pontificia aspettavano anch'essi, ai due lati del trono.
Cercò invano il cardinale Boccanera, il quale non compariva a San Pietro ed al Vaticano che nei giorni in cui v'era costretto dal servizio della sua carica. Ma riconobbe il cardinale Sanguinetti, tarchiato e robusto che, col viso acceso, discorreva ad altissima voce col barone di Fouras.
Per un momento, monsignor Nani tornò, col suo fare cortese, per indicargli due altre Eminenze, che stavano impettite, come si conveniva ad alti e potenti personaggi: il cardinale vicario, un ometto pingue, con faccia febbrile, ardente di ambizione, ed il cardinale segretario, robusto, scarno, tagliato coll'ascia, un tipo romantico da bandito siciliano che si fosse deciso ad abbracciare la cortese e prudente diplomazia ecclesiastica. Alcuni passi più in là, si teneva, in disparte, il gran penitenziere, silenzioso, con aria malaticcia, con pallido e scarno profilo d'asceta.
Era suonato il mezzogiorno e vi fu un momento di allegrezza erronea, un'emozione che giunse dalle altre due sale, in ondata profonda.
Ma non erano che gli uscieri che aprivano un varco al passaggio del corteo, ordinando alla gente di tirarsi da parte.
E ad un tratto, dal fondo della prima sala, salirono, crebbero, si avvicinarono delle esclamazioni. Questa volta era il corteo.
Prima un distaccamento di guardie svizzere in piccola tenuta, condotto da un sergente ? poi i portantini in rosso; poi i prelati della Corte, fra cui i quattro cerimonieri segreti partecipanti.
E finalmente, fra due pelottoni di guardie nobili, in mezza gala, il Papa solo, a piedi, sorridendo di un lieve sorriso, diffondendo lentamente delle benedizioni a destra ed a sinistra.
Il clamore che saliva dalle sale vicine si era ingolfato con lui nella sala delle Beatificazioni, in un vero turbine di amore impetuoso; e sotto l'esile mano bianca che benediva, tutte quelle creature vaneggianti erano cadute genuflesse. Non si vedeva più che una turba devota, prona a terra, annientata e come fulminata dalla apparizione di un Dio.
Pietro, trasportato, fremente di emozione si era inginocchiato anche lui cogli altri.
Ah! quell'onnipotenza, quel contagio irresistibile della fede, del soffio formidabile dell'al di là, decuplato da uno scenario e da una pompa supremamente maestosi!
Un silenzio profondo si diffuse, quando Leone tredicesimo ebbe preso posto sul trono, circondato dai cardinali e dalla sua corte, e la cerimonia cominciò a svolgersi secondo l'uso ed il rito.
Anzitutto, un vescovo prese la parola, in ginocchio, per mettere ai piedi di Sua Santità l'omaggio dei fedeli della cristianità tutt'intera.
Gli tenne dietro il presidente del Comitato, il barone di Fouras, il quale lesse, in piedi, un lungo discorso in cui presentava il pellegrinaggio, spiegandone gli intenti e prestandogli tutta l'importanza di una protesta, in pari tempo, politica e religiosa.
La voce di quell'omaccione era fine e sottile, le frasi uscivano stridenti e diceva il dolore del mondo cattolico di fronte alla spogliazione patita dalla Santa Sede nell'ultimo quarto di secolo, il desiderio di tutti i popoli, rappresentati da quei pellegrini, di consolare il Capo venerato e supremo della Chiesa, recandogli l'obolo dei ricchi e dei poveri, l'offerta dei più umili, perchè il Papato potesse vivere, superbo e indipendente, nello sprezzo dei suoi avversari.
Parlò anche della Francia, deplorandone gli errori, profetizzando il suo ritorno alle sane tradizioni, dando ad intendere, con orgoglio, che essa era la più opulenta e la più generosa delle nazioni, quella di cui l'oro ed i doni fluivano a Roma, in torrente perenne.
Leone tredicesimo si alzò finalmente e rispose al vescovo ed al barone; la sua voce era grossa, molto nasale, e stupiva che una voce simile uscisse da una persona così esile.
In poche frasi attestò la sua gratitudine, disse a che punto il suo cuore fosse commosso dalla devozione dei popoli alla Santa Sede.
Per quanto i tempi fossero tristi, il trionfo finale non poteva tardare molto.
Dei segni manifesti annunziavano che le genti tornavano alla fede; che, fra poco, le iniquità cesserebbero sotto il regno universale di Cristo.
In quanto alla Francia, non era essa la figlia primogenita della Chiesa, quella che aveva dato alla Santa Sede troppi pegni di tenerezza, perchè questa cessasse mai di amarla?
Poi, alzando il braccio, diede la sua apostolica benedizione a tutti i pellegrini presenti, alle Società ed alle Opere pie che rappresentavano, alle loro famiglie ed ai loro amici, alla Francia, a tutte le nazioni della cattolicità, per ringraziarle del concorso prezioso che gli mandavano.
Mentre tornava a sedere, scoppiarono degli applausi frenetici, delle acclamazioni che durarono dieci minuti, frammiste ad evviva, a grida inarticolate, tutto uno scatenamento impetuoso di tempesta che faceva tremare le pareti.
E sotto il turbine di quell'adorazione furiosa, Pietro guardava Leone tredicesimo, tornato immobile sul trono.
Con lo zucchetto in capo, le spalle ammantate dal bavero rosso, guarnito d'ermellino, aveva, nella lunga sottana bianca, la rigidità ieratica dell'idolo venerato da duecento cinquanta milioni di cristiani ed assumeva una vera maestà sullo sfondo purpureo della tenda del baldacchino, tra i drappeggi che si allargavano in grandi ali spiegate, ardenti come un braciere di gloria.
Non era più il debole vecchio, dai passi incerti, dal collo esile, di povero uccello malato: la bruttezza scimmiesca del viso, il naso troppo grande, la bocca troppo larga, i lineamenti disseccati ed angolosi sparivano. Non si vedeva, in quella faccia di cera, che gli occhi mirabili, neri e profondi, splendenti di eterna gioventù, di intelligenza e di penetrazione singolare.
Poi v'era in tutta la sua persona un'energia nuova, una coscienza dell'eternità che essa rappresentava, una dignità suprema, che gli derivava dal non essere più altro che un soffio, un'anima pura in un corpo d'avorio così trasparente, che quell'anima ne traluceva, quasi svincolata già da ceppi terreni.
Ed allora Pietro sentì che cosa un uomo simile, il sovrane pontefice, il re obbedito da duecento cinquanta milioni di sudditi, doveva essere per le dolenti creature venute da terre lontane ad adorarlo, e fulminate ai suoi piedi dallo sfolgorìo di tutte le pose terribili che egli incarnava.
Dietro di lui, nella porpora dei drappeggi, che improvviso dischiudersi dell'al di là, che infinito ideale e di gloria abbagliante!
Trenta secoli di storia, dall'apostolo San Pietro in poi tanta forza, tanto genio, tante lotte, tanti trionfi, concentrati in un essere solo, l'eletto, l'unico, il sovrumano!
Eppoi, che miracolo sempre rinnovellato, il cielo che si degna di scendere in quella carne umana, Dio che abita quel servo prescelto, consacrato da lui stesso e posto al disopra dell'immensa turba degli altri viventi, mercè il sommo potere e la somma scienza! Che turbamento sacro, che commozione infinita: Dio in un uomo, Dio sempre presente in fondo ai suoi occhi, Dio che parla colla sua voce e si rivela in ognuno dei suoi gesti di benedizione.
Chi può descrivere quella forza assoluta ed illimitata di un monarca infallibile, autorità totale in questo mondo e salute nell'altro, Dio fatto visibile?
E come si intendeva lo slancio potente, per cui quelle anime arse dalla sete d'amore, si volgevano verso di lui e l'annientamento di quelle anime in lui, dove trovavano finalmente la certezza tanto cercata, la consolazione di darsi e di sparire in Dio!
Ma frattanto la cerimonia finiva. Il barone di Fouras presentava al Santo Padre i membri del Comitato, come pure altri membri importanti del pellegrinaggio.
Era una lenta sfilata, con genuflessioni tremanti con avidi baci alla pianella ed all'anello. Poi vennero presentati i gonfaloni, e Pietro sentì una stretta al cuore ravvisando nel più bello, nel più ricco, il gonfalone di Lourdes, donato probabilmente dai Padri dell'Immacolata Concezione.
Sulla seta bianca, a ricami d'oro, si vedeva da un lato la Vergine di Lourdes sull'altro il ritratto di Leone tredicesimo.
Pietro vide il papa sorridere alla sua effigie e ne ebbe un gran dolore, come se tutto il suo sogno di un papa intellettuale e scevro da ogni bassa superstizione si fosse spento.
E fu in quel punto che incontrò di nuovo gli sguardi di monsignor Nani che non staccava gli occhi da lui, dacchè era cominciata la cerimonia, studiando le sue menome impressioni col fare ansioso di un uomo che tenta un'esperienza. Nani gli si avvicinò e disse:
- E' stupendo quel gonfalone, non e vero? E che gioia per Sua Santità di essere così bene rappresentata in compagnia di quella graziosa Vergine!
Poi, siccome il giovane prete, molto pallido, non rispondeva, soggiunse, con fare di beata devozione italiana:
- Noi amiamo molto Lourdes a Roma: è così gentile quella storia di Bernadette!
E quello che ebbe luogo allora fu così straordinario che Pietro ne rimase conturbato per un pezzo.
Aveva veduto, a Lourdes, degli spettacoli di idolatria indimenticabile, delle scene di fede ingenua, di fanatismo religioso, di cui rabbrividiva ancora, per turbamento ed angoscia.
Ma le turbe che si avventavano alla Grotta, gli infermi spiranti d'amore davanti alla statua della Vergine, tutto un popolo che delirava nel contagio del miracolo, nulla, nulla si approssimava all'impeto di pazzia che assalì e trasportò i pellegrini ai piedi del papa.
Dei vescovi, dei superiori di congregazioni, dei delegati di ogni genere, si erano fatti avanti per deporre appiè del trono le offerte che recavano dal mondo intero, la colletta universale dell'obolo di San Pietro.
Era l'imposta volontaria, pagata da un popolo al suo sovrano, dell'oro, dei biglietti di banca chiusi in borse, in portafogli, in sacchetti. Vennero poi delle signore che caddero in ginocchio per porgere le borse di seta, o di velluto ricamate da loro.
Altre avevano fatto mettere sul portafogli le cifre in diamanti di Leone.
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8.
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E l'esaltazione giunse a tale, infine, che le donne si spogliavano buttando i loro portamonete e perfino gli spiccioli che avevano in tasca.
Una di esse, molto alta, bruna, sottile, si strappò l'orologio, si tolse gli anelli, gettandoli sul tappeto del palco. Tutte si sarebbero strappate le carni, per svellerne il cuore, acceso d'amore, e gettare anche quello, e darsi tutte, senza serbar nulla di sè.
Fu una pioggia di regali, il dono completo, la passione che si spoglia a favore dell'oggetto del suo culto, felice di non aver nulla di suo che non sia dell'idolo.
E tutto questo in mezzo a clamori sempre più alti, ad evviva, a grida acutissime di adorazione, mentre la folla si agitava in ressa sempre maggiore, tutti cedendo al bisogno irresistibile di baciare l'idolo.
Si udì un segnale.
Leone tredicesimo si affrettò a scendere dal trono ed a riprendere il suo posto nel corteo, per tornare ai suoi appartamenti.
Delle guardie svizzere trattenevano energicamente la folla, procurando di aprire un varco nelle tre sale.
Ma, nel vedere che Sua Santità si allontanava, sorse un grido di disperazione, come se il cielo si fosse improvvisamente richiuso davanti a quelli che non avevano ancora potuto accostarglisi.
Che atroce disinganno, avere avuto davanti a sè Iddio visibile e perderlo, prima di aver conquistato la propria salute eterna col solo toccarlo!
Il serra serra si fece indescrivibile, la più grande confusione si diffuse, travolgendo le guardie svizzere. E si videro delle donne precipitarsi dietro al papa, trascinandosi carponi sulle lastre di marmo per baciarvi le sue orme, per bere la polvere dei suoi passi.
La signora bruna, alta e snella, caduta sull'orlo del palco, vi era svenuta, mandando un lungo grido, e due signori del Comitato la tenevano, perchè ella non si ferisse nell'accesso nervoso che l'aveva colta. Un'altra, una bionda grassa, premeva le labbra accanitamente sopra uno dei bracciuoli dorati del seggiolone, su di cui il povero gomito scarno del vecchio si era posato, e lo copriva di baci.
Altre la scorsero e vennero a contenderglielo prendendo possesso dei due bracciuoli, del velluto, della stoffa, col petto scosso da forti singulti.
Bisognò ricorrere alla viva forza per strapparle di là.
Quando la calma fu ristabilita, parve a Pietro di destarsi da un sogno penoso, col cuore sossopra, la ragione ribelle. 
E ritrovò lo sguardo di monsignor Nani, sempre fisso su di lui.
- Una cerimonia stupenda, non è vero? ? disse il prelato. ? Può confortare di molte iniquità.
- Sì, senza dubbio, ma quale idolatria! ? non potè a meno di dire il giovane prete.
Monsignor Nani si limitò a sorridere, senza rilevare la frase, come se non l'avesse udita.
In quel momento le due signore francesi, a cui egli aveva dato dei biglietti, si avvicinarono per ringraziarlo, e Pietro ebbe la sorpresa di ravvisare in loro le due visitatrici delle catacombe, la madre e la figlia, così belle, così allegre, così sane.
Queste non erano entusiaste che dello spettacolo. E si dichiaravano felicissime di averlo veduto, dicendo che era una cosa portentosa, unica al mondo.
Ad un tratto, nella folla che si ritirava senza fretta, Pietro si sentì battere sulla spalla e scorse Narciso Habert, molto entusiasta anche lui.
- Vi ho fatto dei segni, caro abate, ma non m'avete veduto. Quella signora bruna che è caduta rigida, con le braccia in croce, come era mirabile di espressione, non è vero? Un capo d'opera dei primitivi, un Cimabue, un Giotto, un Fra Angelico! E le altre, quelle che divoravano di baci i bracciuoli del seggiolone, che gruppo di soavità, di bellezza e di amore!... Non perdo neppure una di queste cerimonie, io, perchè trovo sempre qualcosa da vedere, dei quadri, degli spettacoli d'anime.
L'enorme fiumana dei pellegrini si diradava lentamente scendendo la scala, nella febbre ardente di cui il brivido l'agitava ancora; e Pietro, seguìto da monsignor Nani e da Narciso, che si erano messi a discorrere, rifletteva, con una tempesta di idee nel cervello.
Ah! certo: era una cosa bella e grande, quel papa che si era murato in fondo al suo Vaticano, assurgendo sempre più nell'adorazione e nel fervore religioso degli uomini, via via che si dissimulava maggiormente, che diventava un puro spirito, una mera autorità morale, svincolata da ogni cura terrena.
Vi era in quel fatto uno spiritualismo, un volo nell'ideale di cui egli era profondamente commosso, perchè il suo sogno di cristianesimo ringiovanito era basato su quel potere unicamente spirituale del capo supremo, ed egli aveva constatato ora appunto quanto guadagnasse in maestà e potenza quel sovrano pontefice dell'al di là, al cui piede le donne svenivano, vedendo dietro di lui Iddio stesso.
Ma nel medesimo momento aveva sentito sorgere all'improvviso la questione d'interesse, una questione che turbava la sua gioia, rimettendo il problema allo studio.
Se l'abbandono forzato del potere temporale aveva reso il papa più grande, liberandolo dalle miserie di un re senza pecunia, sempre minacciato, il bisogno di denaro gli rimaneva al piede come una catena, inchiodandolo sulla terra.
Dal momento che il papa non poteva accettare la sovvenzione del regno d'Italia, l'idea veramente commovente dell'obolo di S. Pietro avrebbe dovuto liberare la Santa Sede da ogni cura materiale, a patto che quell'obolo fosse veramente il soldo del cattolico, l'obolo di ogni fedele, preso sul pane quotidiano, mandato direttamente a Roma, e cadendo dall'umile mano che lo dona nella mano augusta che lo riceve; tacendo che quell'imposta volontaria, pagata dal greggie al pastore, sarebbe sufficiente pel mantenimento della Chiesa, ove ognuno dei duecentocinquanta milioni di cristiani desse solo il suo soldo alla settimana. In tal modo, il papa, debitore di tutti e di ciascuno dei suoi figli, non sarebbe stato il debitore di nessuno.
Era così poco un soldo, così facile da dare e così commovente!
Sventuratamente, le cose non andavano così: il massimo numero dei cattolici non dava nulla, i ricchi mandavano somme ingenti per calcolo politico, ed i denari si centralizzavano fra le mani dei vescovi e di certe congregazioni, in modo che i veri donatori pareva fossero quei vescovi, quelle potenti congregazioni, che diventavano così i benefattori del papato, le casse indispensabili da cui egli doveva attingere la vita.
I piccoli e gli umili, di cui l'obolo colmava la buca, erano come soppressi: il papa dipendeva dagli intermediari, dagli illustri signori, laici od ecclesiastici, costretto quindi a farne molto caso, ad ascoltare le loro rimostranze e perfino ad obbedire qualche volta alle loro pressioni, se non voleva che la sorgente delle elemosine inaridisse.
Sollevato dal peso morto del potere temporale, non era libero però, essendo tributario del suo clero, dovendo tener conto di troppi interessi e di troppi appetiti per poter restare il signore supremo, nobilissimo, tutt'anima, il signore atto a redimere il mondo.
E Pietro rammentava quella grotta di Lourdes, veduta nei giardini, e quel gonfalone di Lourdes veduto or ora, e sapeva che i padri di Lourdes prelevavano, ogni anno, una somma di duecentomila lire sui redditi della loro Vergine per mandarle in dono al papa. Non era questo il gran motivo della loro onnipotenza? Rabbrividì ed ebbe coscienza, ad un tratto, che, nonostante la sua venuta a Roma e l'appoggio del cardinale Bergerot, egli sarebbe vinto ed il suo libro condannato.
Finalmente, come sboccava sulla piazza di San Pietro nell'ultima ressa dei pellegrini, udì Narciso il quale domandava:
- Credete davvero che i doni, oggi, abbiano oltrepassata quella cifra?
- Oh! più di tre milioni, ne sono convinto ? rispose monsignor Nani.
Si fermarono tutti e tre per un momento sotto il colonnato destro, guardando l'immensa piazza soleggiata dove i tremila pellegrini si disperdevano, macchioline nere, folla brulicante, simile ad un formicaio in rivoluzione. Tre milioni! Quella cifra vibrava all'orecchio di Pietro.
Ed alzò la testa, guardò dall'alto della piazza la facciata del Vaticano, tutt'indorata dal sole, nell'infinito cielo azzurro, come se avesse voluto seguire dietro alle mura il cammino di Leone tredicesimo, che attraverso le sale e le gallerie tornava nel suo appartamento, di cui egli scorgeva le finestre lassù.
Lo vedeva col pensiero, carico dei tre milioni, tenendoli stretti tra le esili braccia, incrociate sul petto, portando via l'oro, l'argento, i biglietti, e persino i gioielli che le donne avevano gettato.
Poi, ad alta voce, inconsciamente parlò:
- E che ne farà di quei milioni? Dove se ne va con essi?
Narciso e persino monsignor Nani non poterono a meno di ridere di quella curiosità, così formulata.
Fu il giovine che rispose:
- Sua Santità se li porta in camera sua, od almeno ve li fa portare. Non avete veduto due persone del seguito che raccoglievano ogni cosa, con le mani e le tasche piene?... Ed ora il pontefice è chiuso in camera, solo affatto. Ha congedato tutti, ha tirato con cura i chiavistelli della sua porta... E se poteste scorgerlo, dietro quella facciata, lo vedreste contare e ricontare il suo tesoro, con un'attenzione beata, riporre in bell'ordine i rotoli d'oro, mettere i biglietti di banca nelle buste, in piccoli pacchi uguali, poi chiudere tutto, far sparire tutto in fondo a certi nascondigli noti a lui solo.
Mentre il compagno parlava, Pietro aveva di nuovo alzato gli occhi verso la finestra del papa, come se avesse seguìta la scena collo sguardo.
Frattanto Narciso continuava la sua spiegazione, dicendo come nella camera del papa, a destra, vi fosse un mobile in cui si chiudevano i denari. Taluni parlavano anche di certi cassetti fondi in una scrivania: altri affermavano che in fondo all'alcova, molto vasta, i denari dormivano in enormi bauli, chiusi da forti lucchetti.
V'era bensì, alla sinistra dell'andito che conduce agli archivi, una gran sala dove stava il cassiere generale, con una cassaforte monumentale a tre scompartimenti. Ma quell'era il denaro del patrimonio di San Pietro, le entrate amministrative fatte a Roma: mentre il denaro dell'obolo, della limosina di tutta la cristianità, rimaneva fra le mani di Leone tredicesimo, il quale era il solo a conoscerne la cifra precisa e viveva chiuso coi suoi milioni, di cui disponeva da padrone assoluto, senza renderne conto a nessuno.
Quindi non usciva mai dalla sua camera, quando i servitori la rigovernavano, decidendosi a mala pena a restare sul limitare della sala vicina per evitare la polvere.
E quando doveva assentarsi per alcune ore per scendere nei giardini, chiudeva la porta a doppia mandata e portava via la chiave che non affidava mai a nessuno.
Narciso si fermò e volto a monsignor Nani:
- Non è così, monsignore? ? disse. ? Questi fatti sono noti a tutta Roma.
Il prelato, che crollava il capo col suo fare sorridente, non approvava, nè disapprovava, seguendo di nuovo sul volto di Pietro l'effetto prodotto da quelle storie.
- Certo, certo, si dicono tante cose... Io non so nulla, ma giacchè voi lo sapete, signor Habert, sarà così.
- Oh! ? riprese questi ? io non accuso Sua Santità di sordida avarizia, come ne corre la voce. Circolano molte favole, delle casse piene d'oro, dei tesori raccolti nei cantucci, per la gioia di contarli e ricontarti continuamente. Non sarà vero, ma si può ammettere però che Sua Santità ami un pochino il denaro per se stesso, pel gusto di toccarlo, di metterlo in ordine quando è solo. E' una mania molto scusabile in un vecchio che non ha altre distrazioni. Ma mi affretto a soggiungere che ama il denaro specialmente per la forza sociale che risiede in esso, per l'appoggio decisivo che deve prestare al papato di domani, se questi vuol riportare il trionfo.
Allora sorse la figura illustre di quel papa, prudente e savio, consapevole delle necessità moderne, disposto a valersi delle forze del secolo per conquistarlo, quel papa che si immischiava di affari ed avendo persino corso il rischio di perdere, in un disastro, il tesoro lasciato da Pio nono, voleva ora riparare alla perdita, ricostituire quel tesoro per lasciarlo, accresciuto e sicuro, al suo successore.
Parsimonioso, sì! Il papa era parsimonioso; ma pei bisogni della Chiesa che sapeva immensi e maggiori ogni giorno e d'un'importanza vitale, se essa voleva combattere l'ateismo sul terreno delle scuole, delle istituzioni, delle associazioni di ogni genere.
Senza denari, la Chiesa non era che una vassalla alla mercè dei popoli civili del regno d'Italia e delle altre nazioni cattoliche.
Ed era per questo che, seppure fosse caritatevole, e desse grandi sussidi alle opere che concorrevano al trionfo della fede, il papa sprezzava le spese senza scopo e si mostrava di una durezza altera verso sè e verso gli altri. Personalmente non aveva bisogni.
Fin dai primi tempi del suo pontificato aveva diviso nettamente il suo piccolo patrimonio privato dal ricco patrimonio di San Pietro, rifiutandosi a distrarne la menoma parte pei suoi.
Non vi era sovrano pontefice che avesse fatto meno pel nepotismo, a tal punto che i suoi tre nipoti e le sue due nipoti rimanevano poveri ed afflitti da dissesti finanziarii.
Non badava nè a pettegolezzi, nè a lamenti, nè ad accuse, rimanendo intrattabile, e difendendo con durezza i milioni del Papato contro tante cupidigie accanite, contro i suoi famigliari, ed i suoi congiunti, nell'orgoglioso intento di trasmettere ai papi futuri l'arma invincibile, il denaro, che dà la vita.
- Ma insomma ? domandò Pietro ? quali sono gli incassi e quali le spese della Santa Sede?
Monsignor Nani si affrettò a rispondere, col solito amabile gesto evasivo.
- Oh! sono di un'ignoranza, su questo capitolo... Rivolgetevi al signor Habert, che è così bene informato.
- Dio mio! ? affermò questi ? so quello che è a cognizione di tutti nelle ambasciate, quello che si va ripetendo ogni giorno... Per gli incassi, bisogna distinguere. Anzitutto vi era il tesoro lasciato da Pio nono, una ventina di milioni, messi a frutto in varii modi, che rendevano circa un milione di entrata: ma, come vi ho detto, c'è stato un disastro, quasi riparato ora, a quanto si dice. Poi, oltre al reddito fisso dei capitali messi a frutto, vi sono le poche centinaia di migliaia di lire che rendono, secondo l'annata, i diritti di cancelleria di ogni genere, i titoli di nobiltà, le infinite spesuccie che si pagano alle Congregazioni. Soltanto, siccome la lista delle spese oltrepassa l'entrata di sette milioni, bisogna, come vedete, trovarne sei ogni anno, ed è certamente l'obolo di San Pietro che li ha forniti, e con cui si è speculato per raddoppiarli e cavarsela... Sarebbe troppo lungo ridirvi tutta quella storia delle speculazioni della Santa Sede da una quindicina d'anni in poi, i primi enormi guadagni, poi le catastrofi, per cui si è quasi perduta ogni cosa, infine la ostinazione negli affari che, a poco a poco, colma il vuoto. Ve la racconterò un giorno, se siete curioso di saperla.
Pietro ascoltava con vivo interesse.
- Sei milioni! ? esclamò ? Che cosa rende dunque l'obolo di San Pietro?
- Oh, questo ve lo ripeto, nessuno l'ha saputo mai esattamente, Una volta i giornali cattolici pubblicavano delle liste con la cifra delle offerte, e così si poteva giungere approssimativamente e stabilirne il totale. Ma si è giudicato che non conveniva, a quanto pare, perciò non esce più nessun documento, ed è diventato assolutamente impossibile il farsi pur un'idea di quanto il papa percepisce. Lui solo, vi ripeto, conosce la cifra totale, conta i danari e ne dispone da padrone assoluto. Si può ritenere che in pochi anni i doni abbiano reso da quattro a cinque milioni. La Francia dava prima la metà di quella somma, ma è positivo che dona meno oggi. Anche l'America dà molto. Poi vengono il Belgio, l'Austria, l'Inghilterra, la Germania. Quanto alla Spagna ed all'Italia... Ah! l'Italia...
Sorrise guardando monsignor Nani, il quale nicchiava beatamente col capo, quasi uomo felice di udire delle cose curiose di cui non ha mai saputo la prima parola.
- Dite, dite, caro figliuolo!
- Ah! l'Italia... non si fa onore. Se il papa non avesse altro che i regali dei cattolici d'Italia, la fame regnerebbe in breve in Vaticano. Si può anzi dire che, ben lungi dal venirgli in aiuto, la nobiltà romana gli è costata molto: perchè una delle principali ragioni delle sue perdite è stato l'aver egli prestato dei denari ai principi che speculavano. In realtà, solo in Francia ed in Inghilterra, dei privati facoltosi, o dei gran signori hanno fatto al papa, prigioniero e martire, delle elemosine da sovrani. Si citava un duca inglese, il quale per un voto recava, ogni anno, una ricca offerta per ottenere dal cielo la guarigione di un miserando suo figliuolo, colpito d'imbecillità... E non parlo dell'incasso straordinario fatto durante il giubileo sacerdotale ed il giubileo episcopale, dei quaranta milioni piovuti allora ai piedi del papa.
- E le spese? ? domandò Pietro.
- Ve l'ho detto: sono di sette milioni circa. Si possono valutare a due milioni le pensioni pagate agli antichi servitori del governo pontificio che non hanno voluto servire l'Italia; ma bisogna soggiungere che quella cifra diminuisce ogni anno per estinzione naturale... Poi mettiamo, così all'ingrosso, un milione per le diocesi italiane, un milione per la segreteria ed i nunzi ed un milione pel Vaticano. Intendo, sotto quest'ultima rubrica, le spese della Corte pontificia, delle guardie militari, dei musei, della manutenzione del palazzo e della basilica... Ecco già cinque milioni, non è vero? Mettiamo gli altri due pei sussidii dati alle Opere pie, per la Propaganda, e specie per le scuole a cui Leone tredicesimo, col suo gran senso pratico, elargisce sempre delle laute sovvenzioni, nel giusto concetto che la lotta, il trionfo della religione sono là, presso quei fanciulli che saranno gli uomini di domani e che difenderanno la madre, la Chiesa, ove si sia potuto inculcare nell'anima loro il ribrezzo delle turpi dottrine del secolo.
Vi fu un silenzio. I tre uomini si fermarono sotto le maestose colonne, dove passeggiavano lentamente.
A poco a poco la piazza si era sfollata: sull'infuocato deserto del lastrico simmetrico non si vedeva che l'obelisco e le due fontane; mentre sul cornicione del portico rimpetto, le statue spiccavano in una nobile fila di forme immobili.
E Pietro, avendo alzato ancora una volta gli occhi verso le finestre del papa, credette di nuovo di scorgerlo tra i rivi d'oro di cui gli parlavano, tuffandosi con tutta la persona bianca e pura, con tutto il povero corpo di cera trasparente, in quei milioni che celava, che contava, che spendeva solo per la gloria di Dio.
- E così ? mormorò ? non ha preoccupazioni, non è dissestato?
- Dissestato! dissestato! ? esclamò monsignor Nani, che quella parola fece dare in iscandescenze, a segno da strapparlo al solito diplomatico riserbo. ? Ah! caro figliuolo... Ogni mese, quando il tesoriere, il cardinale Mocenni, si reca da Sua Santità, ne riceve sempre la somma che chiede, e questi la darebbe per ingente che fosse. Certo ha avuto la saviezza di fare dei grandi risparmi, il tesoro di San Pietro è più ricco che mai... Dissestato, dissestato, Gesù mio! Ma, non sapete che, se domani, trovandosi in cattive circostanze, il papa facesse un appello diretto alla carità di tutti i suoi figli, dei cattolici del mondo intero, gli pioverebbe ai piedi un miliardo, come quell'oro, quei gioielli che poco fa piovevano sui gradini del trono?
Poi, calmandosi subito, e ricuperando il suo geniale sorriso:
- Almeno quest'è quello che mi hanno detto: per conto mio non so nulla, nulla assolutamente: ed è un caso fortunato che il signor Habert si sia trovato qui per l'appunto per darvi questi particolari... Ah! signor Habert, signor Habert! Ed io che vi credevo, lo ripeto, assorto nell'arte, ben lontano dalle basse questioni di interesse terreno! In verità, vi intendete di queste cose come un banchiere, come un notaio... Nulla vi è ignoto, no! nulla. E' meraviglioso!
Narciso dovette cogliere la fine ironia della frase, perchè era in lui, sotto il fittizio fiorentino, sotto il garzone angelico, dai lunghi capelli inanellati, dagli occhi nuotanti nell'estasi davanti al Botticelli, un giovanotto positivo, molto pratico degli affari, e che sapeva perfettamente amministrare il suo, rasentando perfino un po' l'avarizia, ma si limitò a socchiudere le palpebre, con fare languido.
- Oh! ? mormorò ? per me tutto è fantasticheria, e la mia anima è altrove.
- Basta, sono felice ? riprese monsignor Nani, volgendosi a Pietro ? sono felice che abbiate potuto assistere ad uno spettacolo così bello. Ancora alcune occasioni simili ed avrete veduto, avrete inteso le cose da voi, il che val molto, ma molto meglio che tutte le spiegazioni del mondo... A domani! non mancate alla grande cerimonia di San Pietro. Sarà magnifica, e sono sicuro che vi ispirerà ottime riflessioni... E permettetemi di lasciarvi, beato delle buone disposizioni in cui vi vedo.
Pareva che i suoi occhi indagatori avessero constatato con gioia, in un ultimo sguardo, la stanchezza, i dubbi che avevano fatto impallidire il giovane prete ? e, quando se ne fu andato, quando anche Narciso lo ebbe salutato con lieve stretta di mano, Pietro, rimasto solo, sentì un sordo impeto di protesta destarsi in lui.
Le buone disposizioni in cui si trovava! Che buone disposizioni? Quel Nani sperava dunque di stancarlo, di spingerlo alla disperazione, suscitandogli degli ostacoli, per poterlo poi vincere facilmente?
Ebbe, per la seconda volta, l'improvvisa e rapida coscienza delle sorde mene, fatte attorno di lui per investirlo e spezzarlo. Ed un impulso d'orgoglio gliele fece sprezzare, nella ferma persuasione di essere da tanto da resistere.
Di nuovo fece voto di non ceder mai, di non ritirare il suo libro, qualunque fossero gli eventi. Quando uno si ostina in una risoluzione, è inespugnabile, e che cosa contano gli scoraggiamenti e le amarezze?
Ma, prima di attraversare la piazza, diede un ultimo sguardo alle finestre del Vaticano ? e tutte le cose vedute si riassunsero per lui in questo: il denaro per cui la grave necessità inchiodava sulla terra, con ultimo vincolo, il papa, liberato oggi dalle grette cure del potere temporale, quel denaro che lo vincolava e che era specialmente dannoso pel modo con cui veniva dato.
Allora l'anima sua ebbe un momento di letizia al pensiero che non si trattava che di scoprire un nuovo sistema di reddito e che il suo sogno di un papa tutt'anima, legge d'amore, capo spirituale del mondo, non era gravemente compromesso.
E volle darsi alla speranza, nell'emozione dello spettacolo straordinario veduto da lui: quel debole vecchio, risplendente, come il simbolo della redenzione umana, obbedito ed adorato dalle turbe, ed avendo, egli solo, l'onnipotenza morale di far risorgere sulla terra la giustizia e la carità.
Per buona ventura, Pietro aveva, per la cerimonia dell'indomani, un biglietto rosa che gli assicurava un posto sulla tribuna riservata, perchè la ressa alla porta della basilica era già terribile alle sei di mattina, ora in cui si aveva avuto la precauzione di aprire i cancelli; e la messa che il papa doveva dire in persona era per le dieci.
Il numero di tremila fedeli, che era quello del pellegrinaggio internazionale dell'obolo di San Pietro, era decuplato da viaggiatori che si trovavano allora in Italia, tutti essendo accorsi a Roma, desiderosi di vedere una di quelle grandi solennità pontificie, così rare ormai; senza contare la gente di Roma stessa, i fautori, i devoti della Santa Sede, che vi assistevano ancora come in tutte le grandi città del regno, devoti che si affrettavano a mostrarsi, non appena se ne presentava l'occasione.
Si prevedeva, dal numero di biglietti elargito, un'affluenza di quarantamila persone. E quando, alle nove, Pietro attraversò la piazza, per recarsi in via Santa Marta, alla porta Canonica, dove si consegnavano i biglietti rosa, vide ancora, sotto il portico della facciata, la coda interminabile che penetrava molto lentamente, mentre dei signori in abito nero, dei membri del Circolo cattolico, si agitavano per mantenerne l'ordine, mediante un distaccamento di gendarmi pontifici.
Degli alterchi rumorosi scoppiavano tra la folla, correvano persino dei pugni, in mezzo agli spintoni ed alle resse involontarie. Si soffocava: dovettero portar via due donne quasi schiacciate.
Entrando nella Basilica Pietro ebbe una sorpresa sgradita.
L'immensa chiesa era tutt'addobbata: dei parati di vecchio damasco rosso e galloni d'oro circondavano i pilastri alti venticinque metri, mentre tutto il contorno delle navate laterali era addobbato della stessa stoffa ? e quei marmi pomposi, quella decorazione splendida, dissimulata così sotto quella seta antica, scolorita dagli anni, era veramente di pessimo gusto, e pareva un vanitoso tentativo di ornamento, ricercato insieme e meschino.
Ma fu ancora più colpito quando vide la statua di San Pietro vestita anch'essa, come un papa vivente, di sontuosi abiti pontificali, con la tiara sulla testa di metallo.
Egli non s'era mai immaginato che si potessero vestire le statue per onorarle o per abbellirle ed il risultato gliene parve disastroso.
Il Santo Padre diceva messa all'altare papale della Confessione: l'altar maggiore sotto la cupola.
All'ingresso della crociata sinistra sopra un palco, v'era il trono dove doveva andar a prender posto. Poi, ai due lati della navata centrale, si erano costruite delle tribune, quelle dei cantori della cappella Sistina, del corpo diplomatico, dei cavalieri di Malta, della nobiltà romana, degli invitati di ogni genere.
E non v'erano che tre file di banchi davanti l'altare, banchi rivestiti di tappeti rossi e destinati i primi ai cardinali, gli altri ai vescovi ed ai fedeli della Corte pontificia.
Tutto il resto degli astanti doveva rimaner in piedi. Ah! che concorso immenso da concerto gigantesco, formavano quei trenta, quei quarantamila fedeli, che convenuti da ogni dove, accesi di curiosità, di passione e di fede, si agitavano, si spingevano, si rizzavano in punta di piedi per veder meglio, in un gran rombo di marea umana, familiari ed allegri con Dio, come se si fossero trovati in qualche teatro divino in cui è lecito parlar forte e ricrearsi nello spettacolo delle pompe religiose!
Pietro ne fu colpito sulle prime, conoscendo solo le timide e silenziose genuflessioni in fondo alle cattedrali oscure, ignorando quella religione di luce, di cui lo splendore trasformava una cerimonia in una festa in pieno giorno.
Nella tribuna su cui sedeva, aveva attorno di sè dei signori in marsina, delle signore vestite di nero che tenevano dei cannocchiali, molte forestiere, delle tedesche, delle inglesi e specialmente delle americane, graziosissime con un brio da uccelletti sventati e chiacchierini.
A sinistra, nella tribuna della nobiltà romana, riconobbe Benedetta e sua zia, donna Serafina; ed in quella tribuna i lunghi veli di merletti spiccavano sulla semplicità del costume di prammatica, pareggiando in eleganza e ricchezza.
Poi, a destra, aveva la tribuna dei cavalieri di Malta, dove il gran Maestro dell'ordine stava in mezzo ad un gruppo di commendatori; mentre dall'altra parte della navata, sulla tribuna diplomatica, rimpetto a lui, scorgeva gli ambasciatori di tutte le nazioni cattoliche, in gran tenuta, scintillanti di ricami.
Ma i suoi sguardi tornavano sempre sulla folla, l'immensa folla confusa e procellosa, dove i tremila pellegrini sembravano smarriti, sommersi fra le migliaia d'altri fedeli.
Eppure la basilica che potrebbe comodamente contenere ottantamila persone, non era affollata da quella turba, che egli vedeva circolare comodamente lungo le navate laterali e pigiarsi negli intercolonni, donde sarebbe stato più agevole tener dietro allo spettacolo. Si vedevano certuni gesticolare, e degli appelli sorgevano, spiccando sul continuo ronzio della conversazione.
Larghi rivi di sole piovevano dai finestroni, insangui-nando i parati di damasco rosso, rischiarando d'un riflesso d'incendio tutte quelle persone irrequiete, accese dalla febbre dell'impazienza.
I ceri, le ottantasette lampade della Confessione, impallidivano come fiochi lucignoli notturni in quel chiarore abbagliante; e la cerimonia non era che una festa mondana del Dio imperiale di Roma.
All'improvviso vi fu un falso allarme, un falso impeto di gioia.
Delle grida circolarono, correndo man mano fra la folla. Eccolo, eccolo!
E vi furono delle resse improvvise, quel torrente umano si ravvolse in gorghi, tutti allungando il collo, rizzandosi in punta di piedi, spingendosi avanti, in una frenetica brama di vedere Sua Santità ed il suo corteo.
Ma non era che un distaccamento di guardie nobili che veniva a mettersi a destra e a sinistra dell'altare.
Furono ammirati però ed accompagnati da un'ovazione, da un mormorìo lusinghiero per la loro bella tenuta, di un'irreprensibilità e di una rigidità militare persino eccessiva.
Un'americana affermò che erano uomini stupendi. Una romana diede ad un'amica, un'inglese, dei particolari su quell'arma scelta, dicendo che una volta i giovani dell'aristocrazia si reputavano onorati di farne parte, per la ricchezza della divisa e la gioia di galoppare davanti alle signore, mentre oggi il reclutamento ne diventava sempre più difficile, a segno che si doveva accontentare di bei giovani di una nobiltà dubbia ed in rovina, felici di ricevere il magro stipendio mercè cui potevano vivere.
E per un altro quarto d'ora le conversazioni particolari ricominciarono, facendo suonare nelle alte navate il loro ronzìo da platea impaziente che si ricrea coll'esaminare la gente e raccontarsene la storia, in attesa dello spettacolo.
Finalmente, il corteo sfilò, quel corteo che era la grande meraviglia aspettata, la pompa di cui si desiderava ardentemente il passaggio per acclamarla.
Allora, come in teatro, degli applausi frenetici scoppiarono, salirono, rimbombarono sotto le vôlte, festeggiando la sua comparsa come quella dell'attore prediletto, del protagonista che turba tutti i cuori.
Del resto ? sempre come sulla scena ? si era disposta con sapiente studio quella comparsa, perchè producesse tutto il suo effetto in mezzo al magnifico scenario tra cui doveva esporsi.
Il corteggio si era formato tra le quinte, in fondo alla cappella della Pietà, la prima a destra, entrando: ed il Santo Padre, che giungeva dai suoi appartamenti, attigui alla cappella del SS. Sacramento, aveva dovuto dissimularsi per recarvisi, passando dietro il drappeggio della navata laterale, messa a profitto così per una scena di sfondo.
I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, tutti i prelati pontifici lo aspettavano colà, classificati e raggruppati secondo la gerarchia, e pronti a mettersi in cammino.
Ed il corteo aveva fatto il suo ingresso, come al segnale di un coreografo, muovendo verso la navata centrale, e risalendola tutta, trionfalmente, dalla porta centrale all'altare della Confessione, tra la doppia siepe dei fedeli, di cui gli applausi raddoppiavano davanti a tanta magnificenza, mentre cresceva il delirio dell'entusiasmo.
Era il corteo delle solennità antiche, la croce e la spada, la guardia svizzera in grande tenuta, i valletti in zimarra scarlatta, i cavalieri di cappa e di spada in costume Enrico secondo, i canonici in rocchetto di merletto, i capi delle comunità religiose, i protonotari apostolici, gli arcivescovi ed i vescovi, tutta la Corte pontificia in seta violetta, i cardinali in cappa magna, ammantati di porpora, movendo a due a due, a molta distanza, solennemente.
Finalmente, attorno a Sua Santità, tutti gli ufficiali della sua Casa militare, i prelati dell'anticamera segreta, monsignore il maggiordomo, monsignore il maestro di camera e tutti gli alti dignitari del Vaticano ed il principe romano, assistente del trono, il tradizionale e simbolico difensore della Chiesa.
Sulla sedia gestatoria, ai cui lati i flabelli agitavano le alte piume trionfali, e che i portatori dalle tuniche rosse, ricamate di seta facevano oscillare, Sua Santità era rivestita degli abiti sacri che aveva indossati nella cappella del Santissimo Sacramento, il camice, la stola bianca e la mitra bianca, arricchite d'oro, due doni straordinariamente sontuosi venuti dalla Francia.
Ed al suo apparire, le mani si alzavano, applaudivano più forte, nei chiari rivi di sole che piovevano dalle finestre.
Leone tredicesimo produsse allora un'impressione nuova sull'animo di Pietro.
Non era più il vecchio famigliare, stanco e curioso che passeggiava a braccio di un prelato ciarliero, nel più bel giardino del mondo.
Non era neppure più il Santo Padre in bavero rosso e zucchetto papale, che riceveva paternamente un pellegrinaggio venuto a recargli la ricchezza.
Era il Sommo pontefice, il Signore onnipotente, il Dio che la cristianità adorava.
La sua sottile persona di cera irrigidita nella tonaca bianca, fatta greve dai ricami d'oro e simile ad un astuccio di metalli preziosi, serbava un'immobilità ieratica ed altera, come un idolo disseccato, e indorato da secoli, tra i sacrifizi fumiganti.
Solo gli occhi vivevano, in mezzo alla rigidità morta del volto: degli occhi di diamante neri e scintillanti, fissati lontan lontano, al di là della terra, nell'infinito.
Non ebbe uno sguardo sulla folla, non chinò gli occhi nè a destra, nè a sinistra, rimanendo in pieno cielo, ignaro di quanto accadeva ai suoi piedi. E quell'idolo, condotto in processione, quell'idolo che pareva imbalsamato, cieco e sordo, nonostante lo sfolgorìo dei suoi occhi, in mezzo a quella folla frenetica che pareva non udisse, nè vedesse, assumeva una maestà formidabile, una grandezza sgominante, tutta la rigida inflessibilità del dogma, tutta l'immobilità della tradizione, esumata colle sue fascie da mummia che, sole, la reggevano ancora in piedi.
Parve però a Pietro che il papa fosse stanco e indisposto, probabilmente per quell'accesso di febbre di cui monsignore Nani gli aveva parlato il giorno prima, esaltando il coraggio e la grandezza d'animo di quel vecchio di ottantaquattro anni, che la ferma volontà di vivere teneva in vita, nella suprema coscienza della sua missione.
La cerimonia cominciò.
Sua Santità, sceso dalla sedia gestatoria all'altare della Confessione, celebrò lentamente una messa bassa, assistito da quattro prelati, e dal suo prefetto delle cerimonie.
Monsignore il maggiordomo e monsignore il maestro di casa, accompagnati da due cardinali, versarono l'acqua sulle mani auguste dell'officiante, ed un po' prima della elevazione, tutti i prelati della Corte pontificia vennero ad inginocchiarsi attorno all'altare, con un cero acceso in mano.
In quel momento solenne, i quarantamila fedeli raccolti colà, sentirono il soffio formidabile e delizioso dell'invisibile passare sul loro capo, quando, durante l'elevazione, le trombe d'argento suonarono, con alto squillo, il famoso coro degli angeli, il quale, ogni volta, fa andare in svenimento delle donne.
Quasi subito, un canto aereo scese dalla galleria superiore della cupola, in cui centoventi coristi stavano dissimulati: e fu uno stupore, un'estasi, come se, all'appello delle trombe, gli angeli stessi avessero risposto.
Le voci scendevano, volando, sotto le vôlte, in una leggerezza di arpe celestiali; poi svanirono in un accordo soavissimo, risalirono nei cieli, con un lieve fruscìo di ali fuggenti.
Dopo messa, Sua Santità stessa, davanti all'altare, intuonò il Te Deum, che i cantori della cappella Sistina ed i cori ripresero, ogni parte cantando, alternativamente, un versetto. Ma in breve gli astanti tutti si unirono a loro, le quarantamila voci si alzarono giulive, il canto di esultanza e di gloria eruppe, si diffuse per l'ampia navata con bellezza incomparabile.
Allora lo spettacolo: ? quell'altare a cui sovrastava il baldacchino fiorito, trionfale e dorato del Bernini, punteggiato di stelle, dai ceri accesi, quel Sovrano Pontefice, raggiante come un astro nella pianeta d'oro, al centro della sua Corte, davanti al banco dei cardinali di porpora, degli arcivescovi e dei vescovi di seta violetta, quelle tribune in cui scintillavano i costumi ufficiali, i ricami del Corpo diplomatico, le divise degli ufficiali forestieri, quella folla che rifluiva da ogni dove, agitandosi in un oceano tempestoso di teste, fino alle più remote profondità della basilica ? lo spettacolo assunse veramente una magnificenza sovrannaturale.
Ed erano le sue proporzioni smisurate che colpivano: l'ampiezza della navata laterale, in cui tutta una parrocchia avrebbe potuto raccogliersi, le altre navate, vaste come chiese di città popolose, un tempio che migliaia e migliaia di fedeli non riuscivano ad empire.
E l'inno glorioso di quel popolo diventava colossale anch'esso, saliva in rombo rumoroso di tempesta fra le torreggianti tombe di marmo, fra le statue sovrumane, lungo le colonne gigantesche, sino alle vôlte che sovrastavano ad ogni cosa con l'enormità del loro cielo di pietra, sino al firmamento della cupola, dove l'infinito si apriva, nel dorato sfolgorìo dei mosaici.
S'udì un alto ronzìo dopo il Te Deum, mentre Leone tredicesimo metteva la tiara in luogo della mitra e scambiava la pianeta per la cappa pontificia, per occupare il suo trono, sul palco che sorgeva all'ingresso della navata sinistra.
Da quel punto egli dominava tutto il pubblico. E di qual fremito questi fu preso come sotto un soffio spirante dall'invisibile, quando egli si alzò dopo le preghiere del rituale!
Appariva più alto sotto la triplice corona simbolica, nel fodero d'oro della pianeta.
E nell'improvviso e profondo silenzio che si diffuse, silenzio turbato solo dal battito dei cuori, egli alzò il braccio con gesto molto dignitoso e diede lentamente la benedizione papale, con voce alta e forte che pareva la voce di Dio stesso in lui, tanto stupiva, uscendo da quelle labbra di cera, da quel corpo esangue e senza vita.
E l'effetto fu fulmineo, scoppiarono nuovi applausi, ma appena il corteo si riformò, per andarsene dalla parte d'onde era venuto, la frenesia d'entusiasmo giunse a tal parossismo che, non bastando più l'applaudire, sorsero anche delle acclamazioni, delle grida che si diffusero a poco a poco, fra tutta la gente.
Quelle acclamazioni cominciarono vicino alla statua di San Pietro, in un gruppo di devoti ferventi: Evviva il papa-re! Evviva il papa-re!
Poi, sul passaggio del corteo, corse come una fiamma di incendio, accendendo via via tutti cuori, prorompendo alla fine da migliaia di bocche, in una tuonante protesta contro il furto degli Stati della Chiesa.
Dalla fede, dall'amore dei devoti che lo spettacolo principesco di una così bella cerimonia aveva esaltato, prorompeva il desiderio ardente di vedere il papa, pontefice e re, signore delle persone come lo era delle anime, sovrano assoluto della terra.
In questo stava l'unica verità, l'unica felicità, l'unica salute.
Gli si doveva dare tutto, l'umanità ed il mondo!
- Evviva il papa-re! Evviva il papa-re!
Ah! quel grido! Il grido di guerra che aveva fatto commettere tante colpe e versare tanto sangue, quel grido di rinunzia e di accecamento che, esaudito, avrebbe ricondotto le età del dolore, accese un vero sdegno in Pietro, spingendolo ad abbandonare rapidamente la tribuna in cui si trovava, come per sfuggire al contagio dell'idolatria.
Poi, mentre il corteo continuava a sfilare, egli scivolò per un momento lungo la navata sinistra nella ressa, nell'assordante clamore della folla che non cessava di gridare; ma vedendo che da quel punto non riuscirebbe sulla via, e volendo evitare il serra-serra dell'uscita, ebbe l'ispirazione di approfittare di una porta aperta, rifugiandosi nell'atrio, da cui saliva la scala che conduceva alla cupola.
Un sagrestano che stava sul limitare, commosso e felice della dimostrazione, lo guardò un momento ed ebbe la tentazione di fermarlo; ma l'aspetto della sottana e più ancora forse la profonda commozione che gli leggeva in viso lo resero tollerante.
Con un gesto, lo lasciò passare, e Pietro subito si mise per la scala, e salì rapidamente per fuggire, per andar più in su, più in su ancora, nella pace e nel silenzio.
E, all'improvviso, la quiete si fece profonda, le mura soffocando il grido, di cui pareva serbassero solo il fremito. Era una scala piana e buia, dai larghi gradini selciati, che girava in una specie di torretta.
Quando egli sbucò sulle tettoie delle navate ebbe un impulso di gioia ritrovandosi al sole, alla luce, all'aria pura e vivida che spirava lassù come in aperta campagna.
Stupito, percorreva con lo sguardo quell'immensa distesa di piombo, di zinco e di sasso, tutta una città aerea che viveva di vita propria sotto il cielo azzurro.
Vi si vedevano delle cupole, dei campanili, delle terrazze, persino delle case e dei giardini, le case rallegrate dai fiori di alcuni operai che abitano stabilmente nella basilica, occupati in continui lavori di manutenzione.
Un piccolo popolo si agitava lassù, lavorando, amando, mangiando e dormendo.
Ma Pietro volle accostarsi alla balaustrata, vago di esaminare da vicino le statue gigantesche del Salvatore e degli Apostoli sorgenti sulla facciata, al di sopra della piazza di San Pietro, dei colossi di sei metri, sempre in riparazione e di cui le braccia, le gambe, le teste, logorate dall'aria libera, non reggono che a forza di cemento, di sbarre e di uncini; e, mentre si chinava per gettare un'occhiata sulla catasta enorme dei tetti del Valicano, gli parve che il clamore che egli sfuggiva si innalzasse ora dalla piazza.
Riprese in fretta la sua ascensione nel pilastro che conduceva alla cupola.
Anzitutto trovò una scala, poi degli anditi strozzati e dei pendii divisi da alcuni gradini, fra le due pareti della doppia cupola, l'esterna e l'interna.
Avendo spinto per curiosità una porticina, si ritrovò nella basilica, a più di sessanta metri dal suolo, sopra una angusta galleria che faceva il giro della cupola, per l'appunto sopra al cornicione in cui si leggeva la scritta: Tu es Petrus et super hanc petram... in lettere alte sette piedi; ed essendosi poggiato al riparo per guardare lo spaventoso vano che si apriva sotto di lui, con qua e là dei fori profondi che davano sulle navate, ricevette in pieno viso il grido, l'eterno grido delirante della folla, di cui il brulichìo infinito tempestava ancora laggiù.
Più su, una seconda volta, spinse un altro uscio, trovò una seconda galleria, posta al di sopra delle finestre, alla base degli splendidi mosaici, e da questa la folla gli parve rimpicciolita, confusa, sommersa nell'ombra vertiginosa dell'abisso, in fondo a cui le statue gigantesche, l'altare della Confessione, il baldacchino trionfale del Bernini non erano che gingilli minuscoli; eppure quel grido, il grido di idolatria e di guerra, sorse di nuovo, lo schiaffeggiò di nuovo con un impeto di uragano, di cui la celerità accresce la forza...
Dovette salire più su, salire ancora, fino alla Loggia estrema della Lanterna, librata in pieno cielo, per non udirlo più.
Quel bagno d'aria e di sole, quel bagno d'infinito, che refrigerio divino gli diede in quel momento! Non vi era più, al disopra di lui, che la palla di bronzo dorato in cui sono saliti degli imperatori e delle regine, come lo attestano le scritte pompose degli anditi, la palla vuota, in cui la voce rimbomba con fragore di tuono, ed echeggiano tutti i rumori dello spazio.
Egli era uscito dal lato dell'abside, e si trovò prima al disopra dei giardini pontifici, di cui gli alberi, da quell'altezza, gli apparivano come cespugli al livello del suolo; e ricostruiva la sua recente passeggiata, il vasto giardino simile ad un tappeto di Smirne, dai colori sbiaditi, il gran bosco di un verde glauco e profondo di acqua dormente, l'ortaglia ed il vigneto, più famigliari, tenuti con gran cura.
La fontana, la torre dell'Osservatorio, il casino dove il papa passava le calde giornate d'estate, apparivano come macchioline bianche, in mezzo a quei terreni irregolari, borghesemente cinti dal terribile muro di Leone quarto che serbava il suo aspetto di vecchia fortezza.
Poi girò lungo l'augusta loggia, attorno alla Lanterna, e vide all'improvviso, davanti a sè, Roma, ed una distesa sconfinata: ad occidente, in lontananza, il mare; ad oriente ed a mezzodì le catene ininterrotte dei monti, ed infine, sotto di lui, la campagna romana, che occupava tutto l'orizzonte, simile ad un deserto uniforme e verdastro, poi la città, la città eterna.
Egli non aveva avuto mai una sensazione così maestosa dello spazio.
Roma gli stava ai piedi, raccolta a volo d'uccello sotto lo sguardo, con la netta precisione di un piano geografico in rilievo.
Un tal passato, una tale storia, tanta grandezza ed una Roma così rimpicciolita dalla distanza, delle case lillipuziane e graziose come balocchi, non più di una macchia di muffa verdognola sulla vasta terra! E quello che lo incantava era di afferrare chiaramente, in un colpo d'occhio solo, la divisione della città: laggiù, la città antica nel Campidoglio, il Foro, il Palatino, la città papale in quel Borgo che dominava, in San Pietro e nel Vaticano, i quali guardavano la città moderna, il Quirinale italiano, al di là della città del Medio Evo, pigiata in fondo, nell'angolo retto formato dal Tevere, di cui le acque bionde e tarde scorrevano laggiù.
Una osservazione lo colpì specialmente: i rioni nuovi sorgenti nel nucleo centrale dei vecchi quartieri rossicci, arsi dal sole - vero simbolo del ringiovanimento tentato - il vecchio cuore, così lento a trasmutarsi, mentre gli arti estremi si rinnovellavano come per miracolo.
Ma, nell'ardente sole del mezzodì, Pietro non ritrovava la Roma così pura che aveva veduto la mattina del suo arrivo, sotto la dolcezza dell'astro sorgente.
Non era più la Roma sorridente e misteriosa, semivelata da una nebbia d'oro, come aleggiante in un sogno infantile.
Essa gli appariva ora inondata di luce cruda, rigidamente immobile, chiusa in un silenzio di morte.
Gli sfondi svanivano nello sfolgorìo troppo intenso, sommersi in un polverìo luminoso, da cui erano annientati.
E su quei fondi scoloriti, la città tutta intiera spiccava in linee dure, in grandi macchie di luce e d'ombra.
Sembrava un'antichissima cava di pietre abbandonata, rischiarata a piombo dal sole, e punteggiata da pochi isolotti d'alberi di un verde cupo.
Della città antica si discerneva la torre fulva del Campidoglio, i cipressi neri del Palatino, le rovine del palazzo di Settimio Severo, simile alle ossa imbiancate di qualche carcame di mostro fossile, portato là dai diluvii.
Rimpetto, la città moderna troneggiava coi lunghi fabbricati del Quirinale, rimesso a nuovo, intonacato di un giallo crudo che spiccava violentemente tra le cime rigogliose del giardino; ed al di là, sulle alture del Viminale a destra, ed a sinistra, i quartieri nuovi erano di un bianco di calce fresca, una città di gesso, rigata dalle mille piccole righe d'inchiostro delle finestre. Poi qua e là, a caso, si vedeva la pozzanghera stagnante del Pincio, il doppio campanile della Villa Medici, il forte di Sant'Angelo, di una tinta di vecchio ferro arrugginito, il campanile di Santa Maria Maggiore che ardeva come un cero, le tre chiese dell'Aventino, sopite tra gli alberi ramificanti, il palazzo Farnese con le sue tegole color d'oro antico, arse dai solleoni estivi, le cupole del Gesù, di S. Andrea della Valle, di S. Giovanni dei Fiorentini, eppoi altre cupole ancora, tutte in fusione, incandescenti nella fornace del cielo.
Ed allora Pietro sentì di nuovo il suo cuore stringersi, di fronte a quella Roma violenta e dura, così dissimile dalla Roma del suo sogno, la Roma di ringiovanimento e di speranza, che aveva creduto di trovare la prima mattina e che svaniva ora, per dar luogo alla città immutabile dell'orgoglio e della dominazione, che si ostinava persino nella morte.
Ad un tratto, solo com'era lassù, Pietro intese.
Fu come un baleno che lo colpì nello spazio libero e sconfinato dove si librava.
Era la cerimonia a cui aveva assistito, il grido fanatico di servaggio che gli vibrava ancora alle orecchie?
Od era piuttosto la vista di quella città, distesa ai suoi piedi, come la regina imbalsamata che continua a regnare nella polvere del suo sepolcro?
Egli non avrebbe potuto dirlo, e, forse, le due cause agivano entrambe.
Ma la luce fu completa, egli sentì che il cattolicismo non poteva sussistere senza il potere temporale, che era condannato fatalmente a sparire, il giorno in cui non fosse più Re su questa terra.
Anzitutto c'era l'atavismo, la forza della Storia, la lunga serie degli eredi dei Cesari, i papi, i sommi pontefici, nelle cui vene scorreva tuttavia il sangue d'Augusto, tutti decisi a conseguire l'impero del mondo.
Seppure abitassero il Vaticano, essi venivano dalle case imperiali del Palatino, dal palazzo di Settimio Severo, e la loro politica non aveva mai inseguita altra meta attraverso i secoli che quel sogno di predominio su Roma: tutti i popoli vinti, sottomessi e obbedienti a Roma.
All'infuori di quel predominio universale, e del possesso assoluto dei corpi e delle anime, il cattolicismo perdeva la sua ragione d'essere, poichè la Chiesa non può riconoscere l'esistenza di un impero o d'un regno che politicamente, il re o l'imperatore non essendo che semplici delegati temporali, aventi l'incarico di amministrare i popoli coll'obbligo di renderli a lei.
Tutte le nazioni, l'umanità con la terra stessa, appartengono alla Chiesa che le ha avute da Dio. Se essa non ne ha il possesso effettivo, gli è perchè cede alla forza e si vede costretta ad accettare i fatti compiuti, ma sotto la riserva formale che v'ha usurpazione dolosa, che si detiene ingiustamente il suo, e nell'attesa dell'effettuazione della promessa di Cristo, il quale, in un giorno prestabilito, le restituirà per sempre la terra e gli uomini, e con loro la onnipotenza.
Tal è la vera città futura, la Roma cattolica, sovrana per la seconda volta.
Roma fa parte del sogno e anche a Roma è stata predetta l'immortalità - ed è il suolo stesso di Roma che ha dato al cattolicismo l'inestinguibile sete del potere assoluto.
Ed è perciò che i destini del papato sono vincolati a quelli di Roma, a tal punto che un papa fuori di Roma non sarebbe più un papa cattolico.
E Pietro, poggiato alla sottile balaustrata di ferro, chinandosi da tant'altezza sopra l'abisso, dove la città tetra e severa spariva ai suoi occhi, sotto l'ardore del raggio solare, ne sentì un profondo sgomento; ebbe, ad un tratto, nelle ossa il gran brivido degli esseri e delle cose.
Un'evidenza gli si imponeva.
Se Pio nono, se Leone tredicesimo avevano deciso di imprigionarsi nel Vaticano, era perchè una necessità ineluttabile li inchiodava a Roma.
Un papa non è libero di uscirne, di esercitare altrove le sue mansioni di capo della Chiesa.
Così pure un papa, qualunque sia la sua intuizione del mondo moderno, non è libero di arrogarsi il diritto di rinunziare al potere temporale. Quel potere è un retaggio inalienabile di cui gli si è affidata la difesa; ed è inoltre una questione vitale che si impone senza possibilità di discuterla.
Quindi Leone tredicesimo ha serbato il titolo di Signore del territorio temporale della Chiesa, tanto più perchè - come tutti i membri del Sacro Collegio quando vengono eletti - aveva giurato, allorchè era stato assunto al cardinalato, di mantenere quel territorio nella sua integrità.
Che l'Italia per un secolo ancora serbi Roma per capitale - per un secolo i papi che si succederanno reclameranno sempre, con violenza il loro regno.
E, se mai potesse aver luogo un'intesa, sarebbe certamente basata sul dono d'un lembo di territorio.
Non s'era detto, quando correvano voci di conciliazione, che il papa regnante metteva per patto formale il possesso della città Leonina, se non altro, con una strada neutra fino al mare?
"Nulla" non è abbastanza: non si può parlare del nulla per ottener tutto.
Mentre la città Leonina, quel lembo così ristretto di città, è già un po' di terra regia: e basta per riconquistare il resto, Roma, poi l'Italia, poi le nazioni vicine, poi il mondo.
La Chiesa non ha disperato mai, nemmeno nei giorni in cui, vinta e spogliata, pareva morente.
Ed essa non abdicherà, non rinunzierà mai alla promessa del Cristo, perchè ha fede in un avvenire sconfinato, perchè si afferma indistruttibile ed eterna. Ove le si conceda un sasso per posare il capo, essa spera di riavere in breve il campo ove sta quel sasso, l'impero ove si trova quel campo.
Se un papa non può condurre a buon fine il ricupero di quel retaggio, un altro papa si accingerà all'opera, e dopo di lui, dieci, venti papi. I secoli non contano.
Ed ecco perchè quel vecchio ottantaquattrenne intraprendeva degli assunti colossali che richiedevano parecchie vite di uomini, convinto che avrebbe dei successori e che le sue opere verrebbero proseguite e condotte a termine.
E Pietro si trovò imbecille, col suo sogno di un papa spirituale, rimpetto a quella antica città di gloria e d'impero, ostinata a drappeggiarsi nella porpora.
La cosa gli pareva così diversa, così fuori di posto, che ne risentì una disperazione piena di vergogna. Il nuovo papa evangelico e puramente spirituale, che regnasse solo sulle anime, era un concetto che non poteva certamente venir inteso da un prelato romano.
L'orrore che questi doveva averne, la ripugnanza per così dire fisica, gli appariva ad un tratto, al ricordo di quella corte papale, irrigidita nei riti, nell'orgoglio e nello spirito autoritario.
Ah! che sprezzo e stupore dovevano risentire, quei prelati, davanti a quella singolare fantasticheria di uno spirito moderno: un papa senza trono e senza sudditi, senza casa militare e senza onori regi, puro spirito, pura autorità morale, chiuso in fondo ad un tempio, governando il mondo solo con un gesto di benedizione, solo con la bontà e l'amore!
Quella non era che una invenzione gotica, offuscata di nebbie, per quel clero latino, per quei sacerdoti della munificenza e della luce, certamente pii, persino superstiziosi, ma che lasciavano Dio bene riparato nei tabernacoli, per governare in suo nome, a massimo vantaggio degli interessi del cielo, giuocando quindi di astuzia come semplici statisti, vivendo di spedienti in mezzo alla battaglia degli appetiti umani, muovendo con passo cauto da diplomatici alla definitiva vittoria terrestre del Cristo, che doveva imperare un giorno sui popoli, nella persona del papa.
E quale stupore per un prelato francese, per un monsignor Bergerot, quel santo vescovo della rinunzia e della carità, quando era capitato fra quella gente del Vaticano! Che difficoltà di intenderla, di mettersi al corrente, e che dolore poi di non potersi accordare con quei "senza patria", quegli internazionali, sempre curvi sulla carta geografica dei due mondi, sempre assorti nelle combinazioni mercè cui dovevano conseguire l'impero del mondo!
Ci volevano giorni e giorni, bisognava visitare Roma per comprendere, ed a lui stesso la verità non era balenata che dopo un mese di soggiorno, nella crisi violenta delle pompe regali di San Pietro, rimpetto alla città antica, che dormiva, sotto il sole, il suo grave sonno, sognando il suo sogno di eternità.
Ma chinando lo sguardo verso la piazza, davanti alla Basilica, scorse la fiumana di gente, i quarantamila fedeli che ne uscivano, simili ad un irrompere d'insetti, un brulichìo nero sul selciato bianco.
Allora gli parve che il grido echeggiasse di nuovo: Evviva il papa-re! Evviva il papa-re!
Poco fa, mentre egli saliva le interminabili scale, gli era parso che il gigante di sasso fremesse a quel grido frenetico, gettato sotto le sue volte. Ed ora, assurto fino alle nubi, gli sembrava di ritrovarlo lassù, vibrante attraverso lo spazio.
Se, sotto di lui, il colosso ne suonava ancora, non accadeva così, per un ultimo riflusso di linfa, lungo le sue vecchie mura, un ribollire del sangue cattolico, il quale in altri tempi l'aveva avuto così smisurato - il re dei templi - e che tentava oggi di rendergli un soffio potente di vita, nell'ora in cui la morte cominciava a spirare tra le sue arcate troppo vaste e deserte?
La folla continuava ad uscire; la piazza era gremita, ed una tristezza terribile strinse il cuore di Pietro, perchè col suo grido, quella folla aveva annientato la sua ultima speranza.
Il giorno prima, dopo il ricevimento del pellegrinaggio, nella sala delle Beatificazioni, aveva potuto illudersi ancora, scordando la necessità pecuniaria che inchioda il papa sulla terra, per non vedere che quell'esile vecchio, tutt'anima, sfolgorante come il simbolo dell'autorità morale.
Ma ormai la sua fede in quel pastore del Vangelo, sciolto da ogni vincolo terreno, re del regno solo dei cieli, era svanita.
E non l'obolo di San Pietro solo, imponeva a Leone tredicesimo un duro servaggio; egli era anche prigioniero della tradizione, era l'eterno re di Roma, che inchiodato a quel suolo, non poteva lasciar la città nè rinunziare al potere temporale. Ed a capo di quella pertinacia v'era fatalmente la morte sul posto, la cupola di San Pietro che rovinava come era rovinato il tempio di Giove capitolino, il cattolicismo che seminava l'erba dei suoi ruderi, mentre lo scisma scoppiava in altri luoghi ed una fede novella sorgeva pei popoli novelli.
Egli ne ebbe la tragica e grandiosa visione, vide il suo sogno svanito, il suo libro travolto nel grido che si espandeva, quasi volando ai quattro punti del mondo cattolico: Evviva il papa-re! Evviva il papa-re!
E gli parve già di sentire sotto di lui il gigante di marmo e d'oro oscillare, nel cataclisma delle vecchie società imputridite.
Pietro ridiscendeva finalmente, quando ebbe un'altra scossa: l'incontro di monsignor Nani su quella tettoia, su quella distesa soleggiata, tanto vasta che ospitava una città.
Il prelato accompagnava le due signore francesi, madre e figlia, liete e contente, a cui aveva probabilmente fatta la cortese proferta di salire sulla cupola; ma appena ebbe ravvisato il giovine prete, lo fermò:
- E così, caro figliuolo, v'è piaciuto? Siete edificato?
Lo frugava fin nelle più intime latebre, coi suoi occhi inquisitori per constatare a che punto fosse l'esperimento.
Poi, pago, si diede a ridere con dolcezza.
- Sì, sì, vedo... Suvvia, siete comunque un giovane giudizioso. Comincio a credere che il vostro disgraziato affare avrà un ottimo esito.
...
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...
9.
...
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...
Quando Pietro passava la mattina al palazzo Boccanera senza uscire, aveva preso l'abitudine di trattenersi per ore nel giardinetto abbandonato, altre volte chiuso da una loggia a portici, donde si scendeva per una doppia gradinata al Tevere.
Era un lembo di solitudine, profumato dalle melarancie mature che biondeggiavano sulle piante secolari, rimaste a segnare, in linee simmetriche, il disegno degli antichi viali, oggi spariti sotto le gramigne. E vi ritrovava anche l'odore dei bossi amari, i bossi frondosi sorti nella vasca centrale che delle frane di terriccio avevano colmata.
In quelle mattine d'ottobre così luminose, d'una soavità così intensa, vi si assaporava tutta la voluttà del vivere.
Ma il prete vi recava le sue fantasticherie nordiche, la continua preoccupazione del dolore umano, la sua anima, pietosa nel fraternizzare coi miseri, per cui la carezza del limpido sole, in quell'aria penetrata di voluttà amorosa, gli tornava ancora più dolce. Andava a sedere vicino al muro destro, sopra un frammento di colonna abbattuta, al rezzo d'un lauro altissimo, di cui l'ombra era nera e d'una frescura balsamica.
Ed accanto a lui, nell'antico sarcofago, verde di musco, dove dei fauni lascivi violentavano delle donne, il sottile filo d'acqua che cadeva dal tragico mascherone, saldato nel muro, metteva nell'aria la continua musica della sua nota di cristallo.
Pietro leggeva i giornali, le lettere, la corrispondenza dell'ottimo abate Rose che gli riferiva quello che riguardava l'opera sua, i miserabili di quel tetro Parigi, già agghiacciato dalle nebbie, sommerso nel fango.
Ah! le miserie dei paesi freddi, le madri ed i piccini che fra poco batterebbero i denti in fondo alle soffitte mal chiuse, gli uomini che il gelo darebbe in balìa allo sciopero, tutta quella agonia dei poveri sotto la neve, che contrasto faceva mai con quel paese di cielo azzurro e di beata indolenza, di tepido sole e d'aria fragrante per odore indistinto di frutta - quel paese in cui anche durante l'inverno era dolce dormire all'aperto, riparati dal vento, sul tepido selciato!
Ma, una mattina, Pietro trovò Benedetta seduta sul frammento di colonna che gli serviva da sgabello. Essa diede un lieve grido di sorpresa, e restò confusa per un momento, perchè teneva appunto in mano il libro del prete, quella Roma novella che aveva già letta una volta senza poterla intendere bene.
E si affrettò a trattenerlo, volle che le sedesse vicino, confessandogli con la sua nobile franchezza, il suo fare giudizioso e pacato, che era scesa laggiù per trovarsi sola e leggere attentamente come una scolara ignorante.
Discorsero da amici e quella fu un'ora celeste per Pietro.
Seppure ella non parlasse di sè, egli sentiva che erano i suoi affanni che le infondevano tanta simpatia per lui come se il dolore le avesse ingrandito l'anima, spingendola a preoccuparsi di tutti quelli che pativano quaggiù. Nel suo orgoglio patrizio, ella ammetteva la gerarchia come una legge divina, e non si era mai occupata di quelle cose, avvezza a vedere i felici in alto, i miserabili nel fango, senza possibilità di cambiamenti.
Per cui davanti a certe pagine del suo libro che stupore la coglieva, come stentava ad iniziarsi!
E che? Curarsi della plebe, credere che possa avere la stessa anima, gli stessi dolori di noi, voler cooperare alla sua felicità, come a quella di un nostro prossimo? Ella vi si sforzava già, ma senza riuscire, con la tema segreta di commettere un peccato, il meglio essendo certo di non cambiare l'ordine sociale stabilito da Dio e consacrato dalla Chiesa.
Certo, essa era caritatevole, faceva sempre le solite piccole limosine, ma non dava il proprio cuore, mancava affatto di altruismo, di vera sensibilità, nata ed educata com'era nell'atavismo di una razza diversa, creata per aver, anche in cielo, dei troni sovrastanti alla plebe degli eletti.
E si ritrovarono per altre mattine all'ombra del lauro, accanto alla fontana che filava le sue note di cristallo: e Pietro, disoccupato, stanco di aspettare una soluzione che pareva gli sfuggisse d'ora in ora, si accinse con fervido desiderio a trasfondere in quella donna così bella, così risplendente di amore giovanile, la sua fraternità redentrice.
La stessa idea lo infervorava sempre, gli sembrava di ammaestrare l'Italia, la regina di bellezza, ancor sopita nella sua ignoranza, la quale ritroverebbe l'antica grandezza, se si destasse ai tempi nuovi, con un'anima più illuminata, ricca di pietà per le cose e le persone.
Le lesse il carteggio dell'abate Rose, che la fece rabbrividire al suono dei singhiozzi terribili che salgono dalle grandi città.
Lei che aveva degli occhi così soffusi di tenerezza, lei da cui emanava così intensamente la felicità di amare e di essere amata, perchè non riconosceva con lui che l'unica legge di salvezza per l'umanità dolente, piombata nell'odio e nel pericolo di morte, era la legge d'amore?
Ed essa riconosceva quella legge, voleva fargli il piacere di credere nella democrazia, nella fusione futura della società, ma presso gli altri popoli, non a Roma; poichè dava involontariamente in una risatina, non appena egli evocava quello che rimaneva del Trastevere, fraternizzando con quello che restava dei vecchi palazzi principeschi.
No, no! Quelle cose sussistevano in tal modo da troppo tempo: non conveniva cambiarle.
E quindi, tutto sommato, l'allieva non faceva progressi, non era commossa, in fondo, che dalla passione d'amore che ardeva così intensa in quel prete, la passione che egli aveva castamente distolta dalla creatura per riportarla sulla creazione.
In quelle mattine soleggiate d'ottobre un vincolo squisitamente dolce si formò tra di essi e si amarono veramente d'un amore puro e profondo, nel grande amore che li struggeva entrambi.
Poi un giorno Benedetta, col gomito poggiato sul sarcofago, parlò di Dario, di cui fino allora aveva evitato di proferire il nome. Ah! povero amico, che riserbo e che pentimento aveva mostrato dopo il suo accesso di pazzia brutale!
Anzitutto, per dissimulare il suo imbarazzo, era andato a passare tre giorni a Napoli, dove si diceva che la Tonietta, la gentile fanciulla dai mazzi di rose bianche, innamorata pazzamente di lui, fosse corsa a raggiungerlo, e dopo il suo ritorno evitava di trovarsi solo con la cugina, non vedendola che al lunedì sera, in cui, docile, implorava, con gli occhi, il perdono.
- Ieri - continuò - l'ho incontrato per le scale, gli ho dato la mano, ed egli ha compreso che non ero più in collera, e ne è stato tanto felice... Che volete? Non si può esser severi a lungo. Eppoi, ho paura che si faccia del male con quella donna, se si diverte troppo per stordirsi. Voglio che sappia che io l'amo sempre, che l'aspetto sempre... Oh! è mio, mio soltanto! Sarebbe già fra le mie braccia, e per sempre, se potessi dire una parola. Ma le cose nostre vanno male, tanto male!
Tacque, e due grosse lagrime le apparvero negli occhi.
Pareva infatti che il processo per l'annullamento del matrimonio non andasse più avanti di fronte agli ostacoli di ogni genere che sorgevano ogni giorno ad avversarlo.
E Pietro fu molto commosso da quelle lagrime, così rare in lei.
Ella stessa confessava alle volte, col suo placido sorriso, di non saper piangere.
Ma questa volta il suo cuore si stemperava: restò per un momento come annichilita, poggiandosi al sarcofago muscoso, logorato dall'acqua, mentre il filo sottile sfuggente dalla bocca spalancata del mascherone tragico continuava il suo canto cristallino da flauto. L'idea della morte s'era improvvisamente affacciata al prete, vedendo quella donna così giovine, così splendente di bellezza, venir meno accanto a quel marmo, dove i fauni che si avventavano alle donne, in baccanale frenetico, dicevano l'onnipotenza dell'amore, di cui gli antichi si piacevano a scolpire il simbolo sui sepolcri, per affermare l'eternità della vita. Ed un lieve alito di vento tepido passò nella solitudine soleggiata e silenziosa del giardino, recando l'odore acuto degli aranceti e dei bossi.
- Quando si ama, si è tanto forti - mormorò lui.
- Sì, sì, avete ragione - riprese lei, tornando già a sorridere. - Non sono che una bambina. Ma è colpa vostra, colpa del vostro libro. Non lo comprendo bene che quando soffro. Faccio dei progressi, ed è già molto, non è vero? Giacchè lo volete, ebbene, tutti i poveri siano dunque miei fratelli, e siano mie sorelle tutte quelle che hanno degli affanni come me!
Di solito Benedetta tornava per la prima nella sua camera, e Pietro indugiava qualche volta solo sotto il lauro, nel lieve profumo di donna che essa vi lasciava.
Come la vita si mostrava crudele per le misere creature arse dalla sete della felicità!
Attorno di lui il silenzio si faceva ancora più profondo, tutto il vecchio palazzo dormiva il suo grave sonno di rovina, con la corte erbosa, cinta dal portico muto, in cui ammuffivano i marmi degli scavi, un Apollo senza braccio, il torso spezzato d'una Venere, e quel silenzio di tomba non era rotto di quando in quando che dall'improvviso rumore del carrozzone di qualche vescovo, in visita dal cardinale, carrozzone che s'ingolfava sotto l'atrio, girando con grande strepito di ruote nel cortile deserto.
Un lunedì, verso le dieci e un quarto, nel salotto di donna Serafina, si trovava solo la gioventù.
Monsignor Nani non aveva fatto che una comparsa, ed il cardinale Sarno se n'era andato per l'appunto. E donna Serafina stessa si teneva come in disparte, al solito posto presso il camino, con gli occhi fissi sul seggiolone vuoto dell'avvocato Morano, che si ostinava a non ricomparire. Davanti al canapè su cui Celia e Benedetta stavano sedute, Dario, l'abate Pietro e Narciso Habert stavano in piedi, discorrendo e ridendo.
Da alcuni minuti quest'ultimo si divertiva a canzonare il giovine principe, affermando di averlo incontrato con una bellissima ragazza.
- Eh! via, mio caro, non vi difendete, perchè è una vera dea... Camminava vicino a voi ed avete preso una viuzza deserta, il Borgo Angelico, credo, in cui io non vi ho seguiti per discrezione.
Dario sorrideva, senza mostrarsi sconcertato, da uomo felice che non sa rinnegare la sua passione pel bello.
- Eh! sicuro - pensò - ero io. Non lo nego. Però le cose non sono come credete.
E volgendosi verso Benedetta che rideva anche lei, senza ombra di preoccupazione gelosa, come beata anzi di quella voluttà degli occhi che egli s'era presa per un momento:
- Sai - disse - si tratta di quella povera ragazza che ho trovata in lagrime, circa sei settimane fa... Quella lavorante in perle che singhiozzava per lo sciopero e che s'è messa a correre davanti a me, rossa rossa, per condurmi dai suoi genitori, quando le ho offerto una moneta d'argento... Pierina, te ne ricordi?
- Pierina, sì, me ne ricordo benissimo.
- Ebbene, figuratevi che, da allora in poi, me la sono già trovata quattro o cinque volte davanti. Ed è tanto mirabilmente bella, in verità, che mi fermo quando la vedo e discorro con lei. L'altro giorno l'ho condotta da un fabbricante, ma non ha trovato lavoro, e appena là s'è messa a piangere di nuovo, e, affèmia, per consolarla un po', l'ho abbracciata... Ah! ne è rimasta colpita e tanto tanto contenta!
Adesso, tutti ridevano della storia.
Ma Celia si calmò per la prima e disse con voce molto seria:
- Dario, quella giovane vi ama, lo sapete. Non bisogna essere cattivi.
Certo, Dario la pensava così anche lui, perchè guardò di nuovo Benedetta, crollando il capo, per dire che, se ne era amato, non l'amava lui. Una perlaia, una ragazza della plebe, ah no! Foss'anche stata una Venere, non era un'amante possibile.
E rise molto anche lui dell'avventura romanzesca, di cui Narciso faceva un sonetto nel gusto antico: la bella perlaia che si innamora pazzamente del giovane principe che passa, bello come il sole, e che commosso dalla sua sventura le dona uno scudo, e la bella perlaia, la quale da quel giorno, col cuore conturbato nel trovarlo pietoso quanto bello, non sogna che di lui, e lo segue dappertutto, vincolata ai suoi passi da catene di fiamma; e finalmente la bella perlaia, la quale, avendo rifiutato lo scudo, implora, con gli occhi teneri ed umili, l'elemosina del suo cuore che il giovane principe degna farle una sera.
Quello scherzo piacque a Benedetta. Ma Celia, col suo viso angelico, col suo fare da bambina che dovrebbe ignorare ogni cosa, restava molto seria, ripetendo mestamente:
- Dario, Dario, ella vi ama: non bisogna farla soffrire.
Allora la contessina si impietosì anche lei.
- E sono così infelici quei poveretti!
- Oh! - esclamò il principe - una miseria incredibile! Il giorno in cui mi ha condotto ai Prati di Castello, sono rimasto nauseato. E' un orrore, un orrore senza nome!
- Ma - rispose Benedetta - mi ricordo ora che avevamo il progetto di andarli a visitare, quei poverini, ed abbiamo fatto male, malissimo, a tardar tanto... Non è vero, signor abate, che voi siete desideroso di accompagnarci e di vedere da vicino il ceto povero di Roma?
Alzò gli occhi verso Pietro, che taceva da un momento.
Egli fu commosso di trovarla memore di quel pensiero di carità, perchè sentì nel lieve tremito della sua voce che voleva, in tal modo, mostrarsi una allieva obbediente, fare dei progressi nell'amore degli umili e dei miserabili.
D'altronde il fervore del suo apostolato lo accese subito.
- Oh! - disse - non lascerò certamente Roma prima di aver veduto il popolo che soffre, senza lavoro e senza pane. Quest'è la malattia di tutte le nazioni, e la salvezza non può giungere che mediante la guarigione della miseria. Quando le radici dell'albero non si alimentano, l'albero muore.
- Ebbene - riprese lei - fissiamo un appuntamento; verrete con noi ai Prati di Castello... Dario ci farà da guida.
Questi, che aveva ascoltato il prete con stupefazione, senza cogliere bene il paragone dell'albero e delle radici, protestò, sbigottito:
- No, no, cugina mia! Conduci il signor abate laggiù, se ti diverte... Ma, per conto mio, ci sono stato e non ci torno. Parola d'onore! recandomi a casa, c'è mancato poco che mi ponessi a letto, colla testa e lo stomaco in rivoluzione... No, è troppo triste di vedere quelle cose... cose incredibili.
In quel punto, una voce stizzosa sorse dall'angolo del camino. Donna Serafina usciva dal suo lungo silenzio.
- Dario ha ragione! Manda una elemosina, cara: vi aggiungerò volentieri la mia... Ma vi sono altri luoghi più proficui da vedere, dove potrai condurre il signor abate... In verità, gli faresti serbare un bel ricordo della città nostra!
L'orgoglio romano vibrava in fondo al suo dispetto.
A che pro' mostrare le proprie piaghe ai forestieri che vengono forse con delle curiosità ostili nell'anima? Bisognava sempre essere in gala, non mostrar Roma che nella sua gloria.
Ma Narciso si era impadronito di Pietro.
- Oh! è vero, caro amico, ho dimenticato di raccomandarvi quel giro... Dovete senz'altro visitare il nuovo rione che hanno costruito ai Prati di Castello. E' tipico e compendia tutti gli altri - e non avrete perduto il tempo, ve ne rispondo, perchè nulla al mondo potrebbe dirvene di più sulla Roma attuale. E' straordinario, straordinario!
Poi, volto a Benedetta:
- Dunque, siamo intesi? Volete fissare l'appuntamento per domani?... Ci troverete là, l'abate e me, perchè ci tengo a ragguagliarlo prima perchè intenda ben la cosa... Fissiamo le dieci. Vi va?
Prima di rispondere, la contessina, che si era voltata verso la zia, la confutò rispettosamente.
- Eh! cara zia, l'abate ha incontrato tanti accattoni per le nostre vie, da poter vedere anche gli altri miserabili... E d'altronde, da quello che ha detto nel suo libro, non ne vedrà di più a Roma di quanti ne abbia veduti a Parigi. Dappertutto, come egli dice, in un punto del suo libro, la fame è uguale.
Poi si diresse a Dario, con molta dolcezza e molto senno.
- Sai, Dario mio, che mi faresti un gran piacere, conducendomi laggiù? Senza di te, sembrerebbe che piovessimo dal cielo... Prenderemo la carrozza, andremo a raggiungere quei signori e faremo così una bellissima passeggiata... E' tanto che non usciamo insieme!
Era questo, certo, che la incantava, quel pretesto per condurlo con sè, per riconciliarsi completamente con lui.
Egli se ne avvide, e, non potendo schermirsi, si diede a scherzare.
- Ah! cugina, per colpa tua avrò degli incubi tutta la settimana! Questa gita di piacere, bada! Ci guasterà la vita per otto giorni!
Fremeva di disgusto in anticipazione: ma, non ostante il muto scontento di donna Serafina, che continuava a disapprovare, l'appuntamento venne fissato per l'indomani alle dieci.
Nell'andarsene, Celia rimpianse vivamente di non poterne far parte. Ma lei, nel suo candore di giglio chiuso, non si interessava che della Pierina. Quindi, in anticamera, si piegò all'orecchio dell'amica:
- Guardala ben bene, sai, quella bellezza, così rara: poi mi dirai se è bella, bellissima, la più bella di tutte.
L'indomani, alle nove, quando Pietro ritrovò Narciso vicino al Castel Sant'Angelo, stupì di vederlo ricaduto nel suo languido ed estatico entusiasmo di artista. Sulle prime non si parlò punto dei nuovi rioni, della spaventosa catastrofe finanziaria che avevano provocata.
Il giovane raccontò che si era alzato col sole per andare a passare un'ora colla Santa Teresa di Bernini. Diceva che quando era stato otto giorni senza vederla, ne soffriva, aveva il cuore oppresso, come per la mancanza di una amante carissima.
Ed aveva certe ore prefisse per amarla in modo diverso, secondo la luce: di mattina, l'amava con tutto lo slancio mistico dell'anima sua, sotto la luce dell'alba che la vestiva di bianchezza: nel dopo pranzo, l'amava con la passione del sangue rosseggiante dei martiri, nel raggio obliquo del tramonto, di cui la fiamma pareva avvampasse in lei.
- Oh! amico mio - affermò, col suo fare stanco, cogli occhi soffusi di pallidissimo violetto - oh! amico mio, non vi potete immaginare con che grazia perturbante e squisita si è destata questa mattina... Una vergine ignorante e pura, che affranta dalla voluttà, schiude languidamente gli occhi, ancora nuotanti nell'estasi di essere stata posseduta da Gesù... Ah!... è cosa da morirne.
Poi, calmandosi dopo alcuni passi, riprese, colla sua voce recisa da giovane pratico, pieno di equilibrio nella vita quotidiana:
- Orsù, andremo dunque pian piano ai Prati di Castello, di cui potete scorgere i fabbricati laggiù, rimpetto a noi; e, passeggiando, vi racconterò quello che so, oh! la storia più stravagante, uno di quegli accessi di pazzia nella speculazione che sono belli come l'opera mostruosa di un genio squilibrato. I minimi particolari li ho avuti da certi miei parenti che hanno giuocato anch'essi, e, affè, hanno guadagnato delle somme considerevoli.
Allora riferì il caso con una chiarezza ed una precisione da banchiere, valendosi con la massima disinvoltura dei termini tecnici.
Anzitutto, dopo la conquista di Roma, quando tutt'Italia delirava di entusiasmo all'idea di possedere finalmente la capitale tanto desiderata, l'antica città gloriosa, la città eterna, a cui era permesso l'impero del mondo, vi fu una esplosione molto legittima di gioia e di speranza in quel giovane popolo, costituito da pochi giorni e bramoso di affermare la sua potenza.
Si trattava di prendere possesso di Roma, di farne la capitale moderna, degna di un grande regno - e, prima di tutto, conveniva risanarla, purificarla dalle immondizie che la disonoravano.
Non si può più figurarsi ora in che lezzo ignobile fosse immersa la città dei Papi, la Roma sporca tanto rimpianta dagli artisti; nessuna latrina, le strade usufruite per tutti i bisogni, i ruderi augusti trasformati in immondezzai, le vicinanze dei vecchi palazzi, lorde di escrementi, un vero letto di buccie, di detriti, di materie in decomposizione che si ammucchiavano dappertutto, cambiando le vie in fogne ammorbate da cui spiravano continue epidemie.
I lavori d'edilizia s'imponevano come una necessità, una vera misura di salvezza, il ringiovanimento, la vita sicura e più libera, e così pure conveniva pensare a preparare delle case nuove pei nuovi abitanti che dovevano rifluire da ogni dove.
Le cose erano andate così a Berlino, dove, dopo la costituzione dell'impero di Germania, la città aveva veduto la sua popolazione aumentare di centinaia di mille anime con rapidità fulminea.
Anche il numero degli abitanti di Roma si raddoppierebbe di certo, aumenterebbe del terzo, del quinto, Roma attirando le forze vitali delle provincie, diventando il centro dell'esistenza nazionale.
E l'orgoglio si mise della partita: l'Italia volle mostrare al governo spodestato del Vaticano di che cosa fosse capace, di quale splendore brillerebbe la nuova Roma, la terza Roma, che supererebbe le altre due, la Roma imperiale e la papale, per la magnificenza delle sue vie ed il torrente dilagante della sua popolazione.
Nei primi anni per altro si serbò una certa prudenza, nell'affare delle nuove costruzioni e s'ebbe tanto criterio da non fabbricare che a seconda dei bisogni.
La popolazione si era raddoppiata all'improvviso, passando da duecento a quattrocento mila anime; tutto il piccolo mondo degli impiegati, dei funzionari, venuti con le pubbliche amministrazioni, tutta la turba che vive alle spalle dello Stato o spera di viverci, gli oziosi e i gaudenti che tutte le Corti si trascinano dietro.
Questa fu una delle prime ragioni di ubbriacatura - nessuno dubitò che l'aumento progressivo dovesse continuare ed anzi farsi maggiore e quindi la città di prima non poteva più bastare: conveniva far fronte, senza indugio, ai bisogni del domani, allargando Roma, fuori di Roma, in tutti gli antichi sobborghi deserti.
Si parlava anche del Parigi del secondo impero, tanto ingrandito, trasmutato in una città di luce e di salute.
Ma, sulle rive del Tevere, la sventura fu che, fin dal primo momento, non si avesse nessun piano generale e non sorgesse nessun uomo, dallo sguardo perspicace, che sapesse impadronirsi con autorità suprema della posizione, poggiandosi a salde società finanziarie.
E così l'opera incauta, iniziata dall'orgoglio, dall'ambizione di superare in splendore la Roma dei Cesari e dei papi, l'intento di rifare della città eterna la città predestinata, il centro e la regina della terra, quell'opera la speculazione la compì, in una di quelle straordinarie tempeste dell'affarismo che imperversano, distruggono e portano via tutto, senza che nulla le preannunzi o le arresti.
All'improvviso si verificò che i terreni comperati a cinque franchi il metro, si potevano vendere a cento: e la febbre si accese, si vide tutt'un popolo accanito al giuoco.
Uno sciame di speculatori venuti dall'alta Italia era calato su Roma, la più nobile e più facile delle prede.
Ed in quelle terre meridionali di voluttà, dove la vita è così dolce, l'orgia degli appetiti si scatenò, in quei montanari poveri ed affamati; cosicchè le delizie del clima, corruttrici anch'esse, aiutarono la decomposizione morale.
Eppoi non v'era altro da fare in verità che chinarsi per raccogliere gli scudi a palate fra le macerie dei primi rioni sventrati.
La gente destra che fiutando la direzione delle nuove vie, aveva acquistato gli immobili, minacciati di espropriazione, ebbe, in meno di due anni, il proprio capitale decuplato.
Allora il contagio crebbe, ammorbando, a poco a poco, tutta la città; gli abitanti stessi ne furono colpiti, principi, borghesi, possidentucci e perfino i bottegai, i fornai, i droghieri, i calzolai - a segno che si citava un semplice fornaio fallito per quarantacinque milioni.
Ed un giuoco frenetico, un giuoco formidabile aveva sostituito, con la sua cieca passione, il modesto giuoco del lotto papale - un giuoco in cui le poste erano di milioni ed i terreni e le case diventavano fittizi, servendo solo di pretesto alle operazioni di Borsa.
L'antico orgoglio atavistico che sognava di trasformare Roma in capitale del mondo, si esaltò fino alla demenza, in quella febbre della speculazione, comprando, fabbricando per rivendere, senza misura, senza posa, come si mettono fuori delle azioni fino a tanto che i torchi le stampano.
Certo, nessuna città in evoluzione aveva offerto mai uno spettacolo simile.
Oggi, quando si procura di ricostruire i fatti, si resta sbalorditi.
La cifra della popolazione, oltrepassate le cinquecentomila anime, restava stazionaria: ma con tutto ciò, la vegetazione dei rioni nuovi spuntava sempre più fitta.
Per qual popolo futuro si costruiva con quella specie di smania frenetica? Per quale aberrazione non si aspettavano gli abitanti, preparando delle migliaia di alloggi per le genti che verrebbero forse all'indomani?
Sola scusa di quella pazzia era l'essersi detto, l'aver stabilito preventivamente come verità indiscutibile che la terza Roma, la capitale trionfale dell'Italia, non poteva aver meno di un milione di anime.
Non erano peranco venuti, ma verrebbero senza dubbio; nessun patriotta poteva dubitarne, senza commettere un delitto di leso patriottismo.
E si fabbricava, si fabbricava, si fabbricava senza tregua, pei cinquecentomila cittadini in cammino verso la città.
Non si pensava nemmeno più al giorno dell'arrivo; bastava la certezza che giungerebbero.
A Roma stessa le Società che s'erano costituite per la costruzione delle arterie principali, attraverso i vecchi rioni malsani, recentemente abbattuti, riuscivano a vendere e ad affittare i loro immobili, e ne ricavavano dei guadagni lautissimi.
Ma, mano mano che il delirio cresceva, erano sòrte altre Società allo scopo di erigere, fuori di Roma, altri ed altri rioni, vere cittaduzze, di cui non v'era il menomo bisogno.
Dalla porta S. Giovanni alla porta S. Lorenzo, dei sobborghi sorsero come per miracolo.
Sugli immensi terreni della Villa Ludovisi, da porta Salaria a Porta Pia, fino a S. Agnese, si abbozzò un altro sobborgo.
Finalmente ai Prati di Castello si volle far sorgere dal suolo, in un attimo, una città intiera, colla sua scuola, la sua chiesa, il suo mercato. Nè si trattava di casette da operai, di alloggi modesti pel popolino e gli impiegati; erano edifizi colossali, veri palazzi a tre e quattro piani, con facciate uniformi e smisurate che facevano di quei nuovi rioni eccentrici dei rioni babilonesi, che solo delle capitali industriali, in cui la vita rifluisce intensa, come Parigi e Londra, avrebbero potuto popolare.
Questi sono i risultati spaventosi dell'orgoglio e del giuoco! Che amara lezione per Roma, che caduta in rovina, si vede anche disonorata ora da quella deforme cintura di grandi carcami di gesso, per la maggior parte incompiuti, di cui le macerie seminano già le vie piene d'erba!
Lo sfacelo funesto, il disastro furono terribili.
Narciso ne dava le ragioni, ne seguiva così bene le fasi, che Pietro intese chiaramente.
Molte Società finanziarie erano sòrte naturalmente in quel terreno della speculazione: l'Immobiliare, la Società di edilizia e di costruzioni, la Fondiaria, la Tiberina, l'Esquilino, le quali facevano fabbricare delle case enormi, delle vie intere, per rivenderle.
Ma giuocavano anche sui terreni, cedendoli con forti benefizi ai piccoli speculatori che sorgevano da tutte le parti, sognando anch'essi dei lauti proventi nel continuo rialzo fittizio provocato dalla febbre dell'agio.
ll peggio si era poi che quei borghesucci, quei bottegai senza danari e senza esperienza, perdevano la testa a segno da far costruire anch'essi, prendendo i fondi dalle Banche, rivolgendosi alle Società da cui avevano acquistato i terreni per ottenere da esse il danaro necessario a condurre a termine i fabbricati.
Per lo più, quelle Società si vedevano costrette, per non perdere ogni cosa, di riprendere i terreni e i fabbricati, anche non compiuti, il che formava un incaglio terribile, sotto cui erano condannate a soccombere.
Se il milione di abitanti, su cui si contava in un sogno di speranza gigantesca, fosse venuto ad occupare gli alloggi preparatigli, i guadagni sarebbero stati incalcolabili. Roma sarebbe diventata in dieci anni una delle più prospere capitali del mondo. Gli abitanti si ostinavano a non venire, non si affittava nulla; le case restavano vuote.
Ed allora la crisi scoppiò come un fulmine, con violenza senza esempio, per due ragioni.
Anzitutto, le case costruite dalle Società erano immobili troppo grandi e quindi difficili a vendersi, che la massa dei possidentucci che desiderava collocare i proprii piccoli fondi non aveva il coraggio di acquistare.
L'atavismo aveva influito; i costruttori avevano veduto le cose troppo in grande, erigendo una serie di palazzi stupendi, destinati a schiacciare quelli delle altre città, ma condannati a rimaner tetri e deserti come una delle testimonianze più inaudite dell'orgoglio impotente.
Non si trovavano grandi capitali pronti che potessero sostituirsi a quelli della Società.
Eppoi, negli altri luoghi, a Parigi, a Berlino, i rioni nuovi, gli abbellimenti, si erano fatti con capitali nazionali, con risparmi.
A Roma invece si era fabbricato col credito, con cambiali a tre mesi, e specialmente coi danari dell'estero. Si valuta circa ad un miliardo l'enorme somma perduta, quattro quinti del quale miliardo erano danari francesi.
La cosa si faceva da banchiere a banchiere: i banchieri francesi prestavano al tre e mezzo ed al quattro per cento ai banchieri italiani, i quali, dal canto loro, prestavano agli speculatori, ai costruttori di Roma, al sei, al sette e persino all'otto per cento.
Si può quindi figurarsi che disastro avvenne quando la Francia, venuta a sapere l'alleanza dell'Italia colla Germania, ritirò i suoi ottocento milioni in meno di due anni.
Ne risultò un immenso riflusso, che vuotò le banche italiane, e così le Società fondiarie, e tutti coloro che speculavano sui terreni e sulle costruzioni, costretti al rimborso, dovettero rivolgersi alle Società di emissione, quelle che avevano la facoltà di emettere della carta.
In pari tempo intimidirono lo Stato, minacciandolo di mettere sul lastrico di Roma quarantamila operai senza lavoro, se non costringeva le Società di emissione a prestar loro i cinque o sei milioni di carta di cui avevano bisogno, cosa che lo Stato finì col fare, sgomentato dalla idea di un fallimento generale.
Naturalmente non si poterono restituire quei cinque o sei milioni alle scadenze, dal momento che le case non si vendevano nè si affittavano; cosicchè la rovina cominciò e proseguì a precipizio; le macerie piovvero sulle macerie, i piccoli speculatori caddero sui costruttori, questi sulle Società fondiarie, queste sulle Società d'emissione; le quali ultime caddero sul credito pubblico, rovinando la nazione.
Ed ecco come una semplice crisi edilizia divenne uno spaventoso disastro finanziario, un pericolo di rovina nazionale, tutt'un miliardo sommerso senza profitto, Roma sciupata, ingombrata da giovani rovine obbrobriose, dagli alloggi vuoti e spalancati, pronti per accogliere i seicentomila abitanti di cui si fantasticava e che oggi ancora si aspettano invano.
Del resto, nel soffio di gloria che spirava, lo Stato stesso vedeva tutto in grande.
Si trattava di creare di pianta un'Italia trionfale, di farle compiere in venticinque anni l'opera di unificazione e di grandezza, per cui altre nazioni avevano impiegato dei secoli.
Da qui un'attività febbrile, delle spese portentose, canali, ponti, ferrovie, strade, lavori pubblici smisurati in tutte le città. Si improvvisava, si organizzava la grande nazione, senza far conti.
Dopo l'alleanza con la Germania, le spese della guerra e della marina divoravano inutilmente dei milioni.
E non si poteva far fronte ai bisogni sempre crescenti, che a furia di emissioni, i prestiti succedendosi di anno in anno.
A Roma la sola costruzione del Ministero della guerra costava dieci milioni, quella del Ministero delle finanze quindici, e si spendevano cento milioni pei Lungo Tevere, che non sono finiti, e si ingolfavano più di centocinquanta milioni nei lavori di difesa attorno alla città.
E sempre spirava la vampa fatale d'orgoglio, linfa vitale di quella terra che non può formare che progetti troppo vasti, l'intento di abbagliare il mondo e di conquistarlo, non appena s'è posto il piede al Campidoglio, nella polvere accumulata di tutti i poteri umani, che vi sono caduti in frantumi gli uni sugli altri.
- Ah! caro amico - continuò Narciso - se vi riferissi le storie che circolano, quello che ci si racconta all'orecchio, se vi narrassi certi fatti, sareste stupito, spaventato del punto di demenza a cui questa città tutt'intera, una città così giudiziosa in fondo, così indolente, così egoista, ha potuto giungere nel terribile contagio della passione del giuoco. Solo la gentuccia, gli ignoranti e gli sciocchi non sono andati in rovina, perchè le famiglie più distinte, quasi tutta la nobiltà romana, vi hanno rimesso le dovizie antiche, e l'oro, ed i palazzi e le gallerie di capolavori che dovevano alla munificenza dei papi. Quelle ricchezze colossali, accumulate da secoli di nepotismo, fra le mani di pochi, si sono stemperate come cera, in soli dieci anni, sotto alla fiamma livellatrice della speculazione moderna.
Poi, astratto, non ricordandosi che parlava ad un prete, riferì una di quelle storie equivoche.
- Guardate! il nostro caro amico Dario, principe Boccanera, l'ultimo del nome, che è ridotto a vivere colle briciole della sostanza dello zio cardinale, il quale non possiede più altro che il reddito della sua carica, ebbene! nuoterebbe certo nell'oro senza la storia straordinaria della villa Montefiori... Devono avervela raccontata: i vasti terreni di quella villa ceduti per dieci milioni ad una Società di capitalisti; poi, il principe Onofrio, padre di Dario, che, preso dalla smania di speculare, ricompera a caro prezzo i propri terreni, speculando su di essi, facendovi fabbricare; poi la catastrofe finale che gli porta via, coi dieci milioni, tutto quello che possedeva personalmente, le reliquie della ricchezza, altre volte immensa dei Boccanera... Ma quello che non vi hanno detto probabilmente, sono le cause segrete, la parte che il conte Prada, il marito di quella deliziosa contessina che aspettiamo, ha rappresentato in quella storia. Egli era l'amante della principessa Boccanera, la bella Flavia Montefiori, che aveva portato la villa in dote al principe. Ah! una splendida creatura, molto più giovane del marito, e si afferma che Prada fosse padrone del marito, mediante la moglie, a segno che questa gli si rifiutava alla sera, quando il vecchio principe esitava a dare la sua firma, o ad impegnarsi maggiormente in un affare di cui aveva, pel primo, presagito i pericoli. Prada v'ha guadagnato dei milioni, che mangia ora in modo molto intelligente. In quanto alla bella Flavia, ormai matura, sapete che, dopo aver ricavato una piccola sostanza dal disastro, ha rinunziato coraggiosamente al suo titolo di principessa Boccanera per comperarsi un bell'uomo, un secondo marito, molto minore di lei questa volta, di cui ha fatto un marchese Montefiori il quale la rende felice e splendidamente bella, sebbene abbia varcato la cinquantina.
In tutto questo, l'unica vittima è il nostro amico Dario, che non possiede più nulla ed è deciso a sposare la cugina, povera come lui. E' vero che essa lo vuole e che egli non può che amarla quanto Benedetta lo ama. Se non fosse così, avrebbe accettato qualche americana, qualche ereditiera milionaria, come tanti altri principi, a meno che il cardinale e donna Serafina non vi si fossero opposti, perchè quei due sono degli eroi nel loro genere, dei romani orgogliosi ed ostinati che intendono di serbare il loro sangue puro da ogni parentado straniero... Basta, speriamo che l'ottimo Dario e quella leggiadrissima Benedetta riescano ad essere felici insieme.
S'interruppe, poi, dopo alcuni passi fatti in silenzio, riprese più piano:
- Per conto mio ho un parente che ha raccolto quasi tre milioni nell'affare della villa Montefiori. Ah! come rimpiango di non essere giunto qui che dopo quei tempi eroici della speculazione! Che divertimento doveva essere, e che colpi poteva fare un giuocatore di sangue freddo!
Ma, ad un tratto, scorse davanti a sè, nell'alzare la testa, il rione nuovo dei Prati di Castello; e la sua fisionomia cambiò, egli ridiventò l'uomo dall'anima artistica, sdegnato dalle turpi fabbriche moderne con cui si era profanata la Roma papale.
I suoi occhi si offuscarono, la sua bocca manifestò lo sprezzo amaro del sognatore, ferito nella sua passione pei secoli scomparsi.
- Guardate, guardate! o città d'Augusto, città di Leone decimo, città dell'eterna forza e della bellezza eterna!
Infatti, anche Pietro era colpito.
Una volta si stendevano in quel luogo, lungo il Tevere, sino alle prime falde del Monte Mario, in un largo spazio piano, i prati del Castel Sant'Angelo, interrotti da qualche filare di pioppi, delle vaste distese erbose, care agli artisti, che mettevano una prima prospettiva di verzura attorno al Borgo ed alla lontana cupola di San Pietro.
Ed ora invece, in mezzo a quel piano sconvolto, lebbroso e biancastro, vi era tutta una città, una raccolta di case massiccie, colossali, dei cubi di pietra regolari, tutti uguali, con delle vie larghe, ad angoli retti, un'immensa scacchiera dalle caselle simmetriche.
Le stesse facciate si riproducevano da un capo all'altro, come una serie di conventi, di caserme, di ospedali, di cui le linee identiche si protraevano senza fine. E lo stupore, il senso speciale di tristezza che spirava da quei luoghi, senso inesplicabile sulle prime, proveniva dalla catastrofe che aveva immobilizzato quella città in piena costruzione, come se, in un giorno nefasto, un mago, fautore di disastri, avesse, con un colpo di verga, fermato i lavori, vuotato i cantieri rumorosi, lasciando quei fabbricati in abbandono come si trovavano in quel momento.
Vi si rivedevano tutti gli stadii, dagli sterri alle buche profonde scavate pei fondamenti, rimasti biancheggianti ed invasi dalle gramigne, fino al palazzo già tutto in piedi, compiuto ed abitato.
Vi erano delle case di cui le mura spuntavano appena dal suolo, altre erano giunte fino al secondo, al terzo piano, coi loro impiantiti di ferro a traforo; le loro finestre aperte sul cielo; ed altre infine, arrivate alla loro altezza totale, e coperte del loro tetto, sembravano carcami in balìa a tutti i venti, gabbie vuote.
Poi vi erano delle case finite, ma di cui non si aveva avuto il tempo di intonacare le mura esterne, ed altre rimaste senza stipiti alle porte ed alle finestre, ed altre ancora prive di usci e di persiane, ma inchiodate come il coperchio di una bara, appartamenti senza un'anima, ed altri infine abitati, taluni in parte, pochissimi totalmente.
Nulla poteva descrivere la profonda malinconia di quella città della Principessa fatata, colpita da sonno mortale, ancor prima di aver vissuto, ammutolita sotto l'afa del solleone, in attesa di un risveglio che forse non doveva venir mai.
Pietro si era avviato dietro al compagno per una di quelle larghe vie mute, vuote e silenziose come un deserto.
Non una carrozza, non un pedone vi passavano.
Certune non avevano neppure il marciapiede, l'erba ne invadeva tutto lo spazio non peranco selciato, simile ad un campo che torna allo stato di natura; eppure, vi si trovavano da anni dei becchi di gas provvisorii, dei tubi di piombo legati con delle corde.
I padroni di quelle case avevano chiuso ermeticamente le aperture del pianterreno e degli altri piani, mediante forti tavole, per non essere costretti a pagare l'imposta delle porte e delle finestre.
Altre case, appena cominciate, erano cinte da steccati pel timore che diventassero il punto di convegno di tutti i banditi del paese.
Ma quello che diffondeva il massimo stupore erano le rovine nuove, gli alti edifizi stupendi, non compiuti e neppure intonacati, che non avevano ancora potato iniziare la loro esistenza di giganti di pietra, eppure si screpolavano già da tutte le parti, a segno che si erano dovute puntellare con delle armature complicate perchè non cadessero in polvere sul suolo.
Il cuore si stringeva come in una città d'onde un flagello avesse spazzato gli abitanti; la peste, la guerra, un bombardamento, di cui quei carcami colossali pareva recassero le traccie.
Poi, al ricordo che quella non era una morte, ma una nascita abortita, che la distruzione stava per compiere la propria opera prima che gli abitanti, sognati ed attesi invano, avessero dato la vita a quelle case nate-morte, la malinconia cresceva, un infinito sconforto invadeva l'anima.
E ad ogni angolo, vi era anche l'ironia atroce di magnifiche lastre di marmo su cui si leggevano nomi illustri tolti dalla storia; i Gracchi, gli Scipioni, Plinio, Pompeo, Giulio Cesare, nomi che suonavano come una derisione su quelle mura incompiute e già smantellate, come uno schiaffo del passato glorioso all'impotenza moderna.
Allora Pietro fu nuovamente colpito da questa verità: che chiunque possiede Roma viene preso dalla follia del marmo, dalla smania violenta di fabbricare e di lasciare ai popoli futuri il proprio monumento di gloria.
Dopo i Cesari che accatastavano i loro palazzi sul Palatino, dopo i papi che ricostruivano la Roma del Medio Evo, bollandola col loro stemma, ecco che il Governo italiano, appena insignoritosi della città, voleva subito rifabbricarla anche lui, più splendida e più sconfinata di quanto fosse stata mai.
Era la suggestione stessa del suolo, era il sangue di Augusto che inebbriava di nuovo gli ultimi venuti, spingendoli alla demenza di voler fare della terza Roma la nuova regina della terra?
E da questo provenivano i progetti giganteschi, gli scali ciclopici, i semplici Ministeri gareggianti col Colosseo: da questo i rioni nuovi dalle case gigantesche, cresciute attorno all'antica metropoli come altrettante città.
Egli ricordò la cintura di calce che girava attorno alle vecchie tettoie fulve; vedute dalla cupola di San Pietro e simile, da lontano, ad una cava di pietre abbandonata; poichè non era solo ai Prati di Castello, ma anche alla porta San Giovanni, alla porta San Lorenzo, alla Villa Ludovisi, sulle alture del Viminale e dell'Esquilino, che dei rioni incompiuti e vuoti cadevano già in rovina, fra l'erba delle vie deserte.
Questa volta, dopo duecento anni di fertilità portentosa, pareva che il suolo fosse finalmente esaurito, che la pietra dei monumenti rifiutasse ormai di germogliarvi.
Come negli antichissimi frutteti, i susini ed i ciliegi che si trapiantano intristiscono e muoiono, così le mura nuove non trovavano più, in quella polvere di Roma, isterilita dalla vegetazione secolare di un così gran numero di templi, di archi di trionfo, di basiliche e di chiese, la vita necessaria per alimentarsi. E le case moderne che s'era tentato di farvi attecchire, le case inutili e troppo vaste, tronfie d'ambizione ereditaria, non avevano potuto giungere a maturità, sorgendo in mezze facciate, forate da finestre boccheggianti, senza forza per salire sino alla tettoia, rimaste infeconde, come le brughiere disseccate di un terreno che ha già prodotto troppo.
Una tristezza infinita spirava da quella grandezza passata, così ricca di potenza creatrice, che metteva capo ad una simile manifestazione di impotenza nell'attualità: Roma che dopo avere coperto il mondo dei suoi monumenti indistruttibili, non generava ormai che delle rovine.
- Ma si finiranno eh! un giorno? - esclamò Pietro.
Narciso lo guardò con sorpresa.
- E per chi mai?
Questa era la parola terribile.
Ah! quei cinque o seicento mila abitanti di cui s'era sognato l'arrivo e che si aspettava ancora, dove vivevano nell'ora presente, in quali campagne vicine, in quali città remote?
Se nei primi giorni della conquista un caldo patriottismo aveva potuto sperare una popolazione simile, ci sarebbe voluto oggi uno strano acciecamento per crederla possibile. L'esperienza era fatta, Roma restava stazionaria; non si prevedeva nessuna delle cause che vi avrebbero raddoppiato gli abitanti, nè i piaceri che offriva, nè i proventi di un commercio e d'un'industria che non possedeva, nè l'interesse della vita sociale ed intellettuale a cui non pareva più atta.
In ogni caso ci volevano anni ed anni perchè prosperasse.
Ed allora come popolare le case, finite e vuote, che aspettavano gli inquilini? Per chi condurle a termine, quelle case che, rimaste allo stato di scheletro, si sbriciolavano al sole ed alla pioggia?
Esse rimarrebbero dunque là in eterno, le une ischeletrite, aperte a tutti i venti, le altre chiuse, mute come tombe, nella deformità dolorosa della loro inutilità e del loro abbandono?
Che terribile testimonianza sotto lo splendido cielo!
I nuovi signori di Roma avevano iniziato male l'opera e se sapevano quello che si sarebbe dovuto fare, oserebbero mai disfare quello che avevano fatto?
Poichè il miliardo impiegato colà sembrava definitivamente sciupato e perduto, era il caso di augurarsi un Nerone, di energia smisurata ed onnipotente, il quale, afferrata la torcia ed il piccone, ardesse tutto, abbattesse tutto, rivendicando i diritti della ragione e del bello.
- Ah! - riprese Narciso - ecco la contessina ed il principe.
Benedetta aveva fatto fermare la carrozza ad un incrocio delle vie deserte e s'inoltrava a braccio di Dario per quelle larghe strade, così calme, sparse d'erba, fatte per gli innamorati, entrambi felici della passeggiata e dimentichi della miseria che erano venuti a vedere.
- Oh! che bel tempo! - diss'ella, lietamente, salutando i due amici. - Vedete come il sole è tepido! Ed è così dilettevole muoversi un po' a piedi come in campagna!
Dario finì pel primo di sorridere al cielo azzurro, alla gioia di passeggiare colla cugina a braccetto.
- Mia cara, bisogna pur andare da quella gente, giacchè ti ostini in quel capriccio, che ci guasterà il piacere di questa bella giornata. Vediamo, bisogna che mi orizzonti. Io non valgo molto, a dir il vero, per raccapezzarmi nei luoghi dove non mi sorride di andare. E questo rione è insopportabile, con le sue vie morte, le sue case morte, dove non c'è una faccia di cui uno si ricordi, una bottega che vi metta sulla buona strada... Credo che sia da questa parte. Seguitemi ad ogni modo e vedremo.
Ed i quattro si diressero verso la parte centrale del quartiere, rimpetto al Tevere, dove v'era un nucleo di popolazione, i padroni di casa usufruendo alla meglio le case terminate, affittando gli alloggi a prezzi ridicoli e non facendo difficoltà quando la pigione tardava. Degli impiegati bisognosi, delle coppie senza denari si erano quindi stabiliti colà, pagando col tempo e giungendo sempre a dar qualche soldo.
Ma il peggio si era che, in seguito alle demolizioni dell'antico Ghetto e delle vie mediante cui s'era allargato il Trastevere, delle vere orde di pezzenti senza tetto, senza pane, e quasi senza vesti, erano calate sulle case incompiute, invadendole colla loro miseria ed il loro lezzo - e la città aveva dovuto chiudere gli occhi, tollerare quella presa di possesso brutale, sotto pena di lasciare quella spaventosa povertà in mostra sulla pubblica via.
E così i vasti palazzi i fabbricati colossali di quattro o cinque piani, in cui si entrava da porte monumentali, ornate di grandi statue, dove delle loggie riccamente fregiate e sostenute da cariatidi correvano da un capo all'altro, erano caduti in balìa di quegli ospiti terribili.
Le porte e le finestre essendo senza stipiti nè imposte, ogni famiglia di pezzenti aveva fatto la propria scelta, chiudendo alla meglio le finestre con delle tavole, turando le porte con dei cenci, occupando tutt'un piano principesco, oppure dando la preferenza a camere più anguste, per ammucchiarvisi a suo piacere.
Della biancheria cenciosa era stesa sulle loggie riccamente scolpite, e sciorinava la sua povertà immonda su quelle facciate d'aborto, schiaffeggiate nella loro boria.
Una rapida distruzione, delle lordure senza nome, disonoravano già quei begli edifizi bianchi, imbrattandoli di macchie infami - e dai portici stupendi, fatti per l'uscita principesca dei cocchi, fluivano rivi ignominiosi, immondezze e lordure, di cui le pozzanghere stagnanti imputridivano nelle larghe vie senza marciapiede.
Due volte Dario aveva fatto tornare indietro i compagni: sbagliava, si smarriva, imbronciandosi sempre più.
- Avrei dovuto prendere a sinistra. Ma come si fa a sapere? E' possibile raccapezzarsi in un luogo simile?
Adesso degli stormi di marmocchi pidocchiosi si trascinavano nella polvere. Erano di un sudiciume incredibile, quasi nudi, con le carni nere, i capelli arruffati, simili a mucchi di crine.
E delle donne circolavano, in gonnelle sudicie, in corpetti a brandelli, mostrando dei fianchi e dei seni da giumente stracche.
Molte, ritte in piedi, discorrevano tra di loro, con voci stridule; altre, sedute su vecchie seggiole, con le mani sulle ginocchia, rimanevano così per ore ed ore, in ozio assoluto. Si incontravano pochi uomini. Alcuni, allungati in disparte, fra l'erbe corte, con la faccia poggiata al suolo, dormivano al sole, annichiliti.
Ma l'odore diventava nauseabondo, un odore di miseria sudicia, di bestiame umano che si trascura e vive nel proprio lezzo.
E quell'odore fu reso anche più fetido dalle emanazioni di un mercato improvvisato che convenne attraversare, delle frutta fradicie, dei legumi cotti ed inaciditi, delle fritture del giorno precedente, dal grasso rappreso e rancido, che delle povere venditrici smerciavano per terra, in mezzo all'ingordigia famelica di un branco di fanciulli.
- Insomma, mia cara, non mi ci ritrovo! - esclamò il principe, volto a sua cugina. - Sii ragionevole: ne abbiamo veduto abbastanza, torniamo in carrozza.
Egli soffriva davvero, e, secondo l'espressione stessa di Benedetta, non sapeva soffrire, gli sembrava una cosa pazza, un delitto stolto, rattristarsi l'anima con una passeggiata simile. La vita era fatta per scorrere, piana e gioconda, sotto il cielo limpido. Bisognava rallegrarla solo con spettacoli graziosi, canti e danze.
E nel suo ingenuo egoismo, aveva un vero orrore del brutto, del povero, dell'ammalato, a segno che il solo vederlo gli dava un malessere fisico e morale. Ma Benedetta, che rabbrividiva come lui, voleva essere coraggiosa davanti a Pietro.
Lo guardò, lo vide così pieno di curiosità, così fervidamente pietoso, che, nello sforzo che essa faceva per simpatizzare con gli umili e con gli infelici, non volle arrendersi.
- No, no, Dario mio, bisogna restare... Questi signori vogliono vedere ogni cosa, non è vero?
- Oh! - disse Pietro - la Roma attuale è qui: questo luogo ammaestra più che tutte le passeggiate classiche attraverso le rovine ed i monumenti.
- Caro mio, esagerate - disse Narciso, questa volta. - Ma vi concedo però che è interessante, interessantissimo. Le vecchie, oh! le vecchie in ispecie, hanno una espressione straordinaria!
In quel punto, Benedetta non potè trattenere un grido di lieta ammirazione nel vedere una fanciulla d'una bellezza meravigliosa:
- Oh! che bellezza!
- E Dario, avendola ravvisata, esclamò, con lo stesso accento di gioia:
- To', è la Pierina... Essa ci farà da guida.
Da un momento la fanciulla seguiva il gruppo, senza avere il coraggio di avvicinarsi.
I suoi sguardi si erano fissati con fuoco sul principe, sfavillando di una gioia da schiava innamorata: poi si era data ad esaminare rapidamente la contessina, ma senza sdegno, con una specie di tenera umiltà, anzi, di dolore rassegnato, nel trovarla così bella anche lei.
E quella Pierina era, in verità, quale il principe l'aveva dipinta, alta, forte, con un seno da dea, un vero modello antico, una Giunone a vent'anni, il mento un po' grosso, la bocca ed il naso perfetti di linee, dei grandi occhi da giovenca ed una faccia sfolgorante, come indorata da un raggio di sole, sotto l'elmo dei folti capelli neri.
- E così, ci conduci? - domandò Benedetta, familiarmente, confortandosi già delle orrende cose vedute nel pensiero che potessero esistere delle creature simili.
- Oh! sissignora, sì! subito.
E si diede a correre davanti a loro, calzando scarpe senza buchi, indossando un vecchio vestito di lanetta bruna che doveva aver lavato e rammendato di recente.
Si indovinava in lei un certo studio di civetteria, un desiderio di mondezza che le altre non avevano - a meno che non fosse la sua somma bellezza che irraggiava le rozze vesti, facendo di lei una dea.
- Che bellezza! - non si stancava di ripetere la contessa, seguendola. - E' un diletto, Dario mio, guardar quella fanciulla.
- Sapevo che ti piacerebbe - rispose lui, semplicemente, lusingato della sua scoperta e non parlando più di andarsene, ora che poteva finalmente riposare gli occhi sopra una cosa grata a vedersi.
Dietro di loro veniva Pietro, meravigliato anche lui, a cui Narciso confidava i dubbi del suo gusto, che lo portava a prediligere le cose rare e raffinate.
- Sì, sì, non c'è che dire, è bella... Soltanto, caro mio, non vi ha nulla di più materiale del loro tipo romano, un tipo senz'anima, senza al di là... Sotto la loro pelle non c'è che del sangue e nulla di celestiale...
Ma la Pierina si era fermata, additando, con un gesto, sua madre, che sedeva sopra una cassa mezzo sfondata, davanti all'alto portone di un palazzo incompiuto.
Anch'essa doveva essere stata molto bella, ma era già sciupata a quarant'anni, con gli occhi spenti dalla miseria, la bocca sformata, con denti neri, la faccia solcata da larghe rughe flaccide, il seno enorme e cascante, ed era orribilmente sudicia, coi capelli grigi che si arruffavano in ciocche spettinate, la gonnella ed il corpetto ridotti in brandelli, da cui traspariva il sudiciume della persona.
Con ambe le mani reggeva in grembo un lattante, l'ultimo nato, che dormiva.
E lo guardava come fulminata e senza coraggio, collo sguardo della bestia da soma, rassegnata al suo destino, da madre che aveva partorito delle creature e le aveva allattate, senza saperne il perchè.
- Ah! vedo, vedo - disse alzando la testa - è quel signore che è venuto a darmi uno scudo, perchè t'ha incontrata che piangevi. E torna ora a trovarci con degli amici. Vedo, vedo! C'è della brava gente ad ogni modo!
Allora raccontò la sua storia, ma tepidamente, senza neanche tentare di impietosirli.
Si chiamava Giacinta, aveva sposato un muratore, Tommaso Gozzo, da cui aveva avuto sette figli; la Pierina, poi Tito, un giovanotto di diciotto anni e quattro altre figlie, di due in due anni, ed infine quello che teneva in grembo, un altro maschio. Avevano abitato a lungo lo stesso alloggio in Trastevere, in una casa ora demolita.
E pareva che, rovinando quella casa, avesse in pari tempo rovinato la loro vita: perchè tutte le sciagure erano calate su di loro, dopochè si erano rifugiati ai Prati di Castello; la crisi terribile delle costruzioni aveva messo in sciopero Tommaso e Tito, la chiusura recente della fabbrica di perle aveva lasciato senza lavoro la Pierina, che guadagnava sino a venti soldi, quello che ci voleva per non morire di fame. Nessuno di loro lavorava ormai e si viveva a casaccio.
- Se volete salire, signori... Troverete lassù Tommaso, col fratello Ambrogio, che abbiamo preso con noi, e sapranno parlarvi meglio di me, vi diranno le cose che bisogna dire... Che volete? Tommaso riposa... Appunto come Tito, che dorme, dal momento che non ha nulla di meglio da fare.
Accennava con la mano un giovane allungato nell'erba secca, che aveva il naso lungo, la bocca dura, ma gli occhi mirabili di Pierina.
Questi si era limitato ad alzare la testa, inquieto nel vedere quella gente estranea. Ma un fiero cipiglio gli aggrottò la fronte, quando notò lo sguardo di estasi con cui sua sorella contemplava il principe.
E, seppure abbandonasse di nuovo la testa fra l'erbe, non chiuse più gli occhi, stando a spiarli.
- Pierina, conduci un po' questi signori, giacchè vogliono vedere.
Altre donne si erano avvicinate, strascicando i piedi nudi nelle ciabatte; degli stormi di ragazzi brulicavano qua e là, delle bambine quasi nude, tra cui vi erano probabilmente le altre quattro di Giacinta, tutte così simili, con gli occhi neri e la zazzera arruffata, che solo le madri potevano distinguerle; ed era un pullulamento, un accampamento di miseria, in pieno sole, in mezzo a quella maestosa via del disastro, fiancheggiata da palazzi incompiuti e già smantellati. Benedetta disse, pian piano, al cugino, con amorevolezza sorridente:
- No, no, non salire... Non voglio la tua morte, Dario mio, sei già stato troppo carino a venir fin qui; aspettami giù, sotto questo bel sole, giacchè il signor abate ed il signor Habert mi accompagnano.
Si diede a ridere anche lui, e, accettando con piacere, accese una sigaretta e rimase a passeggiare pian piano, godendosi il dolce tepore dell'aria.
La Pierina era entrata rapidamente sotto il portico, dalla vôlta ornata di cassettoni a fregi. Nell'atrio un vero letamaio copriva le lastre di marmo, già rovinate in parte.
Poi veniva la monumentale scala di pietra, con ringhiere scolpite e traforate, di cui i gradini erano già spezzati e coperti da uno strato così denso di immondizie che parevano neri.
Tutte le mani vi avevano lasciato delle traccie luride, e dalle mura, rimaste allo stato greggio, in attesa delle pitture e delle dorature che dovevano adornarle, spirava un sudiciume ignominioso.
Pierina si fermò al primo piano, sul largo pianerottolo, e si limitò a gridare, pel vano di una porta boccheggiante, senza stipiti, nè imposte:
- Babbo, c'è qui una signora con due signori che ti vengono a trovare.
Poi, volta alla contessina:
- In fondo, in fondo, nella terza sala.
E scappò, scendendo la scala più presto di quanto l'avesse salita, per tornare giù, presso l'uomo che amava.
Benedetta ed i suoi compagni attraversarono le due sale immense, dal suolo ineguale di calce, dalle finestre aperte sul vuoto.
E capitarono finalmente in una sala più piccola, dove tutta la famiglia Gozzo si era stabilita coi rottami che le servivano da mobili. In terra, sulle basi di ferro, rimaste a nudo, erano sparsi cinque o sei sacconi, consumati dal sudore.
In mezzo figurava una lunga tavola, ancor salda, e si vedeva anche qualche seggiola di paglia in brandelli, accomodata con delle corde.
Ma il lavoro più grosso era stato l'otturamento di una finestra su tre, mentre la terza finestra e la porta erano velate da vecchie tele da materasso, crivellate di macchie e di buchi.
Tommaso, il muratore, rimase confuso, e parve evidente che non era abituato a ricevere di quelle visite di carità.
Sedeva davanti alla tavola, coi due gomiti sul legno, il mento tra le mani, riposando, come aveva detto Giacinta, sua moglie.
Era un uomo sui quarantacinque anni, barbuto e capelluto, con faccia lunga e grande, di una serenità da senatore romano nella sua miseria e nel suo ozio. Al primo vedere i due forestieri, che riconobbe subito per tali, si era alzato, con atto di diffidenza.
Ma sorrise non appena ravvisò Benedetta, e, siccome ella gli parlava di Dario, rimasto giù, spiegando lo scopo caritatevole della loro visita, egli l'interruppe:
- Oh! sì, sì, contessina... Oh, so bene chi siete, perchè ho turato una finestra nel palazzo Boccanera, ai tempi di mio padre.
Allora si lasciò compiacentemente interrogare, rispondendo a Pietro, sorpreso, che non erano molto felici, ma che avrebbero vissuto ad ogni modo se avessero potuto lavorare almeno due giorni alla settimana.
Ed in fondo, poi, non era malcontento di patire un po' di fame, poichè viveva a suo talento, senza stancarsi.
Era sempre la storia del fabbro, il quale chiamato da un viaggiatore per aprirgli un baule di cui aveva smarrita la chiave, rifiutava assolutamente di scomodarsi all'ora della siesta.
Non si pagava più l'alloggio, dal momento che v'erano dei palazzi vuoti, aperti per la povera gente, e pochi soldi sarebbero bastati pel vitto, tanto si era sobrii e di facile contentatura.
- Oh! signor abate, le cose andavano meglio assai sotto il papa... Mio padre, che era muratore come me, ha lavorato tutta la vita al Vaticano, ed anche io, oggi, quando ho qualche giornata di lavoro, è là che la trovo... Vedete, quei dieci anni di grandi lavori, in cui non si scendeva dalle scale, e si guadagnava quanto si voleva, ci hanno viziati. Naturalmente si mangiava meglio, ci si vestiva, non ci si rifiutava nessun piacere; ed oggi sembra più duro privarsi... Ma se foste venuto a trovarci sotto il papa, signor abate! Non si pagavano tasse, la roba non costava nulla, la vita era piana come un olio.
In quel punto un brontolìo sorse da uno dei sacconi, nell'ombra delle finestre turate ed il muratore riprese, col suo piglio lento e pacato:
- E' mio fratello Ambrogio che non la pensa come me... Lui è stato coi repubblicani, nel '49, quando aveva quattordici anni... Non importa, lo abbiamo preso con noi quando abbiamo saputo che moriva di malattia e di fame in una cantina.
I visitatori ebbero un fremito di pietà.
Ambrogio, che aveva quindici anni più di Tommaso, ma toccava appena i sessanta però, era una rovina, distrutto dalla febbre, con le gambe così fiacche e scarne che passava i giorni sul saccone, senza più uscire. Più piccolo del fratello, più magro, più irrequieto, aveva esercitato il mestiere del falegname. Ma nella sua decadenza fisica serbava una testa meravigliosa, una faccia d'apostolo e di martire, nobile e tragica d'espressione nell'arruffio di barba e capelli bianchi che l'incorniciava.
- Il papa, il papa, brontolò, non ho mai parlato male del papa. E' colpa sua però se la tirannide continua. Lui solo avrebbe potuto darci la repubblica, nel '49, e non saremmo a questo punto.
Aveva conosciuto Mazzini e ne serbava il misticismo nebbioso, il sogno di un papa repubblicano che faceva finalmente regnare la libertà e la fraternità sulla terra.
Ma più tardi, la sua passione per Garibaldi avendo turbato quel concetto, gli aveva fatto giudicare il papato indegno ed inetto ormai a cooperare alla redenzione umana; cosicchè restava confuso nelle sue idee, diviso tra le chimere della sua gioventù e la dura esperienza della sua vita. D'altronde non aveva mai agito che sotto l'impulso d'una commozione violenta, e si limitava alle belle parole, agli augurii vaghi e indeterminati.
- Ambrogio, fratello mio, - rispose pacatamente Tommaso; - il papa è il papa e la saviezza vuole che ci si metta con lui, perchè egli sarà sempre il papa, cioè il più forte... Per conto mio, se si votasse domani, voterei per lui.
Il vecchio operaio non si affrettò a rispondere. L'accorta prudenza della sua razza lo aveva calmato.
- Per conto mio, Tommaso, voterei contro di lui, sempre contro... E sai bene che avremmo la maggioranza... L'è finita per il papa-re. Persino il Borgo insorgerebbe... Ma ciò non vuol dire che non ci si debba intendere con lui, perchè la religione di ognuno sia rispettata.
Pietro ascoltava con vivo interesse e si arrischiò a fare una domanda.
- Vi sono molti socialisti tra il popolo di Roma?
Questa volta la risposta si fece aspettare ancora di più.
- Dei socialisti, sì, signor, abate, ve ne sono alcuni certamente, ma molto meno che nelle altre città... Quelle sono cose nuove che gli impazienti accettano senza capirne gran che, forse. Noi, vecchi, stiamo per la libertà, ma non vogliamo nè incendii nè massacri.
E preso dalla paura di parlar troppo chiaro davanti a quella signora e a quei signori, si diede a gemere, allungandosi sul saccone, mentre la contessina si congedava, un po' nauseata dall'odore, dopo aver avvertito il prete che valeva meglio dar la loro elemosina alla donna.
Tommaso aveva già ripreso il suo posto davanti alla tavola, col mento tra le mani, salutando gli ospiti senza commuoversi della loro partenza più di quello che si fosse commosso del loro ingresso.
- Arrivederli, signori, e felicissimo di averli potuti soddisfare.
Ma, nell'uscire, l'entusiasmo di Narciso proruppe, ed egli si volse per ammirar di nuovo la testa del vecchio Ambrogio.
- Oh! caro abate, che capolavoro! Ecco la bellezza, ecco il portento! Quanto è meno volgare che il viso di quella ragazza!... Qui sono sicuro che l'agguato del sesso non mi induce in una tentazione peccaminosa, che non mi commuove per ragioni basse. Eppoi, in verità, che impronta in quelle rughe, che mistero in fondo a quegli occhi spenti, nell'arruffio di quella barba e di quei capelli! Fa sognare d'un profeta, di un Dio padre!
Giù, Giacinta sedeva ancora sulla cassa semisfondata col lattante in grembo, e pochi passi più in là Pierina, in piedi davanti a Dario, lo guardava rapita, mentre egli finiva la sigaretta, e Tito, allungato nell'erba, come una bestia in agguato, non staccava gli occhi da loro.
- Ah! signori miei - riprese la madre con la sua voce rassegnata e dolente: - avete veduto, eh? Non è molto abitabile. La sola cosa buona è che non manca lo spazio. Ma vi sono dei riscontri tali da pigliarsi la morte sera e mattina. Eppoi, sono sempre inquieta pei bambini a motivo delle buche.
Raccontò la storia di una donna la quale, una sera, credendo di uscire sul ripiano, aveva sbagliato, e, presa una finestra per la porta, si era uccisa di colpo, precipitando sulla via.
Anche una bambina s'era rotte le braccia, cadendo dall'alto di una scala che non aveva ringhiera.
E, d'altronde, si poteva restar morti lì dentro, senza che alcuno lo sapesse e pensasse a raccogliervi. Il giorno prima anzi s'era trovato in fondo ad una camera lontana, sopra un mucchio di calce, il cadavere di un vecchio che doveva esservi morto di fame da più di una settimana, e vi sarebbe certamente rimasto, se il fetore non avesse fatto indovinare la sua presenza ai vicini.
- Ma questo sarebbe il meno, se si avesse da mangiare - continuò Giacinta. - E quando si fa la balia senza mangiare non si ha latte. Questo piccino oh! come mi succhia il sangue! Si stizzisce, si stizzisce, ne vuole, ed io mi metto a piangere, perchè non è colpa mia se non c'è nulla.
Infatti, delle lagrime le bagnavano i poveri occhi spenti.
Ma ella si accese di collera improvvisa vedendo che Tito non s'era mosso dall'erba, sdraiato al sole come una bestia, il che le pareva incivile verso quella brava gente che, certo, stava per lasciarle una elemosina.
- Su! Tito! Fannullone! Non ti potresti metter ritto quando ti si viene a trovare?
Sulle prime egli fece orecchie da mercante, ma finì coll'alzarsi, mostrando un viso molto imbronciato, e Pietro, che quel giovane interessava, procurò di farlo discorrere interrogandolo come lo zio e il padre lassù.
Ma non potè cavarne che delle risposte brevi, piene di diffidenza e di dispetto.
Dal momento che non si trovava lavoro, il meglio era di dormire. Tanto non si muterebbero le cose coll'arrabbiarsi. Il meglio dunque era di vivere come si poteva, senza accrescere i propri guai. In quanto ai socialisti, sì, ve n'era qualcuno forse, ma egli non li conosceva E dalla sua attitudine stanca e noncurante risultava chiaramente che, se il padre stava pel papa e lo zio per la repubblica, lui, il figlio, non stava certo per nessuno. Pietro sentì in lui l'estinguersi di una razza, o, meglio, il sonno di un popolo in cui il senso democratico non si è ancora svegliato.
Ma, siccome il prete continuava, volendo sapere la sua età, ed a che scuola aveva studiato, ed in che rione era nato, Tito, all'improvviso, tagliò corto alle domande, dicendo con voce grave, volgendo un dito verso il petto:
- Io sono romano di Roma!
Infatti, questa parola non rispondeva a tutto? Io sono romano di Roma.
Pietro ne sorrise tristamente e si tacque, non avendo mai sentito meglio l'orgoglio della razza, il lontano retaggio di gloria che si era fatto così duro pondo oggi.
In quel degenerato che sapeva a mala pena leggere e scrivere, riviveva la vanità suprema dei Cesari. Quel pezzente conosceva la sua città, avrebbe potuto riferirne istintivamente la storia illustre. I nomi dei grandi imperatori e dei grandi papi gli erano famigliari. E perchè dunque lavorare, quando si è stati i signori della terra? Perchè non vivere di nobiltà e di ozio, nella più bella delle città, sotto il più dolce dei cieli?
- Io sono romano di Roma!
Benedetta aveva fatto scivolare la sua elemosina nella mano della madre - e così avevano fatto Pietro e Narciso, volendo associarsi alla sua buon'opera - quando Dario, che si era unito anche lui alla cugina, ebbe un'idea gentile, non volendo scordare la Pierina, a cui non ardiva offrir denari. Pose leggermente un dito sulle labbra e disse con una risatina:
- Per la bellezza.
E fu veramente dolce e carino quel bacio mandato così, con quel riso che lo metteva un po' in canzonatura, quel principe famigliare, commosso dalla muta adorazione della bella perlaia, come in una novella d'amore del tempo antico. La Pierina si fece tutta rossa dal piacere, e perdendo la testa, si precipitò sulla mano di Dario, premendovi le labbra ardenti in un impulso irriflessivo in cui vi era tanta gratitudine celeste quanta passione amorosa.
Ma un baleno si accese nell'occhio di Tito, che, afferrata prontamente la sorella per un lembo della gonna, la spinse lontano, con sorda minaccia:
- Bada veh! t'ammazzo, e lui con te.
Era più che tempo di andarsene, perchè altre femmine, avendo fiutato il danaro, si accostavano, stendendo la mano, sguinzagliando dei ragazzi piangenti. Tutto quel miserando lembo di città abbandonata era in subbuglio: un grido di dolore saliva dalle vie morte, segnate da lastre di marmo pomposo. E come fare? Non si potevano dare elemosine a tutti. Non c'era che la fuga, col cuore invaso da tristezza infinita, di fronte a quella conclusione logica della carità insufficiente.
Quando Benedetta e Dario ritrovarono la carrozza, si affrettarono a salirvi, stringendosi vicini, beati di sfuggire a quell'incubo.
Ella era lieta però di aver mostrato tanto coraggio davanti a Pietro; e gli strinse la mano, con atto da discepola intenerita, quando Narciso dichiarò che serbava il prete con sè per condurlo a far colazione nella piccola trattoria della piazza San Pietro, donde si vedeva una prospettiva così interessante del Vaticano.
- Bevete del vinello bianco di Genzano - gridò Dario, che aveva ripreso il suo buon umore. - Non v'ha il suo pari per scacciar le idee nere.
Ma Pietro si mostrava insaziabile nel chiedere ragguagli.
Lungo la strada, interrogò di nuovo Narciso sul popolo di Roma, la sua vita, le sue abitudini, i suoi costumi.
L'istruzione era quasi nulla, non vi era industria, o commercio coll'estero.
Gli uomini esercitavano qualche mestiere facile, tutto il consumo avendo luogo sul posto.
Fra le donne vi erano le perlaie, le ricamatrici, e l'articolo sacro, le medaglie, i rosarii, occupavano da lungo tempo un certo numero di operai, come pure la fabbricazione dei gioielli locali.
Ma, appena una donna era maritata e madre di quei bimbi, di quelle creature, che pullulavano come per miracolo, non lavorava quasi più. Alle corte, era una popolazione che si abbandonava al destino, lavorando per l'appunto quanto ci voleva per mangiare, accontentandosi di verdura, di pasta, di carne inferiore di montone senza ribellarsi, senza desiderar nulla per l'avvenire, non avendo altra cura che quella di tirare avanti, giorno per giorno, in quella vita precaria.
I due soli vizi del paese erano il giuoco ed i vinelli bianchi e neri dei castelli romani - vini di liti e di omicidii, i quali, nelle sere festive, all'uscita dalle taverne, seminavano la via di uomini rantolanti, tempestati di coltellate.
Le ragazze non erano viziose e si potevano contare quelle che si davano all'amante prima del matrimonio, questo perchè le famiglie rimanevano molto unite e docili all'autorità del padre.
Ed anche i fratelli vigilavano sull'onestà delle sorelle, come quel Tito, così duro per la Pierina, che la custodiva con cura feroce, non per un pensiero di gelosia inconfessabile, ma per la buona fama, per l'onore della famiglia.
E questo senza vera religione, anzi in mezzo alla più infantile idolatria, tutte le anime volgendosi alla Madonna ed ai santi, i quali contavano esclusivamente, e che tutti imploravano, all'infuori di Dio, di cui nessuno si curava mai.
Lo stato stagnante di quel popolino si spiegava facilmente. Era il passato che influiva su di esso, i secoli di accidia incoraggiata, di vanità lusingata, di vita indolente, ben accetta da tutti.
Quando i romani non erano nè muratori, nè falegnami, nè fornai, essi erano servitori allo stipendio dei preti, e quindi, più o meno, del papato. E da questo provenivano i due partiti molto spiccati: gli antichi carbonari, diventati mazziniani o garibaldini, certo i più numerosi, il fiore del Trastevere, poi i clienti del Vaticano, tutti quelli che vivevano della Chiesa, direttamente o indirettamente, e rimpiangevano quindi il papa-re.
Ma le cose rimanevano allo stato di opinione da ambe le parti, senza che sorgesse mai l'idea di un tentativo di lotta, di un pericolo da correre.
Ci sarebbe voluto un improvviso slancio di passione che avesse vinto il senno cauto di quella razza, gettandola in un breve accesso di demenza. A che pro' lottare? La miseria sussisteva da tanti secoli, il cielo era così azzurro, la siesta nelle ore calde valeva meglio di ogni cosa.
Ed un solo fatto spiccava chiaramente, il fondo di patriottismo, la maggioranza propizia a Roma, a quella gloria riconquistata, a segno che, per poco, non scoppiava una sommossa nella città Leonina quando era corsa la voce di una conciliazione fra il re ed il papa, conciliazione che aveva per base il ripristinamento del potere temporale in quel borgo.
Se la miseria sembrava maggiore qui, se l'operaio romano si lamentava di più, era perchè in realtà non aveva guadagnato nulla negli immensi lavori fatti per quindici anni a casa sua.
Anzitutto, più di quarantamila operai avevano invaso la città, quasi tutti operai dell'Italia settentrionale, che lavoravano per poco ed erano più attivi ed anche più induriti alle fatiche.
Poi, quando il romano aveva preso parte al lavoro, aveva vissuto meglio senza far risparmi; cosicchè, quando, scoppiata la crisi, si erano dovuti rimandare al loro paese i quarantamila operai delle provincie, egli si era ritrovato come prima in una città morta, dove le industrie erano in sciopero, e senza speranza di ottenere dell'altro lavoro.
Era ricaduto quindi nella sua antica indolenza, soddisfatto, in fondo, di non essere più costretto a soverchia fatica, tornando a vivere nella massima concordia con la sua vecchia innamorata, la miseria, senza un soldo e gran signore.
Ma Pietro era specialmente colpito dai diversi caratteri della miseria a Parigi ed a Roma. La miseria era, indubbiamente, maggiore a Roma, il nutrimento più immondo, il sudiciume più ripugnante. Perchè dunque quegli spaventosi pezzenti serbavano maggior disinvoltura ed una vera allegria?
Quando evocava un inverno a Parigi, le spelonche visitate da lui, dove la neve penetrava, dove intiere famiglie battevano i denti, senza fuoco e senza pane, si sentiva il cuore turbato da una intensa commiserazione che non aveva risentito ai Prati di Castello.
E comprese, finalmente: la miseria, a Roma, era una miseria che non aveva freddo.
Ah! che eterna e dolce consolazione! Un sole sempre limpido, un cielo benefico che restava sempre azzurro per bontà verso i miserabili! Che importava l'orrore dell'abituro, quando si poteva dormir fuori, nell'alito carezzevole del vento tepido? Che contava. la fame, quando le famiglie aspettavano i favori del caso nelle vie soleggiate, fra l'erba asciutta?
Il clima rendeva sobrii; non v'era bisogno di alcool, nè di carni rosse per affrontare le nebbie.
La divina infingardaggine rideva ai vespri d'oro, in cui la miseria diventava libertà, nell'aria fragrante, e la felicità di vivere pareva bastasse alle creature.
A Napoli, come riferiva Narciso, nei rioni del porto e di Santa Lucia, nei vicoli angusti, nauseabondi, tappezzati di biancherie che asciugavano, il popolo viveva in istrada. Le donne ed i bambini che non erano sulla via, abitavano sui ballatoi di legno traforati, annessi a tutte le finestre. E colà lavoravano, cantavano, si lavavano.
Ma la via era la stanza comune, dove gli uomini finivano di infilare i calzoni, dove le donne semi-nude spidocchiavano i figliuoli e si pettinavano, dove una popolazione di affamati trovava sempre il desco pronto, poichè nelle carrette, sui tavolini, v'era un continuo mercato di commestibili a vile prezzo, delle melagrane, dei cocomeri troppo maturi, delle paste cotte, delle verdure lesse, del pesce fritto, dei frutti di mare, tutt'una cucina bell'e pronta fra la ressa, che permetteva di mangiare all'aria libera, senza mai accendere il fuoco.
E che brulichìo di gente: le madri gesticolanti, i padri seduti in fila sul marciapiede, i marmocchi sempre in corse sfrenate, tra un frastuono frenetico, grida, urli, musica, la più straordinaria delle spensieratezze.
Delle voci rauche rompevano in alte risate; delle faccie brune, non belle, avevano occhi mirabili che sfolgoravano dalla gioia di vivere, sotto un arruffio di capelli d'inchiostro. Ah! povero popolo, così allegro, così fanciullesco, così ignorante, di cui i desiderii si limitavano ai pochi soldi necessari per mangiare a sazietà, in quella fiera perpetua!
Certo, nessuna democrazia aveva mai avuto meno coscienza di sè. Poichè essi rimpiangevano, a quanto si riferiva, l'antica monarchia, sotto cui i loro diritti a quella vita di povertà noncurante sembravano più assicurati, era il caso di chiedersi se conveniva irritarsene e conquistare per loro, contro alla loro stessa volontà, maggior scienza e consapevolezza, maggior benessere e dignità.
Eppure una tristezza infinita invadeva il cuore di Pietro all'aspetto di quell'allegria degli affamati, nell'ebbrezza e nell'illusione del sole.
Era veramente la bellezza del cielo che prolungava così l'infanzia di quel popolo, e spiegava perchè quella democrazia fosse così tarda nel riscuotersi.
Certo, a Roma, a Napoli, i poveri soffrivano di esser privi d'ogni cosa; ma non serbavano nell'animo il rancore delle atroci giornate d'inverno, il fiero rancore di aver battuto i denti pel freddo, mentre i ricchi si riscaldavano davanti a liete vampe; ignoravano le fantasticherie frenetiche, nelle stamberghe che la neve sferza, davanti alla sottile candela che sta per spegnersi, il bisogno di far giustizia, il dovere della ribellione per salvar le donne e le creature dall'etisia, per dare anche ad essi un nido tiepido, in cui sia possibile di vivere. Ah! la miseria che patisce il freddo, quest'è l'eccesso dell'ingiustizia sociale, la più terribile scuola in cui il povero impari a conoscere le proprie sofferenze, se ne sdegni e giuri di farle cessare, dovesse anche mandare in isfacelo il vecchio mondo!
Ed in quella soavità del cielo, Pietro trovava anche la spiegazione di San Francesco, il divino mendicante in cerca d'amore, che correva le vie celebrando l'incanto soavissimo della povertà.
Era probabilmente un rivoluzionario inconscio, che protestava a modo suo contro l'eccessivo sfarzo della Corte di Roma, con quel ritorno all'amore degli umili, alla semplicità della Chiesa primitiva.
Ma un tal risveglio dell'innocenza e della sobrietà non avrebbe mai avuto luogo in una terra del nord, agghiacciata dai geli del dicembre.
Vi ci voleva l'incanto della natura, la frugalità di un popolo nutrito di sole, la mendicità benedetta, nelle vie sempre tiepide.
Gli è così che San Francesco ha dovuto giungere al totale oblìo di sè stesso. Sulle prime il quesito sembra imbarazzante: come mai un San Francesco ha egli potuto nascere con un'anima così calda d'amore, un'anima che fraternizzava con tutte le creature, con le bestie, con le cose, su quella terra così poco caritatevole oggi, così dura per gli umili, così sprezzante verso la plebe e così fredda, che nega persino l'elemosina al proprio papa?
Era l'orgoglio avito che aveva isterilito i cuori, oppure l'esperienza dei popoli antichissimi che li guidava all'egoismo, cosicchè l'anima dell'Italia si era intorpidita, nel suo cattolicismo dogmatico e sfarzoso, mentre il ritorno all'ideale evangelico, l'amore pei poveri ed i miseri, si ridestava ai giorni nostri, nelle tristi provincie del settentrione, fra i popoli privi di sole?
Tutte queste cause concorrevano al fatto, ma derivava anche da questo: che San Francesco, come ebbe lietamente sposata la sua dama, la povertà, aveva potuto farla girare scalza ed appena coperta, fra uno splendore perenne di primavera, in mezzo a popoli ancora accesi da vero impulso di compassione e d'amore.
Pur discorrendo, Pietro e Narciso erano giunti alla piazza San Pietro, ed alla porta della trattoria, dove s'erano già fermati a far colazione, si attavolarono ad uno dei piccoli deschi con tovaglia dubbia che stavano disposti lungo il marciapiede.
Ma la vista era stupenda, avendo essi la basilica rimpetto ed il Vaticano a destra, al disopra del maestoso sviluppo delle colonne.
Pietro alzò subito gli occhi, tornando a guardare quel Vaticano che era un'idea fissa per lui; quel secondo piano, dalle finestre sempre chiuse, in cui abitava il papa e non appariva mai nulla di vivente.
E mentre il cameriere cominciava il servizio recando l'antipasto, dei finocchi e delle acciughe, il prete diede un lieve grido per attirare l'attenzione di Narciso.
- Oh! guardate un po', caro amico... Là, a quella finestra, che mi si è detto essere quella del Santo Padre... Non distinguete una forma pallida, ritta in piedi, immobile?
Il giovine si diede a ridere.
- Eh! Ma dev'essere il Santo Padre in persona... Desiderate tanto di vederlo, che il vostro desiderio lo evoca.
- Vi assicuro - ripetè Pietro - che dietro quei vetri sta una forma tutta bianca che ci guarda.
Narciso, che aveva molta fame, mangiava, continuando a canzonarlo. Poi, ad un tratto:
- Ebbene, mio caro, giacchè il papa ci guarda, è il momento di occuparci ancora di lui... Vi ho promesso di raccontarvi in che modo aveva perduto i milioni del patrimonio di S. Pietro nella terribile crisi di cui avete veduto le rovine, ed una visita al rione nuovo dei Prati di Castello non sarebbe completa, se questa storia non le servisse, per così dire, di conclusione.
Senza perder un boccone, parlò a lungo.
Alla morte di Pio nono, il patrimonio di S. Pietro oltrepassava i venti milioni. Per un pezzo il cardinale Antonelli, il quale speculava, facendo generalmente dei buoni affari, aveva lasciato quei denari in parte presso Rothschild, in parte fra le mani di parecchi nunzi, a cui dava così l'incarico di metterli a frutto all'estero.
Ma, dopo la morte del cardinale Antonelli, il cardinale Simeoni, chiamato a surrogarlo, ritirò quel denaro ai nunzi per impiegarlo a Roma. E d'altra parte Leone tredicesimo, appena eletto, nominò una Commissione di cardinali per amministrare il patrimonio, Commissione di cui monsignor Folchi era il segretario.
Quel prelato, il quale ebbe per dodici anni una parte importante nelle faccende papali, era il figlio di un impiegato della Dateria, da cui ebbe in retaggio un milione, guadagnato con intelligenti speculazioni.
Valentissimo come il padre, Folchi si rivelò una capacità di primo ordine nelle finanze, cosicchè la Commissione gli abbandonò, a poco a poco, tutti i poteri, e lo lasciò agire a modo suo, in tutto e per tutto, limitandosi ad approvare la relazione che egli presentava ad ogni seduta.
Il patrimonio non dava che un milione di reddito circa, e, siccome le spese erano in sette milioni, così conveniva trovare gli altri sei.
Il papa dava dunque annualmente a monsignor Folchi tre milioni presi dall'obolo di S. Pietro, e questi, durante i dodici anni della sua gestione, compì il miracolo di raddoppiarli per la sua scienza nello speculare e nel mettere a frutto i capitali, cosicchè potè far fronte alle spese, senza mai intaccare il patrimonio.
Nei primi tempi, fece dei guadagni enormi speculando sui terreni.
Prendeva delle azioni di tutte le nuove intraprese, giuocava sui Mulini, sugli Omnibus, sulle Condotture d'acqua, facendo di tutt'un giuoco con una Banca cattolica, la Banca di Roma.
Stupito da tanto ingegno, il papa, il quale, dal canto suo, speculava con un uomo di fiducia, certo Sterbini, per intermediario, licenziò questi e diede a monsignor Folchi l'incarico di far fruttare i suoi denari, giacchè sapeva valersi così bene di quello della Santa Sede.
Quella fu l'epoca in cui il prelato godette del massimo favore, l'apogeo della sua onnipotenza.
Cominciavano i giorni foschi, il terreno oscillava già, lo sfacelo doveva giungere, improvviso e fulmineo.
Sventuratamente, una delle operazioni di Leone tredicesimo era quella di prestare forti somme ai principi romani, i quali presi dalla febbre del giuoco, e impegnati in affari di terreni e di fabbricati, mancavano di denari; essi gli davano la garanzia in azioni; cosicchè, venuta la rovina, il papa non si trovò nelle mani altro che dei cenci di carta.
Oltre a questo, v'era tutta una storia disastrosa; il tentativo di costituire una Casa di credito a Parigi per collocare, presso la clientela religiosa ed aristocratica, le obbligazioni che non si potevano mettere a frutto in Italia. Per adescare la gente, si diceva che il papa c'entrasse nell'affare; e, in realtà, il peggio si era che egli doveva mettervi in pericolo tre milioni.
In breve la posizione si fece tanto più critica inquantochè, a poco a poco, il papa aveva finito col mettere i milioni di cui disponeva nella terribile partita che si giuocava a Roma, sotto il suo Vaticano, probabilmente sedotto dal grande benefizio e fors'anche acceso dalla speranza segreta di riconquistare coi denari quella città che gli avevano strappata colla forza.
La responsabilità doveva ormai toccare a lui, perchè monsignor Folchi non arrischiava nessun affare importante senza consultarlo; ed egli doveva così riuscire il vero promotore del disastro, nella sua sete di guadagno, nel suo desiderio intenso di dar alla Chiesa l'onnipotenza moderna dei forti capitali.
Ma, come succede sempre, sola vittima del disastro fu il prelato.
Egli era d'indole imperiosa ed intrattabile, i cardinali della Commissione lo avevano in uggia, trovando le sedute affatto inutili dal momento che egli si diportava da padrone assoluto e che le adunanze non avevano altro scopo che quello di approvare quanto egli si degnava di far sapere riguardo alle sue operazioni.
Quando la catastrofe scoppiò, si ordì quindi una congiura contro di lui, i cardinali atterrirono il papa col riferirgli le voci ostili che correvano, indi costrinsero monsignor Folchi a presentare i suoi conti.
La posizione era pessima, non si potevano più evitare delle gravi perdite.
E il Folchi cadde in disgrazia, nè da quel tempo, per quante l'implorasse, ha potuto più ottenere una sola udienza da Leone tredicesimo, il quale ha sempre duramente rifiutato di riceverlo, come per punirlo del loro fallo comune, di quella follìa di lucro che li aveva per così dire acciecati: ma il Folchi non si è mai lamentato, essendo molto pio, molto sottomesso, tacendo i segreti che sa ed inchinandosi al volere superiore.
Nessuno potrebbe dire esattamente il numero di milioni perduti dal patrimonio di San Pietro in quella baraonda di Roma, tramutata in bisca, e, se taluni ne confessano dieci, altri giungono fino a trenta. E' verosimile che la perdita sia stata di una quindicina di milioni.
Dopo la costoletta coi pomodori, il cameriere recava un pollo fritto. E Narciso conchiuse:
- Oh! il danno è riparato ora: vi ho detto come l'obolo di San Pietro renda delle somme enormi di cui il papa solo conosce l'importo e regola l'impiego. D'altronde non è corretto della sua manìa: so da buona fonte che giuoca tuttavia, ma con maggiore prudenza, ecco tutto. Il suo uomo di fiducia è, anche oggi, un prelato, monsignor Marzolini, credo, il quale dirige le sue faccende pecuniarie... Eh! caspita, mio caro; bisogna essere dei propri tempi, che diamine!
Pietro lo aveva ascoltato con una meraviglia crescente, frammista ad una specie di terrore e di tristezza.
Quelle cose erano molto naturali, ed anzi legittime - ma egli non aveva mai pensato che dovessero sussistere, sognando ancora un pastore delle anime, lontano dal mondo, di spirito eccelso, e sciolto da ogni cura temporale.
E che? Quel papa, quel padre spirituale degli umili e dei dolenti, aveva speculato sui terreni, sui valori di borsa! Aveva giuocato, messo dei fondi presso i banchieri ebrei, esercitata l'usura, fatto sudare interessi al denaro, lui, il successore dell'apostolo, il pontefice del Cristo, del Gesù del Vangelo, l'amico divino dei poveri!
Eppoi, che contrasto doloroso; tanti milioni lassù nelle stanze del Vaticano, in fondo a qualche stipo segreto, tanti milioni che lavoravano, fruttificavano continuamente, cambiando di forma e trasmutandosi per rendere maggiormente, come delle uova d'oro, covate con febbrile tenerezza d'avaro. Ed a pochi passi, in quegli orribili fabbricati incompiuti, tanta miseria, tanta povera gente che moriva di fame nel proprio lezzo, delle madri senza latte per i neonati, degli uomini ridotti all'ozio dallo sciopero, dei vecchi agonizzanti come bestie da soma che si accoppano quando non sono più atte al lavoro!
Ah! Dio di carità, Dio d'amore, come era possibile?
Certo, la Chiesa aveva dei bisogni materiali: non poteva sussistere senza denari, ed era un concetto di prudenza e di alta politica il guadagnarle un tesoro che le permettesse di combattere vittoriosamente gli avversarii.
Ma come era avvilente e doloroso, come la faceva scendere dalla sua sovranità divina per ridurla ad un semplice partito, ad una vasta associazione internazionale organizzata allo scopo di conquistare e di dominare il mondo!
E Pietro stupiva sempre più del caso incredibile.
Si era mai immaginato dramma più palpitante, più impreveduto? Quel papa che si chiudeva gelosamente nel suo palazzo, una prigione sì, ma una prigione di cui le cento finestre si aprivano sull'immensità, Roma, la campagna, le colline lontane; quel papa, il quale dalla sua finestra, a tutte le ore del giorno e della notte, in tutte le stagioni, abbracciava con una sola occhiata la sua città che gli si stendeva ai piedi, quella città che gli avevano rubato, e di cui egli esigeva la restituzione con grido incessante di lamento; quel papa, il quale, fin dai primi lavori, aveva assistito così, di giorno in giorno, alla trasformazione della sua città; le prime vie aperte, i vecchi rioni sventrati, i terreni venduti, i fabbricati nuovi che, sorgendo a poco a poco, da tutti i lati, finivano col mettere una cintura bianca attorno alle antiche tettoie fulve; e quel papa, il quale, di fronte a quello spettacolo quotidiano, quella febbre di costruzioni, a cui poteva tener dietro, da quando si alzava fino a quando si coricava, veniva preso anche lui dalla passione del giuoco, sorgente della città intiera, come un fumo di ebbrezza - quel papa, il quale, dal fondo della sua camera, stoicamente sbarrata, si metteva a giuocare sulle migliorie della sua antica città, procurando di arricchirsi nel movimento determinato da quel governo italiano a cui dava la taccia di spogliatore; poi perdeva all'improvviso dei milioni in una catastrofe colossale, che avrebbe dovuto augurare, ma che non aveva preveduta!
No, nessun re spodestato aveva ceduto ad una suggestione più strana, si era compromesso in un'avventura così tragica che lo colpiva come un castigo!
E non era neppure un re che aveva commesso quell'errore, era il delegato di Dio, era Dio stesso agli occhi della cristianità idolatra!
Avevano servito le frutta ed un formaggio di capra, e Narciso finiva un grappolo d'uva, quando, alzando gli occhi, esclamò:
- Ma avete ragione, caro mio, vedo benissimo quell'ombra pallida, lassù, dietro i vetri nella camera del Santo Padre.
Pietro, che non staccava gli occhi dalla finestra, rispose lentamente:
- Sì, sì, era scomparsa, ed ora è tornata e sta sempre immobile, tutta bianca.
- Perdinci! Che volete che faccia? - riprese il giovane, col suo fare languido, senza che si potesse intendere se canzonava. - Fa come gli altri; guarda dalla finestra quando vuol svagarsi un pochino; tanto più che, in verità, ha di che guardare senza stancarsi mai.
Era questo fatto appunto che penetrava Pietro di più in più, facendolo fremere di emozione sempre più intensa.
Si parlava del Vaticano chiuso, ed egli si era figurato un palazzo tetro, cinto da alte mura, perchè nessuno aveva detto, pareva anzi nessuno sapesse che quel palazzo dominava Roma, e che dalle sue finestre, il papa vedeva il mondo.
Quell'immensità, Pietro la conosceva bene per averla veduta dalla sommità del Gianicolo e riveduta poi dalle loggie di Raffaello e dalla cupola della basilica.
E quello che Leone tredicesimo guardava in quel momento, immobile e bianco dietro i vetri, Pietro lo evocava, lo vedeva con lui. Al centro del vasto deserto della campagna, circondati dai monti Sabini ed Albani, Leone tredicesimo vedeva i sette colli illustri; il Gianicolo, coronato dagli alberi della Villa Pamphili: l'Aventino, dove non restavano che tre chiese, celate nel verde; il Celio più lontano, ancora deserto, profumato dalle melarancie mature della Villa Mattei; il Palatino, listato da una magra fila di pioppi, che pareva fossero cresciuti sulla tomba dei Cesari; l'Esquilino, dove sorgeva il campanile sottile di Santa Maria Maggiore; il Viminale, simile ad una cava di pietra sventrata, con la sua baraonda confusa di nuove costruzioni; il Campidoglio, indicato solo dalla torre quadrata del palazzo dei Senatori; il Quirinale, su cui si allungava il palazzo del re, di un giallo smagliante tra le ombre fosche dei giardini...
Vedeva inoltre, dopo Santa Maria Maggiore, tutte le basiliche, San Giovanni Laterano, culla del Papato; San Paolo fuor delle mura, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Agnese, le cupole del Gesù, di Sant'Andrea della Valle, di San Carlo, di San Giovanni dei Fiorentini, e quelle quattrocento chiese di Roma, che fanno della città un campo sacro, seminato di croci.
Vedeva i monumenti famosi, testimonianza dell'orgoglio di tanti secoli, il forte Sant'Angelo, sepolcro d'imperatori, trasmutato in fortezza papale, la striscia bianca degli altri sepolcri della via Appia, laggiù fra le rovine sparse delle Terme di Caracalla, della casa di Settimio Severo, e colonne, e portici ed archi trionfali, poi i palazzi e le ville dei sontuosi cardinali del Rinascimento, il palazzo Farnese, il palazzo Borghese, la villa Spada, ed altre, altre ancora, un pullulare di tettoie e di finestre.
Ma vedeva sopratutto sotto la sua finestra stessa, a sinistra, gli orrori del nuovo rione abbandonato dei Prati di Castello.
Nel pomeriggio, quando passeggiava nei suoi giardini, che il muro di Leone quarto cinge di spalti come uno spiazzo di cittadella, aveva l'orrenda prospettiva dell'avvallamento devastato ai piedi del Monte Mario, per impiantarvi delle fabbriche di mattoni, nell'ora febbrile della smania edilizia.
I verdi pendii sono sventrati, solcati ogni dove da striscie giallognole, mentre le officine, oggi chiuse, sono dei ruderi dolorosi, con gli alti comignoli morti, d'onde non sale più fumo.
Ed a tutte le altre ore del giorno egli non poteva accostarsi alla sua finestra, senza avere sotto gli occhi lo spettacolo delle costruzioni abbandonate, per cui quelle fabbriche di mattoni avevano lavorato, quelle costruzioni morte esse medesime prima di aver vissuto, dove non v'era più che il brulichìo della miseria di Roma, che imputridiva come una decomposizione delle vecchie società.
Ma Pietro si figurava specialmente che Leone tredicesimo, l'ombra tutta candida lassù, scordasse il resto della città, per fissare la sua fantasticheria sul Palatino, oggi scoronato, di cui solo i neri cipressi si rizzano nel cielo azzurro.
Certo, egli riedificava col pensiero i palazzi dei Cesari; vedeva delle grandi ombre rosse, vestite di porpora, sorgere colà - i suoi veri antenati: imperatori e sommi pontefici, i quali soltanto avrebbero saputo dirgli come si possa regnare su tutti i popoli, da signore assoluto.
Poi, i suoi sguardi si portavano sul Quirinale e rimanevano fissi per lunghe ore su quello spettacolo della sovranità che gli sorgeva rimpetto.
Che strana cosa, quei due palazzi che si guardano, il Quirinale ed il Vaticano, che stanno l'uno di fronte all'altro, al disopra della Roma del Medio Evo e del Rinascimento, di cui le tettoie arse e indorate dai solleoni si accatastano e si confondono sulle rive del Tevere!
Il papa ed il re, quando si affacciano, possono vedersi perfettamente con un semplice cannocchiale da teatro.
Essi non sono che due punti insignificanti, perduti nello spazio sconfinato - ma quali abissi fra di loro, quanti secoli di storia, quante generazioni che hanno lottato e sofferto, quante glorie spente e quante guerre pel misterioso avvenire!
Essi si vedono e sono ancora impegnati nell'eterna lotta per conquistare il popolo, di cui la marea si agita sotto i loro occhi - nella lotta in cui uno dei due, il pontefice, pastore delle anime, od il monarca, signore delle persone, deve rimanere il sovrano assoluto.
Ed allora Pietro si chiese quali fossero le meditazioni e le riflessioni di Leone tredicesimo dietro quei vetri, dove gli pareva sempre ancora di discernere la sua pallida forma spettrale.
Di fronte alla nuova Roma, ai vecchi rioni devastati, ai muri flagellati da un nembo micidiale, egli doveva certamente rallegrarsi dell'aborto colossale del Governo italiano.
Gli avevano rubato la sua città, pareva che ostentassero la pretesa di mostrargli come si creava una grande capitale ed erano piombati in quella catastrofe, avevano eretto tanti edifizi anti-estetici ed inutili, che non si sapeva neppure in che modo finire. Egli doveva esser beato dei terribili incagli in cui il regime usurpatore era caduto; la crisi politica, la crisi finanziaria, un malessere nazionale in cui quel regime sembrava corresse pericolo d'affondare un giorno: eppure non aveva anche lui un'anima da patriota? Non era un figlio amoroso di quell'Italia, di cui il genio e le secolari ambizioni scorrevano nel sangue delle sue vene?
- Ah! no, nulla contro l'Italia e tutto anzi perchè ella tornasse la regina della terra. Provava certo un senso di dolore misto alla gioia della sua speranza, quando, rovinata ed in procinto di fallire, la vedeva mettere in mostra quella Roma in soqquadro ed incompiuta che era come una confessione d'impotenza.
Ma se la dinastia di Savoia doveva esser travolta un giorno, non si trovava là lui, per surrogarla, tornando finalmente in possesso della sua città che da quindici anni vedeva dalle finestre, in balìa ai demolitori ed agli artefici?
Egli sarebbe ridiventato il padrone, regnerebbe sul mondo, troneggiando nella città predestinata, a cui i vaticinii avevano garantita l'eternità e la sovranità universale.
E l'orizzonte si allargava, e Pietro si chiedeva ora che cosa Leone tredicesimo vedesse al di là di Roma, al di là della campagna romana, al di là dei monti Sabini ed Albani, nella cristianità tutt'intera. Chiuso da diciotto anni nel Vaticano, non avendo altra comunicazione col mondo che le finestre della sua camera, che cosa vedeva da lassù, e quali echi, quali verità, quali certezze, gli giungevano dalle nostre società moderne?
Alle volte, dalle alture del Viminale, dove è posta la stazione, dovevano arrivare sino a lui, i lunghi fischi delle vaporiere; e quest'era la nostra civiltà scientifica, il ravvicinamento dei popoli, la libera umanità avviata verso l'avvenire.
Sognava la libertà anche lui, quando, volgendo gli sguardi a destra, indovinava il mare, laggiù, al di là dei sepolcri della via Appia? Aveva forse pensato ad andarsene, ad abbandonare Roma e la tradizione per istituire altrove il papato della nuova democrazia?
Poichè lo dicevano di mente così chiara, così penetrante, avrebbe dovuto intravedere l'avvenire, avrebbe dovuto tremare ai rumori lontani che venivano da certi paesi di lotta, per esempio da quella America, dove dei vescovi rivoluzionari stavano conquistando il popolo.
Lavorava egli per sè o per loro?
Se non poteva assecondarli, se si ostinava nel suo Vaticano, dove da ogni parte il dogma e la tradizione lo vincolavano, non era da temersi che la rottura diventasse inevitabile un giorno? La minaccia, il soffio precursore di uno scisma, gli passava invero sulla fronte, mettendogli nell'anima uno sgomento sempre più profondo.
Ed era per questo appunto che egli si era fatto il negoziatore della conciliazione, volendo radunare nella sua mano tutte le forze disperse della Chiesa, chiudendo gli occhi sulla audacia di certi vescovi quanto la tolleranza lo permetteva, e sforzandosi egli stesso di conquistare i popoli, col mettersi dalla loro parte contro la monarchia spodestata.
Ma andrebbe più in là un giorno? Non era murato dietro la porta di bronzo di quel Vaticano, nella ristretta formula cattolica, a cui i secoli lo incatenavano?
Nel Vaticano l'ostinazione era legge fatale, e gli tornerebbe impossibile di rassegnarsi a ciò che faceva la sua vera forza ed onnipotenza: e cioè al potere puramente spirituale, all'autorità morale dell'al di là, che conduceva l'umanità ai piedi del suo trono, facendo piegare le ginocchia ai pellegrini e venir meno le donne.
Abbandonare Roma, rinunziare al potere temporale, voleva dire cangiare il centro del mondo cattolico, non esser più il Papa capo del cattolicismo, ma un altro capo di un'altra cosa.
E che pensieri inquieti dovevano sorgere in lui, a quella finestra, quando alle volte l'alito del vespro gli recava l'imagine nebbiosa di "quell'altro", il timore della religione novella, ancora confusa, che si elaborava nel sordo tramestìo delle nazioni in cammino, di cui i rumori gli giungevano tutti alla volta dai vari punti della terra!
Ma in quel momento Pietro sentì che, dietro i vetri chiusi, l'ombra immobile era tenuta in piedi dall'orgoglio, dalla perenne certezza di vincere. Se gli uomini non bastavano al compito, vi sarebbe l'intervento del miracolo.
Egli aveva l'assoluta convinzione di ricuperare Roma e se non la ricuperava lui, la ricupererebbe il suo successore. La chiesa, nella sua indomita energia, nella sua vita perenne, non aveva essa l'eternità davanti a sè?
E d'altronde, perchè non sarebbe stato lui il vincitore? Dio non poteva l'impossibile?
Domani, se Dio lo voleva, nonostante tutti i ragionamenti umani, nonostante le apparenze di logica dei fatti, la sua città poteva essergli resa, da qualche improvvisa evoluzione della storia.
Ah! come la festeggerebbe, quella figliuola prodiga, di cui aveva continuamente seguìto le avventure equivoche, coi suoi occhi paterni, bagnati di pianto! Come dimenticherebbe presto i trascorsi a cui aveva assistito per diciotto anni, a tutte le ore ed in tutte le stagioni!
Forse andava fantasticando che cosa farebbe di quei rioni nuovi con cui l'avevan profanata: se li abbatterebbe o li lascerebbe in piedi come testimonianza della pazzia degli usurpatori.
Roma tornerebbe la città augusta e morta, che sdegna le vane cure di grandezza ed i vantaggi materiali, sfolgorando sul mondo, come un'anima pura, nella gloria tradizionale dei secoli decorsi. Ed il suo sogno continuava immaginando il modo con cui quei fatti accadrebbero, forse domani stesso.
Qualunque cosa valeva meglio che la Casa di Savoia, persino una repubblica. Perchè non una repubblica federale, che smembrerebbe l'Italia, ricostituendo le antiche divisioni politiche, rendendo Roma al papa, scelto a protettore naturale dello Stato, così ricostituito?
Poi, i suoi sguardi si estendevano al di là di Roma, il suo sogno si faceva sempre più vasto, più sconfinato, incorporava la Francia repubblicana, la Spagna che poteva ridiventarla, l'Austria stessa che poteva venir conquistata un giorno; tutte le nazioni cattoliche, diventate gli Stati Uniti d'Europa, pacificati e fraternizzanti sotto l'eccelsa presidenza del Sommo Pontefice.
Poi nel trionfo supremo, ecco che tutte le altre chiese sparivano, tutti i popoli dissidenti venivano a lui come al Pastore unico, a Gesù, che regnava nella sua persona sulla democrazia universale.
All'improvviso Pietro venne interrotto in quel sogno che prestava a Leone 
tredicesimo.
- Oh! caro mio - diceva Narciso - guardate un po' la tinta di quelle statue, sul colonnato!
S'era fatto servire una tazza di caffè e fumava languidamente ricaduto nelle sue preoccupazioni di estetica raffinata.
- Sono rosee, non è vero? di un roseo che pende nel lilla, come se il sangue azzurro degli angeli scorresse nelle loro vene di sasso. E' il sole di Roma, amico mio, da cui attingono quella vita sopra-terrena, poichè esse vivono, le ho vedute sorridermi, e stendermi le braccia in certi limpidi crepuscoli... Ah! Roma, Roma meravigliosa e deliziosa! Si potrebbe viverci d'aria, poveri come Giobbe nella gioia perenne di respirarne l'incanto!
Questa volta Pietro non potè a meno di essere sorpreso ricordando la sua voce così recisa, la sua perspicacia così acuta e pratica da uomo d'affari.
E tornò col pensiero ai Prati di Castello, ed una tristezza profonda gli invase il cuore pensando all'ingiustizia sociale, che condanna la maggioranza della gente ad una esistenza da bruti maledetti, senza gioie e senza pane.
E mentre i suoi sguardi risalivano ancora verso le finestre del Vaticano, gli parve di vedere una mano pallida alzarsi dietro i vetri e pensò a quella benedizione papale che Leone tredicesimo dava da tanta altezza, al disopra di Roma, al disopra delle campagne e dei monti, ai fedeli di tutta la cristianità.
E quella benedizione gli appariva ad un tratto derisoria ed impotente, poichè da tanti secoli non aveva potuto sopprimere uno solo dei dolori dell'umanità, poichè non giungeva neppure ad ottenere un po' di giustizia pei miserabili che agonizzavano laggiù, sotto la finestra. 
Quella sera, sull'imbrunire, Benedetta avendo fatto sapere a Pietro che desiderava di parlargli, egli scese e la trovò nel suo salottino colla Celia, che discorrevano tutte due, nell'ultima luce del tramonto.
- Sai che l'ho veduta, la vostra Pierina - diceva la giovanetta, appunto come egli entrava. - Sì, sì, e con Dario stesso; o meglio, essa doveva spiarlo, egli l'ha veduta come lo aspettava, in un viale del Pincio, e le ha sorriso. Ho capito subito che era lei... oh, che bellezza!
Benedetta sorrise dolcemente del suo entusiasmo.
Ma il suo labbro aveva un'espressione dolorosa, poichè per quanto fosse assennata, finiva col soffrire di quella passione che indovinava così ingenua e così forte.
Che Dario si divertisse, questo lo poteva comprendere, dal momento che gli si rifiutava, che egli era giovane e che alla fine non era un santo.
Ma quella sciagurata fanciulla lo amava troppo ed essa temeva che egli perdesse la testa, quel fiore di bellezza essendo una valida scusa. Quindi confessò il segreto del suo cuore, cambiando argomento.
- Sedete, signor abate... Ci trovate a fare un po' di maldicenza. Il mio povero Dario viene accusato di sedurre tutte le bellezze di Roma... Così, per esempio, si riferisce che bisogna vedere in lui il fortunato che offre alla Tonietta i mazzi di rose bianche che da una quindicina, ella mette in mostra sul Corso.
Subito, Celia si infervorò.
- Ma è cosa nota, mia cara. Sulle prime si dubitava, si parlava del piccolo Pontecorvo e di Moretta, il tenente. E se ne dicevano, come puoi figurarti... Oggi, tutti sanno che la passione della Tonietta è Dario in persona. D'altronde è andato a trovarla in palco al Costanzi.
Nell'udirla, Pietro rammentò quella Tonietta che il giovane principe gli aveva mostrata al Pincio, una delle poche orizzontali di cui la buona società di Roma si occupasse. E ricordò anche la particolarità galante che la rendeva celebre, il capriccio disinteressato di cui si accendeva alle volte per qualche amante provvisorio, ostinandosi a non accettare da lui che un mazzo di rose bianche ogni mattina; cosicchè, quando ella appariva sul Corso per intere settimane con quelle rose caste, le signore dell'alta società erano tutte in subbuglio e si mettevano con fervore alla scoperta dell'uomo eletto e adorato.
Dacchè era morto il vecchio marchese Manfredi che le aveva lasciata la sua palazzina di via dei Mille, la Tonietta era nota per la corretta eleganza del suo equipaggio, la ricca semplicità dei suo vestire, un po' compromesso solo dalla stravaganza dei suoi cappellini. Da quasi un mese il ricco inglese che la manteneva era in viaggio.
- E' molto, molto carina - ripetè Celia, in aria convinta, col suo fare candido di vergine che non si interessa che di cose d'amore. - Ed è anche bellina, coi suoi occhioni dolci, oh! non bella come la Pierina, no! questo è impossibile, ma graziosa da vedersi: una vera carezza per l'occhio!
Con un gesto involontario, parve che Benedetta allontanasse di nuovo la Pierina; in quanto a Tonietta ci si adattava, sapendo bene che non era che un semplice svago, la carezza d'un momento, come diceva l'amica.
- Ah! - riprese sorridendo - il mio povero Dario si rovina in rose bianche! Bisogna che gli dia un poco la baia... Ma quelle donne finiranno col rubarmelo, non me lo lasceranno, per poco che i nostri affari tardino ad accomodarsi. Per buona fortuna, oggi le notizie sono migliori. Il processo ricomincia, sì, e la zia è uscita per l'appunto a questo scopo.
Mentre Celia si alzava, nel momento in cui Vittorina portava una lampada, Benedetta si volse verso Pietro che s'era alzato anche lui.
- Restate, devo parlarvi.
Ma Celia indugiò ancora, infervorandosi adesso pel divorzio dell'amica, volendo sapere a che punto stavano le cose e se il matrimonio dei due amanti avrebbe avuto luogo tra poco. E finalmente, l'abbracciò con fuoco.
- Dunque, speri ancora che tutto vada bene, che il Santo Padre ti renda la tua libertà! Oh! cara, quanto ne sono felice per te; che gioia quando sarai con Dario!... In quanto a me, sono contentissima per conto mio, perchè vedo bene che il babbo e la mamma si stancano della mia ostinazione. Non più tardi di ieri ho detto col mio piglio, ingenuamente placido: "Voglio Attilio e me lo darete". Allora mio padre è salito su tutte le furie, colmandomi di vituperii, minacciandomi col pugno, gridando che se mi aveva fatto la testa dura come la sua, la romperebbe. Poi, ad un tratto, s'è rivolto in atto furibondo a mia madre, che taceva, molto seccata, dicendo: "Orsù! dateglielo dunque, il suo Attilio, e che ci lasci in pace una buona volta..." Ah! come sono contenta, come sono contenta!
Benedetta e Pietro non seppero trattenere il riso, tanta era la gioia innocente e celestiale che splendeva sul suo viso di vergine, puro come un giglio.
Ed ella se ne andò infine colla cameriera che l'aspettava nella sala vicina.
Appena furono soli, Benedetta pregò il prete di sedere.
- Amico mio, è un consiglio urgente che mi hanno incaricato di darvi... A quanto pare, la notizia della vostra presenza si diffonde a Roma e si fanno circolare sul conto vostro le storie le più pericolose. Il vostro libro sarebbe un ardente appello allo scisma, e voi stesso non sareste che uno scismatico ambizioso ed irrequieto, il quale, pubblicata l'opera sua a Parigi, si sarebbe affrettato ad accorrere a Roma per metterla in vista, suscitando uno scandalo terribile... Se vi preme di vedere Sua Santità per perorare la vostra causa, vi si consiglia di farvi dimenticare, di sparire completamente per due o tre settimane.
Pietro ascoltava con stupore. Finirebbero col renderlo idrofobo, in verità! Ma l'idea dello scisma, dello scandalo riparatore gliela suggerirebbero essi, facendolo passare così di scacco in scacco, come per stancare la sua pazienza! Volle protestare sulle prime. Poi fece un gesto di stanchezza. A che pro ribellarsi davanti a quella giovane, la quale era certamente sincera ed affettuosa?
- Chi vi ha pregato di darmi questo consiglio?
Essa non rispose, limitandosi a sorridere. Ed egli intuì rapidamente.
- E' stato monsignor Nani, non è vero?
Lei allora, senza rispondere direttamente, si diede a far un elogio commosso del prelato.
Questi acconsentiva ora a guidarla nell'interminabile storia dell'annullamento del suo matrimonio, ed aveva conferito a lungo con la zia, donna Serafina, che s'era recata per l'appunto al palazzo del Sant'Uffizio per rendergli conto di certe prime loro pratiche.
Anche il padre Lorenzo, confessore della zia e della nipote, doveva trovarsi al convegno, perchè questi aveva di mira il divorzio e vi aveva spinto le due donne, come per troncare il vincolo, annodato fra così liete illusioni dal curato patriotta Pisoni. E Benedetta si animava, spiegando il perchè delle sue speranze.
- Monsignor Nani può ciò che vuole, ecco perchè sono così felice ora che il mio processo è nelle sue mani... Amico mio, siate ragionevole anche voi; non vi ribellate, rimettetevi agli altri. Vi assicuro che ve ne troverete contento un giorno.
Pietro rifletteva, a capo chino.
Roma lo aveva ravvolto; egli vi appagava, ad ogni ora, le curiosità le più vive, e l'idea di rimanervi ancora tre o quattro settimane non gli spiaceva affatto. Certo, sentiva in quegli indugi il pericolo di un terribile infiacchimento della sua volontà, di una stanchezza da cui uscirebbe menomato, scoraggiato, inutile.
Ma che poteva temere, dal momento che faceva voto di non abbandonare nessuna parte del suo libro, di non vedere il Santo Padre che per affermare con maggior forza la sua nuova fede?
Tornò a fare, sottovoce, quel giuramento, poi si arrese.
E siccome si scusava di dar disturbo al palazzo:
- No - esclamò Benedetta - sono anzi felice di avervi. Vi tengo, e mi figuro che la vostra presenza qui ci porterà fortuna, e che d'ora innanzi tutto cambierà e andrà bene.
Rimase stabilito però che egli non andrebbe più a vagare attorno a San Pietro nè al Vaticano, dove la continua vista della sua sottana doveva aver richiamato l'attenzione.
Egli promise anzi di rimanere per otto giorni al palazzo senza uscire, desiderando di rileggere certi libri, certe pagine di storia, a Roma stessa.
E si fermò ancora un pochino a discorrere, felice della gran quiete che regnava in sala, dacchè la lampada la rischiarava della sua luce sopita.
Erano suonate le sei e l'oscurità era già fitta nelle vie.
- Sua Eminenza non è indisposta oggi? - domandò.
- Ma sì - rispose la contessina. - Oh, null'altro che un po' di stanchezza; non siamo in pena. Mio zio mi ha fatto dire da don Vigilio che si chiudeva in camera e che lo teneva con sè per dettargli delle lettere. Vedete che non è nulla.
Il silenzio si diffuse di nuovo nella sala; nessun rumore saliva dalla via deserta, nè dal vecchio palazzo muto e grave come una tomba.
Ed in quel momento, in quella sala così limpidamente sopita, piena della dolcezza d'un sogno di speranza, vi fu un ingresso tempestoso, un turbinio di gonnelle, un grido affannoso di spavento.
Era Vittorina, la quale, scomparsa dopo aver recata la lampada, tornava trafelata, smarrita.
- Contessina, contessina!
Benedetta era balzata in piedi, bianca e gelata all'improvviso, come al soffio di un nembo di disastro.
- Che c'è?... Che c'è?... Perchè balbetti, perchè tremi così?
- Dario, il signor Dario è qui... Ero scesa per vedere se avevano accesa la lampada dell'atrio, perchè la dimenticano spesso... E là sotto, al buio, ho inciampato nel signor Dario... E' in terra; gli hanno data una coltellata non so dove...
Un grido sgorgò dal cuore dell'amante:
- Morto!
- No, no, ferito.
Ma ella non udiva, e continuava a gridare, con voce sempre più alta:
- Morto! Morto!
- No, no, mi ha parlato... E tacete, per carità. Anche a me ha ordinato di tacere, perchè non vuole che si sappia; mi ha detto di venirvi a prendere; non vuol che voi, voi sola: ma non conta; giacchè il signor abate è qui, ci aiuterà a portarlo su. Non sarà di troppo.
Pietro l'ascoltava, smarrito anche lui.
E quand'ella volle prendere la lampada, la sua destra, che tremava, apparve macchiata di sangue, probabilmente per aver palpato il corpo in terra.
E quella vista fu così terribile per Benedetta, che tornò a gemere disperatamente.
- Suvvia, tacete! tacete dunque!... Scendiamo senza far rumore. Prendo il lume, perchè bisogna vederci ad ogni modo... Presto! Presto!
Giù, nel portico, davanti all'ingresso dell'atrio, Dario giaceva sul lastrico, come se, colpito in istrada, avesse avuto appena la forza di fare quei pochi passi per precipitare là entro.
Ed era svenuto, pallidissimo, colle labbra strette, gli occhi chiusi. Benedetta, che ricuperava l'energia della sua stirpe, nell'eccesso del dolore, non gemeva più, non gridava più, fissandolo, senza capire, coi grandi occhi asciutti e stralunati.
L'orribile era quella subitaneità fulminea della catastrofe, l'impreveduto, l'incomprensibile, il come ed il perchè di quell'assassinio, in mezzo al fosco silenzio di quel vecchio palazzo deserto, invaso dall'ombra.
La ferita doveva dar poco sangue, poichè i vestiti soli erano macchiati.
- Presto, presto - ripetè Vìttorina, sottovoce, dopo aver abbassato il lume ed averlo fatto girare per rendersi conto. - Il guarda-portone non c'è, è sempre dal falegname accanto, a divertirsi con la moglie di questi, e, come vedete, non ha ancora acceso il fanale: ma potrebbe tornare... Il signor abate ed io porteremo al più presto il principe in camera sua.
Lei sola aveva la testa a segno in quel momento, da donna equilibrata ed operosa.
Gli altri due, nel loro stupore persistente, l'ascoltavano senza trovare una parola e le obbedivano con una docilità da fanciulli.
- Contessina, dovete farci lume. Guardate, prendete la lampada e tenetela un po' bassa, perchè si possano vedere i gradini; voi, abate, sollevate i piedi. Io lo prenderò sotto le braccia. E non abbiate paura: il poverino non sarà pesante!
Ah! quella salita lungo la scala monumentale dai gradini bassi, dai pianerottoli larghi come sale da scherma! Facilitavano il doloroso trasporto, ma che corteo lugubre, sotto l'incerta luce oscillante della lampada, che Benedetta reggeva con braccio irrigidito dalla forza di volontà!
E non un rumore, non un alito nella vecchia dimora morta, dove non si udiva che lo sbricciolarsi delle mura, il lento lavorìo di rovina che faceva scricchiolare le vôlte.
Vittorina continuava a bisbigliare delle raccomandazioni, mentre Pietro, pel timore di scivolare sui gradini lucidi, faceva uno sforzo straordinario che gli toglieva il respiro.
Dovettero fare una sosta, tanto la salita pareva interminabile. Poi i tre ripresero il loro lento cammino.
Per fortuna l'appartamento di Dario, che era di tre locali, una camera da letto, uno spogliatoio ed un salottino, era al primo piano, dopo quello del cardinale, nell'ala che guardava il Tevere.
Per giungervi non ebbero che da seguire la galleria, soffocando lo strepito dei loro passi, ed ebbero infine la consolazione di coricare il ferito sul suo letto.
Vittorina diede in una risatina di soddisfazione.
- Ah! è fatto!... Mettete dunque giù quella lampada, contessina! così, sulla tavola. E vi garantisco che nessuno ci ha udito: tanto più che è una vera fortuna che donna Serafina sia uscita, e che Sua Eminenza abbia serbato don Vigilio con sè, chiudendo la porta. Avevo ravvolto le spalle nella mia gonnella, non dev'essere caduta nemmeno una goccia di sangue, e fra un momento laverò io stessa le scale e l'atrio...
Si interruppe, diede un'occhiata a Dario, poi, riprese rapidamente:
- Egli respira, vi lascio dunque voi due a custodirlo, e corro a chiamare il buon dottore Giordano, che vi ha veduta nascere, contessina, e che è un uomo fidato.
Quando furono soli, davanti al ferito privo dei sensi, in quella camera semibuia, che sembrava pervasa dal ricordo dell'orrendo incubo che li opprimeva, Benedetta e Pietro rimasero ai due lati del letto, senza trovare una parola.
Benedetta aveva allargato le braccia ed intrecciato convulsivamente le mani con un gemito sordo, nel bisogno di sfogare il suo dolore.
Poi, chinandosi, spiò il ritorno della vita su quel volto pallido, dagli occhi chiusi.
Infatti Dario respirava, ma di respiro lento appena sensibile.
Però un lieve rossore gli animò le guancie, ed egli aprì gli occhi.
Subito essa gli prese la mano e gliela strinse, come per mettervi tutta l'angoscia del suo cuore; e fu beata di sentire che egli le rendeva debolmente la stretta.
- Di' su, Dario, mi vedi, mi senti?... Che è mai successo, Dio mio!...
Ma lui, senza rispondere, si preoccupava della presenza di Pietro. Quando lo ebbe ravvisato però parve adattarvisi, assicurandosi con sguardo inquieto, che non vi era nessun altro in camera. E, finalmente, mormorò:
- Nessuno ha veduto, nessuno sa?
- No, no, rassicurati. Abbiamo potuto portarti su con Vittorina, senza incontrare anima viva. La zia è uscita, lo zio è chiuso in camera.
Allora egli sembrò sollevato, e sorrise.
- Non voglio che alcuno lo sappia, è una tale corbelleria!...
- Ma che è mai successo, Dio mio! - chiese lei di nuovo.
- Ah! non lo so, non lo so...
Chiudeva le palpebre in atto di stanchezza, procurando di sfuggire alla domanda. Ma dovette fare la riflessione che valeva meglio dir subito una parte della verità.
- E' stato un uomo, nascosto nell'ombra del portico, che m'aspettava, probabilmente. E, quando sono venuto, mi deve aver cacciato il suo coltello, qui, nella spalla.
Fremente, ella si chinò di nuovo, fissandolo negli occhi, domandando:
- Ma chi, chi era dunque colui?
E siccome egli balbettava, con voce sempre più stanca che non lo sapeva, che l'uomo si era dileguato nelle tenebre senza che egli potesse ravvisarlo, ella diede un grido terribile!
- E' Prada, è Prada: dillo, oh! dillo, poichè io lo so.
Vaneggiava.
- Lo so, capisci! Io non ho voluto essere sua, ed egli ora non ci concede di essere felici insieme, e ti ucciderà il giorno in cui io sarò libera di darmi a te. Ah! lo conosco bene - non potrò più esser felice. E' Prada, è Prada!
Ma un'improvvisa energia animò il ferito, che protestò lealmente:
- No, no! Non è Prada, e neppure un uomo mandato da lui... Questo, te lo giuro. Non ho ravvisato l'uomo, ma non è Prada, no, no!
L'accento di Dario era improntato alla più grande lealtà e Benedetta fu convinta. D'altronde lo spavento la riprese perchè sentì la mano che teneva fra le sue allentarsi, ridiventare inerte e madida come se si agghiacciasse. Infatti, rifinito dallo sforzo, Dario era ricaduto sul letto, con la faccia bianca, gli occhi chiusi, svenuto di nuovo e sembrava che morisse.
Smarrita, essa lo toccò con le mani tremanti.
- Signor abate, guardate un po', guardate... Ma egli muore! egli muore! Ecco che è già freddo... Ah! mio Dio! muore!
Pietro, che essa sgomentava con le sue grida, si sforzò di rassicurarla.
- Ha parlato troppo, è svenuto come poco fa. Vi assicuro che sento il battito del cuore, qui! Ponetevi la mano... Ve ne scongiuro, non vi disperate, per ora, verrà il medico e tutto andrà bene.
Ma ella non gli badava, ed egli fu testimonio di una scena straordinaria che lo colmò di sorpresa.
All'improvviso, Benedetta si era gettata sul corpo dell'adorato e lo chiudeva in stretta frenetica, lo bagnava di lagrime, lo copriva di baci, balbettando delle parole di fuoco.
- Ah! se ti dovessi perdere, se ti dovessi perdere!... E dire che non ho voluto esser tua, che ho avuto la stoltezza di rifiutarmi, quando potevamo ancora conoscere la felicità... Era un'idea che mi era venuta per la Madonna, l'idea che la verginità le piace, e che bisogna serbarsi vergini pel marito, se si vuole che essa benedica il matrimonio. Che poteva mai importare alla Vergine che fossimo felici subito? Ecco, vedi, se ella mi avesse ingannata, se io ti perdessi prima che fossimo stati l'uno dell'altra, ebbene, io non avrei che un rimpianto: quello di non essermi dannata con te! Oh! sì, sì, meglio la dannazione che il non esserci amati con tutto il sangue nostro, con tutti i nostri baci!
Era questa la donna così calma, così ragionevole che pazientava per sistemare meglio la propria felicità?
Pietro, atterrito, non la ravvisava più. Fino allora l'aveva veduta così piena di riserbo, d'una castità così spontanea, di cui l'incanto quasi fanciullesco pareva spirasse dalla sua natura stessa! Ed ecco che, sotto l'impero della minaccia e dello spavento, il terribile sangue dei Boccanera si era ridestato in lei, tutt'un atavismo di violenza, d'orgoglio, di appetiti furiosi, esulcerato e scatenato. Essa esigeva la sua parte di vita, la sua parte d'amore. E gridava, invocava, protestava, come se la morte, col prenderle l'amante, le strappasse a brani le carni.
- Ve ne scongiuro, signora - ripeteva il prete - calmatevi... Egli vive, il suo cuore batte. Vi fate un male orribile.
Ma ella voleva morire con lui.
- Ah! diletto, diletto mio, se te ne vai, portami via, portami via con te... Mi adagierò sul tuo cuore, ti stringerò così forte fra le mie braccia che si intreccieranno con le tue, e bisognerà pure che ci seppelliscano assieme... Sì, così saremo morti eppur sposi. Ti ho promesso di essere tua soltanto e davvero sarò tua, nonostante ogni ostacolo, tua sotterra, se così vuole il destino... Ah! diletto mio, apri gli occhi, apri la bocca, dammi un bacio, se non vuoi che muoia anch'io quando sarai morto.
Nella camera tetra, dalle vecchie mura sopite, passava tutt'una vampa di passione selvaggia, di fuoco e di sangue. Ma il pianto vinse Benedetta, lunghi singulti la scossero e la gettarono, affranta ed accasciata, sull'orlo del letto.
Per buona ventura, il medico appariva, scortato da Vittorina, per porre un termine a quella scena terribile.
Il dottore Giordano, che oltrepassava i sessanta, era un vecchietto dalla bianca testa ricciuta, dalla faccia fresca e sbarbificata, di cui tutta la persona paterna aveva assunto, in mezzo alla sua clientela ecclesiastica, un fare da prelato cortese.
Era un ottimo uomo, che curava i poveri senza mercede, a quanto si riferiva, e mostrava, nei casi delicati, un riserbo ed una prudenza ecclesiastica. Da trent'anni, tutti i Boccanera, donne, fanciulli, e persino l'eminentissimo cardinale, non avevano altro medico che lui.
Il dottor Giordano, aiutato da Pietro, mentre Vittorina faceva lume, spogliò anzitutto Dario che lo spasimo destò dal suo svenimento, esaminò la ferita e dichiarò subito, col suo piglio sorridente, che non era pericolosa. Una cosa da nulla, tutt'al più tre settimane di letto e nessuna possibilità di complicazione.
E, come tutti i medici di Roma, da dilettante che ammirava le coltellate audaci che curava giornalmente nei clienti d'occasione che aveva nel popolino, studiò con compiacenza la piaga, ammirandola da conoscitore esperto e trovando probabilmente che era un lavoro da maestro. Finalmente disse piano al principe:
- Questo, noi lo chiamiamo un avvertimento... L'uomo non ha voluto uccidere, ha dato il colpo dall'alto in basso, in modo da scivolare nelle carni, senza nemmeno interessare l'osso... Ah! bisogna esser destri di mano; è ben assestato, quel colpo.
- Sì, sì - mormorò Dario - mi ha risparmiato, poteva passarmi fuor fuori.
Benedetta non udiva. Dacchè il medico aveva affermato che il caso non offriva gravità alcuna, spiegando come la debolezza e lo svenimento provenissero solo dalla forte scossa nervosa, ella si era abbandonata sopra una seggiola, in uno stato di prostrazione assoluta.
Era la reazione della debolezza femminile dopo l'atroce crisi di dolore.
Delle lagrime dolci e lente le piovevano dagli occhi e, rialzandosi, venne ad abbracciare Dario. con muta ed ardente effusione di gioia.
- Dite un po', caro dottore - riprese questi - è inutile che la gente sappia questo caso. E' tanto ridicolo... Nessuno mi ha veduto, a quanto pare, eccettuatone il signor abate, a cui raccomando di non farne parola... E sopratutto, non è vero? non conviene sgomentare il cardinale, nè la zia, nè alcuno, insomma, degli amici di casa.
Il dottor Giordano sorrise benevolmente.
- Va bene, va bene... capisco... Per la gente diremo che siete caduto per le scale, e vi siete slogata una spalla. Ed ora, che siete medicato, procurate di dormire con poca febbre. Tornerò domani.
Allora scorsero beatamente dei giorni di pace profonda, una nuova vita si iniziò per Pietro.
Egli rimase i primi giorni senza uscire dal vecchio palazzo sonnecchioso, leggendo, scrivendo, non avendo dal mezzodì all'ora del crepuscolo, altro svago che quello di recarsi nella camera di Dario dov'era certo di trovare Benedetta.
Dopo quarantott'ore di febbre piuttosto forte, la guarigione del principe si era regolarmente avviata: e le cose andavano benissimo, tutti avevano creduta la storia della spalla slogata, a segno che il cardinale costrinse la rigida parsimonia di donna Serafina ad una concessione, ordinando che si accendesse una seconda lampada sul ripiano, per evitare il ripetersi di una disgrazia simile.
Nella pace monotona in cui la casa era ricaduta non vi fu che un'ultima commozione, o meglio una minaccia di torbidi, a cui Pietro prese parte, una sera che indugiava presso il convalescente.
Benedetta si era assentata da alcuni minuti, quando Vittorina, che aveva recato un brodo, disse pianissimo al principe, nel riprendere la tazza:
- Signore, c'è una ragazza, sapete, la Pierina, che viene tutti i giorni piangendo a chiedere vostre nuove... Non posso mandarla via: gironza qua attorno; mi è parso meglio di avvertirvi.
Pietro aveva udito senza volerlo, e con improvvisa certezza, intese tutta la storia. Dario, che lo guardava, lesse nel suo pensiero. Quindi, senza rispondere a Vittorina:
- Ma sicuro, abate, è stato quella bestia di Tito!... Guardate mò, che corbelleria!
Ma, sebbene protestasse in tal modo di non aver fatto nulla da meritarsi dal fratello quell'avviso di non toccar la sorella, sorrideva confuso, molto seccato e persino un po' vergognoso di una storia simile.
E fu evidentemente sollevato quando il prete gli promise di parlare colla fanciulla, ove fosse tornata, e di farle capire che doveva ritornare a casa propria.
- Una sciocca avventura, in verità! ? ripeteva il principe, esagerando il suo sdegno, come per canzonare sè stesso. ? Sembra proprio un caso del secolo scorso.
All'improvviso si tacque: Benedetta tornava a sedere presso il suo caro infermo.
E la dolce veglia si protrasse nella vecchia camera silenziosa del vecchio palazzo morto, dove non sorgeva il menomo suono.
Quando Pietro uscì di nuovo, non si arrischiò che nel quartiere, per prendere un po' d'aria.
Quella via Giulia lo interessava; conosceva il suo antico splendore, ai tempi di Giulio secondo, che ne aveva fatto eseguire il rettifilo e sognava di vederla fiancheggiata da sfarzosi palazzi.
Durante il carnevale vi si facevano delle corse, si partiva a piedi od a cavallo dal palazzo Farnese per andare fino alla piazza di San Pietro.
E Pietro aveva letto per l'appunto che l'ambasciatore del re di Francia, d'Estée, marchese di Couré, che abitava il palazzo Sacchetti, vi aveva splendidamente festeggiato nel 1630 la nascita del Delfino, col darvi tre grandi corse, dal Ponte Sisto a San Giovanni dei Fiorentini, con straordinario sfoggio e pompa, la via sparsa di fiori, tutte le finestre addobbate dai più ricchi parati.
La seconda sera si fece un fuoco d'artifizio sul Tevere: era un convegno che rappresentava la nuova Argo che porta Giasone alla conquista del Vello d'Oro. Un'altra volta la fontana dei Farnese, il Mascherone, diede del vino invece che acqua.
Come erano lontani quei tempi e diversi, e che vita di solitudine e di silenzio era ormai quella di via Giulia, nella lenta maestà del suo abbandono, larga e dritta, soleggiata o tenebrosa in mezzo al suo rione deserto.
Fin dalle nove il sole l'infilava, imbiancando il selciato a piccole lastre, piano e senza marciapiede; mentre ai due lati che passavano alternativamente dalla viva luce all'ombra fosca, i palazzi antichi, le goffe e vecchie case dormivano, con le porte antiche rinforzate da lastre di ferro e da chiodi, colle finestre protette da grosse inferriate, con dei piani interi a persiane chiuse e come inchiodate per negare il varco alla luce.
Quando qualche porta restava aperta, si scorgevano degli atrii profondi, dei cortili interni, umidi e freddi, fiancheggiati da piante fosche e cinti come chiostri, da una fila di portici.
Poi nelle dipendenze, nelle casupole, poste specialmente dalla parte delle viuzze che scendevano al Tevere, si erano stabiliti dei piccoli industriali silenziosi, un fornaio, un sarto, un legatore di libri, degli umili venditori, fruttivendoli con quattro pomodori e quattro foglie di insalata sopra una tavola, mercanti di vino, che annunziavano i vini di Frascati e di Genzano, e nelle cui bettole i bevitori sembravano morti. La prigione che sorge attualmente verso la metà della via, col suo orrendo muro giallo, non è fatta neppure essa per rallegrarla.
Tutto un volo di fili telegrafici segnava, da un capo all'altro, quel lungo anelito da colombario, dove non passava quasi nessuno, ed il selciato andava in polvere, dalle arcate del palazzo Farnese alla lontana prospettiva che mostra, al di là del fiume, gli alberi dell'ospedale di Santo Spirito.
Ma era sopratutto alla sera, appena calava l'ombra, che Pietro si sentiva invaso dalla desolazione in quella specie di orrore che la via assumeva.
Non un'anima, l'abbandono assoluto. Non un lume alle finestre: null'altro che la doppia fila di fanali molto radi, simili a riverberi di lucignoli notturni, offuscati dalle tenebre.
Tutte le porte asserragliate, barricate, da cui non usciva un suono, un respiro. Solo, di quando, in quando, una bettola chiara, dei vetri appannati, dietro cui ardeva una lampada, immobile in un silenzio sordo, senza uno scoppio di voci, senza una risata.
E di vivo non si vedeva in quel borgo che le due sentinelle della prigione, l'una davanti alla porta, l'altra all'angolo del vicolo di destra, entrambe in piedi, impalate nella via morta.
Tutto il rione lo interessava vivamente del resto; quel rione altre volte splendido, che, caduto nell'oblìo, restato all'infuori della vita moderna, spirava oramai un tanfo di chiuso, il tepido e misterioso odore ecclesiastico. Dalla parte di San Giovanni dei Fiorentini, nel punto dove il nuovo Corso Vittorio Emanuele era venuto a sventrare le vie antiche, era grande il contrasto tra le immense case a cinque piani, scolpite, splendide, appena finite, e le case squallide, cascanti e buie dei vicoli vicini.
Di sera, i lampioni elettrici splendevano in bianchezza abbagliante, mentre i pochi fanali di gaz della via Giulia e delle altre vicine, non erano che lucignoli fumosi al loro confronto.
Quelle erano antiche strade celebri, la via dei Banchi Vecchi, la via del Pellegrino, la via di Monserrato, poi un'infinità di altre vie traversali che le dividevano, le mettevano in comunicazione, tutte dirette verso il Tevere, e così anguste che le carrozze stentavano a passarvi. Ed ognuna di esse aveva la propria chiesa, una serie di chiese quasi uguali, ricche di fregi, di dorature e di pitture, aperte solo nell'ora delle cerimonie religiose e piene, allora, di sole e d'incenso.
In via Giulia, dopo San Giovanni de' Fiorentini, San Biagio della Pagnotta, Sant'Eligio degli Orefici, si trovava in fondo, dietro il palazzo Farnese, la chiesa dei Morti, dove egli amava di andare a sognare di quella Roma selvaggia, dei penitenti che assistevano l'uffiziante in quella chiesa ed avevano l'assunto di andare a raccogliere nella campagna i cadaveri che venivano loro segnalati.
Una sera assistette alle esequie di una salma ignota rimasta priva di sepoltura per quindici giorni, e scoperta in un campo alla destra della via Appia.
Ma la passeggiata prediletta di Pietro divenne poi il nuovo Lungotevere, rimpetto all'altra facciata del palazzo Boccanera.
Bastava che scendesse il vicolo, per sboccare in un luogo di solitudine, dove ogni cosa gli suggeriva delle riflessioni e dei pensieri infiniti.
Lo scalo non era finito ed anzi i lavori ne sembravano affatto abbandonati. Quel punto era quindi un immenso cantiere, ingombro di pietre da costruzioni, di calcinacci, diviso da steccati rotti e sparso di capannoni, dal tetto sfondato, dove si riponevano una volta gli attrezzi. Il letto del fiume si rialzava sempre, mentre i continui scavi abbassavano il livello della città ai due lati. Quindi per metterla al riparo dalle inondazioni si erano imprigionate le acque in quelle gigantesche mura da fortezza.
E si erano dovute rialzare a tal punto le antiche sponde che la loggia del giardinetto dei Boccanera, con la sua doppia scalinata a cui altre volte si fermavano le barche, si trovava ora sotto l'argine, in pericolo di venir sepolta e di sparire quando si compiessero i lavori di fognatura.
Ma non s'era ancora spianato il suolo; la terra condotta colà rimaneva in mucchi come le carriuole l'avevano scaricata, e non vi erano che buche e frane, tra il materiale abbandonato. Solo dei marmocchi cenciosi venivano a giuocare fra quelle macerie in cui il palazzo si sprofondava, degli operai disoccupati vi dormivano al sole, delle donne stendevano il miserabile bucato sopra dei mucchi di sassi.
Eppure quel luogo era un asilo felice per Pietro, un asilo di pace sicura, d'onde scaturivano per lui delle fantasticherie inesauribili, quando vi si tratteneva per ore, guardando il fiume, le sponde e la città, rimpetto, ed ai due lati. Dalle otto in poi, il sole indorava quell'ampio spazio della sua luce bionda.
Quando Pietro guardava dal parapetto, scorgeva le lontane tettoie del Trastevere, che spiccavano in un grigio azzurrognolo, sfumato dalle nebbie, sullo splendido cielo.
A destra, il fiume faceva un gomito al di là dell'abside tonda di San Giovanni dei Fiorentini, i pioppi dell'ospitale di San Spirito mettevano sulla riva opposta la loro oscillante cortina di verzura, lasciando travedere all'orizzonte il chiaro profilo di Castel Sant'Angelo.
Ma quello che attraeva particolarmente il suo sguardo era la riva di contro, dove un lembo della antichissima Roma era rimasto intatto.
Dal ponte Sisto al ponte Sant'Angelo infatti, si trovava sulla destra quella parte degli argini rimasta in sospeso, di cui la costruzione doveva poi immurare completamente il fiume, in quelle terribili mura di fortezza alte e bianche.
Ed era veramente una sorpresa, una scena d'incanto, quell'evocazione meravigliosa delle età antiche, quella sponda su cui sorgeva tutt'una parte della vecchia città dei Papi.
Sulla via della Lungara si erano dipinte a nuovo le facciate uniformi; ma, qui, la parte posteriore delle case che scendeva fino all'acqua restava screpolata, fulva, chiazzata di ruggine, verniciata dalle estati cocenti, come bronzo antico. E che incredibile accatastamento! In fondo delle vôlte annerite in cui il fiume penetrava, con dei pali sorreggenti il muro, dei lembi di costruzione romana che scendevano a picco nell'acqua; poi delle scale ripide, logore, verdognole, che salivano dalla sponda, delle loggie sovrapposte, dei piani che mostravano le finestrine irregolari, aperte a casaccio, delle case che sorgevano sopra altre case, tutto questo alla rinfusa, con una stravagante bizzarria di loggie, di ringhiere di legno, di ponti buttati attraverso i cortili, di alberi che pareva crescessero sui tetti, di soffitte aggiunte e piantate qua e là fra le tegole color di rosa.
Dell'acqua di fogna scaturiva con gran rumore da una canna di sasso, logora e maculata.
In tutti i punti dove la sponda appariva fra le case era vestita di una vegetazione esuberante, delle gramigne, degli arboscelli, dei lunghi manti di edera che si allungavano in ricche pieghe.
E la miseria, il sudiciume sparivano sotto la gloria del sole, le vecchie facciate cadenti e torte diventavano mura d'oro, i bucati sciorinati alle finestre le addobbavano della porpora delle gonnelle e della neve abbagliante della biancheria.
E più su ancora, al disopra delle case, il Gianicolo sorgeva nello sfolgorìo dell'astro, col profilo elegante di Sant'Onofrio tra i pini e i cipressi.
Pietro si affacciava al parapetto del muraglione sopra il fiume, e vi rimaneva a lungo, col cuore oppresso dalla malinconia dei secoli spenti, guardando il lento corso del Tevere. Nessuna parola avrebbe potuto ridire la lassitudine infinita di quelle acque antiche, la loro tetra lentezza, in fondo a quella trincea babilonese in cui erano chiuse: delle mura smisurate di prigione, dritte, liscie, nude e ancora scialbe nella loro ineleganza moderna.
Il fiume giallo si indorava al sole, imarezzandosi di riverberi verdi ed azzurri, sotto il lieve fremito della sua corrente. Ma, appena entrava nell'ombra, appariva opaco, color di fango, di una vecchiaia così densa e così grave, che le case rimpetto non vi si rispecchiavano neppur più.
E che abbandono desolato, che fiume di silenzio e di solitudine! Se dopo le pioggie d'inverno si gonfiava ancora in flutto minaccioso, nei lunghi mesi di cielo sereno s'intorbidiva, attraversando Roma senza un suono, in triste fluire, come sdegnoso di ogni voce inutile.
Si poteva rimanere tutto il giorno chini a guardarlo, senza vedere una barca, una vela che lo animasse.
I pochi battelli, i due o tre vaporini venuti dal litorale, le tartane che portavano i vini di Sicilia, si fermavano tutti ai piedi dell'Aventino.
Al di là non v'era che il deserto delle acque morte in cui, tratto tratto, qualche pescatore immobile lasciava cadere la sua lenza.
Quello che Pietro vedeva sempre era, un po' a destra, al piede dell'antica riva, una specie di vecchio battello coperto, un'arca di Noè quasi imputridita, forse un lavatoio, dove però non scorgeva mai un'anima, e v'era anche, sopra una lingua di terra fangosa, un canotto in secco, sventrato, lamentevole nel suo simbolo di navigazione impassibile ed abbandonata. Ah! quella rovina di fiume, morto anch'esso quanto le rovine famose di cui era stanco di bagnare la polvere, da tanti secoli! E che evoluzione! quei secoli di storia che le acque bionde avevano rispecchiati, tante cose, tanti uomini di cui avevano preso la stanchezza e la nausea, a segno da esser diventate così tetre, così morte, così deserte nel loro desiderio di annientamento.
Fu in quel luogo che Pietro ravvisò un giorno la Pierina, ritta dietro una delle baracche di legno in cui si chiudevano una volta gli attrezzi; sporgeva il capo, guardando fisso, forse da ore, la finestra di Dario, all'angolo della viuzza e dello scalo.
Probabilmente sbigottita dalle parole con cui Vittorina l'aveva ricevuta, non si era più presentata al palazzo per domandare notizie; ma veniva in quel luogo e vi stava dei giorni interi, avendo saputo da qualche servitore dov'era la finestra, aspettando senza stancarsi una comparsa, un segno di vita e di salvezza, nella speranza che sola le faceva battere il cuore.
Il prete si accostò, profondamente commosso di vederla nascondersi con tanta umiltà, tutta tremante di adorazione, nella sua bellezza divina. Invece di rimproverarla, di scacciarla come gli si era imposto, egli si mostrò molto buono e molto allegro, le parlò dei suoi come se nulla fosse accaduto e combinò la cosa in modo da pronunciare il nome del principe e da farle sapere che fra una quindicina di giorni si alzerebbe.
Essa ebbe sulle prime un sobbalzo, fiera, diffidente e pronta a fuggire. Ma, quando ebbe compreso, delle lagrime le sgorgarono dagli occhi e, tutta racconsolata e felice, gli mandò un bacio colla mano, gridando: "grazie, grazie!" e scappando di corsa.
Egli non la rivide mai più.
E un'altra mattina, mentre Pietro andava a dir messa a Santa Brigida, sulla piazza Farnese, ebbe la sorpresa di incontrare Benedetta che così per tempo usciva di chiesa con una minuscola boccettina d'olio in mano,
Ma essa non mostrò alcun imbarazzo, spiegandogli come, ogni due o tre giorni, ella venisse a prendere dal sagrestano alcune goccie dell'olio che alimentava la lampada accesa davanti un'antica statua di legno della Madonna, in cui ella aveva la massima fiducia. Ella diceva di non aver fiducia che in quella, perchè non aveva mai ottenuto nulla quando s'era rivolta ad altre madonne, molto celebri per altro, delle Madonne di marmo, d'oro e d'argento.
Quindi una ardente devozione, tutta la devozione di cui ella era capace anzi, la infiammava per quell'immagine santa che non le rifiutava nulla. Ed ella diceva molto semplicemente come una cosa naturale ed indiscutibile, che erano quelle poche goccie di olio con cui strofinava, sera e mattina, la piaga di Dario, che gli procuravano una guarigione così rapida, così miracolosa.
Pietro, colpito ed afflitto da una religione così gretta in quella creatura mirabile per senno, devozione e grazia, non si permise neppure un sorriso.
Ogni sera, quando, tornando dalle sue passeggiate, veniva a passare un'ora nella camera di Dario, convalescente, Benedetta voleva che egli riferisse l'impiego della giornata per distrarre l'infermo; e quello che egli diceva, la sua sorpresa, la sua emozione, ed alle volte i suoi sdegni, assumevano un fascino melanconico nella quiete placida della camera. Ma specialmente quando si arrischiò di nuovo ad uscire dal rione e si prese di tenerezza pei giardini romani, dove entrava, appena ne aprivano le porte, per esser certo di non incontrare nessuno, egli riportava agli amici delle sensazioni entusiastiche, l'amore pieno di ammirazione che lo accendeva pei begli alberi, le acque zampillanti, gli spianati da cui si rivelavano orizzonti sublimi.
Non furono i più vasti di quei giardini che lo rapirono maggiormente.
A villa Borghese, il piccolo Bosco di Boulogne di Roma, v'erano delle boscaglie maestose, dei viali principeschi dove le carrozze venivano nel pomeriggio, prima della passeggiata obbligatoria al Corso; ma egli fu più colpito dal recinto riservato che si stende davanti a quella villa, sfolgorante per lusso di marmi, dove si vede oggi il più bel museo del mondo: un semplice tappeto d'erba fina, una larga vasca centrale, a cui sovrasta la nuda bianchezza d'una Venere e dei frammenti antichi, vasi, statue, colonne, sarcofaghi, disposti simmetricamente in un quadrato, e null'altro che quell'erba, deserta e suffusa di pace e malinconia.
Passò una mattina squisita anche al Pincio, e comprese l'incanto di quel lembo angusto di monte, coi suoi alberi rari e sempre verdi, la sua prospettiva mirabile su tutta Roma e San Pietro in distanza, nella luce così tenera, così limpida, spruzzata di sole.
Alla villa Albani, alla villa Pamphili ritrovò gli stupendi pini ombrelliferi, di una grazia orgogliosa nella loro altezza gigantesca, i roveri robusti, dalle membra nodose e torte, dal fosco fogliame.
Nella villa Pamphili in ispecie le quercie sommergevano i viali, in un crepuscolo soavissimo: dal laghetto coi suoi salici piangenti, i suoi canneti, spiravano dei sogni infiniti, e lo spianato mostrava un mosaico di gusto barocco, un disegno complicato di rosoni e d'arabeschi, colorito dalla diversità dei fiori e delle foglie.
Ma quello che lo colpi di più in quel giardino, il più eletto, il più vasto, il meglio tenuto di Roma, fu di vedere da un muricciuolo San Pietro sotto un aspetto nuovo e così impreveduto che ne portò via per sempre l'imagine simbolica.
Roma era completamente sparita e tra i fianchi del Monte Mario e d'un altro colle che celava la città, non si scorgeva che la cupola colossale di cui la mole sembrava poggiata su macigni sparsi, bianchi e fulvi.
Erano le case del Borgo, la catasta di edifizi del Vaticano e della Basilica di San Pietro che essa dominava ed annichiliva così, con la sua cupola smisurata, di un grigio turchiniccio nell'azzurro chiaro del cielo, mentre dietro, nelle lontananze, si sfumava una pallida prospettiva di campagna sconfinata.
Ma Pietro sentì ancor più l'anima delle cose in altri giardini meno sontuosi, di una grazia più raccolta. Ah! la villa Mattei, sul pendìo del Celio, col suo giardino e la sua terrazza, i suoi viali intimi che scendono, fiancheggiati di alloro e di lauri giganteschi, coi suoi bossi amari tagliati a pergola, i suoi aranci, le sue rose, le sue fontane! Vi passò delle ore divine, ne riportò la stessa impressione di incanto che sull'Aventino, nel visitare le tre chiese, che vi dormono tra il verde, sopratutto Santa Sabina, culla dei Domenicani, di cui il giardinetto, chiuso da tutti i lati, senza alcuna prospettiva, dorme in una pace tiepida e fragrante, sparso di aranci, fra cui si vede la pianta secolare di San Domenico, enorme e nodosa, ancora coperta di melarance mature.
Più là, accanto il Priorato di Malta, il giardino a picco sopra il Tevere si apriva invece sopra un orizzonte immenso: il corso del fiume, le facciate e le tettoie che si stringono lungo le due sponde, fino alla vetta lontana del Gianicolo.
D'altronde, si ritrovavano sempre in quei giardini romani gli stessi bossi foggiati in varie forme, gli eucalipti dal tronco bianco, dalle foglie pallide, lunghe come capigliature, i roveri tarchiati e foschi, i pini giganteschi, i cipressi neri, dei marmi biancheggianti tra ciuffi di rosa, delle fontane sussurranti sotto mantelli di edera.
E solo nella villa di papa Giulio, Pietro assaporò una gioia più dolcemente malinconica. quella villa dove il portico aperto in emiciclo sul giardino narra tutta la vita di un'epoca amabile e sensuale, colla sua decorazione dipinta, la sua pergola dorata ornata di fiori, tra cui passano dei voli sorridenti di Amorini.
E finalmente, la sera in cui tornò dalla Farnesina, disse che recava seco tutta l'anima morta della vecchia Roma; e non erano i dipinti fatti sui cartoni di Raffaello che lo avevano colpito; era piuttosto la graziosa sala in riva all'acqua, colla sua decorazione rosa, lilla ed azzurrina, di tinta delicata e sbiadita, un lavoro senza genio, ma così gentile, così romano; ed anche era il giardino abbandonato che scendeva fino al Tevere, e che il nuovo argine rinserrava ora, un giardino dolorosamente squallido, devastato, invaso dalle gramigne, come un cimitero, ma dove maturano sempre le frutta d'oro degli aranci e dei cedri.
Poi ebbe un'ultima emozione nella bella serata in cui visitò villa Medici. Là era in terra francese.
E che giardino meraviglioso anche quello coi suoi boschi, i suoi pini, i suoi viali maestosi e incantevoli! Che rifugio propizio alle meditazioni antiche quel bosco di roveri vecchissimo e freschissimo, dove il tramonto getta sul lucido bronzo delle foglie delle tremule faville d'oro rossiccio!
Bisogna salire una scala interminabile, e dall'alto, dove sorge un belvedere, si abbraccia Roma con uno sguardo solo, come se allargando le braccia si potesse afferrarla tutta. Dalla sala da pranzo della villa, ornata dei ritratti degli artisti che vi si sono succeduti, sopratutto dalla biblioteca, l'immensa sala dalla calma profonda, si vede quella prospettiva, ma ancor più vasta ed infinita, una prospettiva di ambizione smisurata di cui l'infinito dovrebbe innestare nel cuore dei giovani, chiusi là dentro, il fermo volere di possedere il mondo.
Lui che, giungendo, era ostile all'istituzione del premio di Roma, a quell'educazione tradizionale ed uniforme, pericolosa per l'originalità, rimase sedotto per un momento da quella pace tiepida, da quella limpida solitudine del giardino, da quell'orizzonte sublime in cui il genio sembrava battesse le ali.
Ah! che incanto, aver vent'anni, passarne tre in quella soavità infinita, in mezzo alle più belle opere umane, dirsi che si è troppo giovani per produrre e raccogliersi, studiare sè stessi, imparare a godere, a soffrire, ad amare!
Ma poi pensò che quella non era una sensazione di gioventù, che, per assaporare la divina voluttà di quella solitudine artistica, sotto il cielo azzurro, ci voleva l'età matura, l'aver già guadagnato delle battaglie, e risentire già la stanchezza delle opere compiute.
Parlò con gli alunni, osservò che, se le giovani anime propense al sogno ed alla contemplazione, come pure le mediocrità, si adattavano a quella vita claustrale nell'arte antica, ogni artista nato alla battaglia, ogni temperamento ricco di individualità, vi si struggeva d'impazienza, con gli occhi volti verso Parigi, consumato dalla smania di trovarsi nella fucina della produzione e della lotta.
E tutti quei giardini di cui Pietro parlava con fuoco alla sera, svegliavano in Dario e Benedetta il ricordo del giardino della Villa Montefiori, oggi saccheggiata e così verdeggiante un giorno, coi suoi aranci che erano i più belli di Roma, tutto un bosco di aranci secolari, in cui avevano imparato ad amarsi.
- Ah! mi ricordo ? diceva la contessina ? che nella stagione dei fiori, c'era un profumo che faceva venir meno, un profumo così acuto, così inebriante che una volta sono rimasta sull'erba senza potermi rialzare. Te ne rammenti? Mi hai preso fra le braccia, mi hai portata vicino alla fontana dove faceva tanto fresco.
Ella sedeva sulla sponda del letto, tenendo fra le sue le mani del convalescente, che si era messo a sorridere.
- Sì, sì, t'ho baciata sugli occhi e tu li hai riaperti finalmente... Ti mostravi meno crudele in quel tempo, mi permettevi di baciarti sugli occhi quanto desideravo... Ma eravamo bambini, e, se non lo fossimo stati, saremmo diventati marito e moglie subito, in quel giardino che mandava fragranze così acute e dove correvamo in piena libertà.
Essa approvava col capo, convinta che era stata la Madonna a proteggerli.
- E' vero, verissimo... E che felicità, ora che potremo appartenerci senza far piangere gli angeli!
Il discorso tornava sempre su quel punto, la causa per l'annullamento del matrimonio assumendo un aspetto sempre più propizio; e Pietro assisteva, ogni sera, alla loro felicità, e li udiva a discorrere della loro prossima unione, dei loro progetti, della loro gioia di innamorati, a cui si apriva il paradiso.
Donna Serafina, guidata ora da una mano onnipotente, spingeva le cose con energia, non passava giorno senza che venisse a recare qualche buona notizia.
Aveva fretta di finire quella storia, per l'onore e per la continuazione della stirpe, giacchè Dario non voleva sposare che sua cugina, e che quel matrimonio, d'altra parte, spiegherebbe e scuserebbe tutto, ponendo fine ad una posizione che si era fatta intollerabile. Lo scandalo, gli atroci pettegolezzi che mettevano in subbuglio la società nera e bianca, finivano per esasperarla, e tanto più sentiva la necessità di una vittoria, di fronte all'eventualità di un conclave, in cui desiderava che il nome del fratello splendesse di luce purissima e suprema.
Quella segreta ambizione della sua vita, quella speranza di vedere la sua razza dare un terzo papa alla Chiesa, non l'aveva mai accesa di tal febbre quasi ella avesse avuto bisogno di conforto nel suo freddo celibato, dacchè la sua unica gioia in questo mondo, l'avvocato Morano, l'abbandonava così duramente.
Sempre vestita di scuro, attiva e così sottile, così stretta di cintura, che a vederla di dietro la si sarebbe creduta una giovanetta, donna Serafina era l'anima nera del vecchio palazzo; e Pietro, che l'incontrava in ogni angolo, aggirandosi da governante provvida e vegliando gelosamente sul cardinale, la salutava in silenzio, preso ogni volta da un senso di gelo nel cuore nel vederla col viso così secco, solcato da larghe rughe, col naso imperioso della famiglia.
Ma essa gli rendeva appena il saluto, sempre sprezzante per quel pretucolo forestiero, che non accettava nella sua intimità che per compiacere monsignor Nani ed anche per far cosa grata al visconte Filiberto de la Choue che aveva condotto tanti pellegrinaggi a Roma. A poco a poco, nel vedere ogni sera la gioia ansiosa, l'impazienza di Dario e di Benedetta, Pietro finì coll'infervorarsi come loro, augurando una pronta soluzione.
La causa doveva essere nuovamente dibattuta dinanzi alla Congregazione del Concilio, di cui una prima decisione a favore del divorzio era stata annullata, l'avvocato avversario monsignor Palma avendo chiesto, secondo il suo diritto, un supplemento d'istruttoria.
D'altronde quella prima decisione, io cui non vi era che una voce di maggioranza, non avrebbe certamente ottenuta la ratifica del Santo Padre.
E si trattava insomma di conquistare dei voti fra i dieci cardinali, di cui la Congregazione si componeva, e di convincerli per ottenere la quasi unanimità: còmpito arduo, perchè il parentado di Benedetta, quello zio cardinale, che pareva dovesse facilitare la cosa, la rendeva più difficile, fra i complicati raggiri del Vaticano, i rivali che volevano annichilire in lui il papa possibile, coll'eternizzare lo scandalo.
Era quella conquista dei voti che donna Serafina andava a fare ogni giorno, diretta dal confessore, il padre Lorenzo, che visitava quotidianamente al Collegio germanico, l'ultimo rifugio che abbiano a Roma i gesuiti che non sono ormai più padroni del Gesù.
La speranza del successo stava specialmente nel fatto che Prada, stanco ed irritato, aveva formalmente dichiarato che non comparirebbe più. Non rispondeva nemmeno alle citazioni, tanto l'accusa d'impotenza gli sembrava odiosa e ridicola, dacchè Lisbeth, che era ufficialmente la sua amante, era incinta per opera sua agli occhi di tutta la città.
Egli taceva dunque, ostentando di non aver avuto moglie, sebbene la ferita del suo desiderio inappagato e dello schiaffo dato al suo orgoglio virile, sanguinasse ancora, ravvivata dai dubbi sulla sua paternità che la società nera continuava a diffondere.
Giacchè la parte avversaria spariva volontariamente, le speranze sempre più vive di Dario e dì Benedetta erano giustificate, quando ogni sera al suo ritorno donna Serafina annunziava che era quasi certa di aver acquistato un altro voto di cardinale.
Ma l'uomo temibile, l'uomo che li teneva tutti in angustie, era monsignore Palma, l'avvocato d'uffizio scelto dalla Congregazione per difendere il sacro vincolo matrimoniale.
Egli aveva dei diritti quasi illimitati, poteva chiedere altre proroghe, mandare in lungo la causa a suo beneplacito.
La sua prima conclusionale, in risposta a quella di Morano, era stata terribile, mettendo egli in dubbio lo stato di verginità, citando scientificamente dei casi in cui delle donne possedute offrivano le particolarità d'aspetto constatato dalle levatrici, reclamando inoltre l'esame minuzioso di due medici periti, e dichiarando infine che la prima condizione dell'atto essendo l'obbedienza della donna, la parte civile, anche se vergine, non aveva il diritto di chiedere l'annullamento di un matrimonio di cui solo i suoi rifiuti continui avevano impedito la consumazione.
E si riferiva che nella nuova conclusionale da lui preparata, egli si mostrerebbe anche più spietato, tanto la sua convinzione era assoluta. Di fronte a quella nobile energia, piena di verità e di logica, i cardinali, anche propensi, non ardirebbero, purtroppo, di consigliare al papa l'annullamento.
Quindi Benedetta si scoraggiava di nuovo quando donna Serafina, tornando da una visita a monsignor Nani, la calmò un pochino, dicendole che un amico comune si era assunto l'incarico di recarsi da monsignor Palma.
Ma certo la cosa costerebbe assai. Monsignor Palma, teologo espertissimo delle questioni canoniche e di una onestà intemerata, aveva avuto un gran dolore in vita sua: una nipote povera, di bellezza mirabile, per cui già attempato si era acceso di folle passione, vedendosi costretto, per evitare lo scandalo, di maritarla ad un farabutto che oggi la spogliava e la percuoteva.
Le apparenze restavano decorose; ma oggi appunto il prelato attraversava una crisi terribile, stanco di spogliarsi, non avendo più i denari necessari per ritirare il nipote da un mal passo, una partita al giuoco in cui era stato scoperto mentre barava.
E la trovata felice fu quella di salvare il giovane pagando i suoi debiti, e di ottenergli poi un posto, senza chiedere nulla allo zio, il quale una sera, dopo l'imbrunire, quasi si rendesse complice del fatto, venne piangendo a ringraziare donna Serafina della sua bontà.
Quella sera Pietro era con Dario, quando Benedetta entrò, ridendo e battendo le mani per la gioia.
- E' fatto, è fatto! Egli lascia in questo punto la zia a cui ha giurato una gratitudine eterna. Ed ora dovrà per forza mostrarsi arrendevole.
Dario, più diffidente, domandò:
- Ma gli si è fatta firmare qualche carta, s'è impegnato formalmente?
- Oh! no, come vuoi? Era una faccenda così delicata! Tutti assicurano che è un gran galantuomo.
Poi una nuova inquietudine le si insinuò nell'animo. Se, nonostante l'immenso servizio resogli, Palma rimanesse incorruttibile? Quella inquietudine li perseguitò d'allora in poi. E ricaddero nell'incertezza dell'attesa.
- Non t'ho ancora detto ? riprese la contessina dopo una pausa ? che mi sono decisa ad accettare la loro famosa visita. Questa mattina sono andata da due medici colla zia.
Sorrideva di nuovo, senza il menomo impaccio.
- E così? ? chiese lui, con la stessa pacatezza.
- E così, che vuoi! Hanno veduto che io non mentivo e hanno compilato in latino una specie di certificato. Era assolutamente necessario, a quanto pare, per permettere a monsignor Palma di disdirsi.
Poi, volta a Pietro:
- Ah! quel latino, signor abate... Avrei pur voluto sapere quello che ci stava scritto ed avevo pensato a voi, perchè mi faceste il favore di tradurlo. Ma la zia non ha voluto lasciarmi i documenti e li ha fatti unire subito agli altri atti.
Il prete, molto imbarazzato, si limitò a rispondere con un cenno del capo, poichè egli non ignorava che cosa contenesse quel certificato: una descrizione chiara e completa, in termini precisi, con tutti i particolari di condizioni, colore e forma. Dario e Benedetta non ne facevano una questione di pudore, talmente quell'esame era per loro un fatto naturale ed anzi propizio, poichè la felicità di tutta la loro vita doveva derivarne.
- Basta ? concluse Benedetta ? speriamo che monsignor Palma sarà riconoscente, e frattanto, Dario mio, guarisci presto pel lieto giorno, tanto sospirato, della nostra felicità.
Ma Dario avendo commesso l'imprudenza di alzarsi troppo presto, la ferita si riaprì, il che lo costrinse a trattenersi ancora qualche giorno a letto. Ed ogni sera Pietro continuò a distrarlo riferendogli le sue passeggiate.
Ormai si era fatto coraggioso, correva tutta Roma, scoprendo, con beatitudine, le curiosità classiche, segnate in tutte le guide.
Fu così che una sera parlò con tenerezza delle principali piazze della città, che aveva trovate volgari sulle prime, e che ora gli apparivano molto diverse, ognuna di esse avendo un'originalità profonda: la piazza del Popolo, così soleggiata, così maestosa nella sua maestà monumentale; la piazza di Spagna, l'animato punto di ritrovo dei forestieri, colla sua doppia scala di centotrentadue gradini, indorata dai soli estivi, così elegante nella sua ampiezza gigantesca; la piazza Colonna, vasta, sempre brulicante di gente, la più italiana d'aspetto, per quella ressa indolente, rasserenata da perenne illusione, che se ne sta oziando, sotto la colonna di Marco Aurelio, ad aspettare che le piova la fortuna dal cielo; la piazza Navona, lunga, regolare, deserta, ora che non vi si tiene più il mercato, suffusa dal malinconico ricordo dell'antica sua vita gaia e chiassosa; la piazza del Campo dei Fiori, invasa, ogni mattina, dal tramestìo del mercato di fiori e della verdura, tutt'una piantagione di ombrelli immensi, delle piramidi di pomidoro, di pimento di uva, in mezzo alla stridula baraonda delle rivendugliole e delle massaie.
La sua grande sorpresa fu la piazza del Campidoglio, che destava in lui l'idea di una vetta, di un luogo scoperto sovrastante alla città ed al mondo, e che trovò invece piccola, quadrata, chiusa fra tre palazzi ed aperta da un lato solo sopra uno stretto orizzonte, limitato da alcune tettoie.
Nessuno passa da quella parte; vi si sale da una gradinata, lungo cui sorge qualche palma, ed i forestieri soli fanno un giro per arrivare in carrozza.
Le carrozze aspettano, i viaggiatori si fermano un momento, col naso per aria verso il mirabile bronzo, il Marco Aurelio a cavallo, posto al centro.
Verso le quattro, quando il sole indora il palazzo di sinistra, facendo spiccare sul cielo azzurro le statue eleganti del cornicione, sembra una tepida e silenziosa piazza di provincia, in cui le donne del vicinato fanno la calza, sedute sotto il portico ed i marmocchi in brandelli scorazzano, come scolaretti nel cortile della ricreazione.
Ed un'altra sera Pietro disse a Benedetta e Dario la sua ammirazione per le fontane di Roma, la città del mondo in cui le acque fluiscono più abbondantemente e più magnificamente nel marmo e nel bronzo: dalla navicella della piazza di Spagna, dal Tritone di piazza Barberini, dalle Tartarughe della piazzetta che ha preso il loro nome, fino alle tre fontane di piazza Navona dove trionfa, al centro, la maestosa composizione del Bernini e sopratutto fino alla colossale fontana di Trevi, di un gusto così fastoso, a cui sovrasta il re Nettuno, tra le alte figure della Salute e della Fecondità.
Ed un'altra sera tornò, felice, riferendo che si era finalmente reso conto dello strano effetto che gli facevano le vie di Roma antica, attorno al Campidoglio e lungo il Tevere, in tutti i punti dove delle bicocche si attaccano ai fianchi dei grandi palazzi principeschi; gli apparivano così strane perchè non avevano marciapiede, ed i pedoni camminavano in mezzo, senza fretta, fra le carrozze, senza avere mai l'idea di scivolare ai due lati, lungo le case. Amava quei vecchi rioni, quelle viuzze contorte, quelle piazzette irregolari, quegli immensi palazzi quadrati, che sparivano tra la folla delle casette che li sommergevano da tutte le parti.
Ed anche gli piaceva il rione dell'Esquilino, con le sue scale che salgono da ogni lato, selciate di grigio, con ogni gradino orlato di pietra bianca, i suoi pendii improvvisi, le terrazze a scaglioni, i seminari ed i conventi dalle finestre chiuse, come abitazioni morte, ed infine l'alto muraglione su cui un palmizio stupendo si erge nell'azzurro immacolato del cielo.
Ed un'altra sera, essendosi spinto più in là ancora, sin nella campagna, lungo il Tevere, dopo Ponte Molle, tornò entusiasmato per la rivelazione di un'arte classica non ancora gustata da lui.
Lungo le sponde del fiume aveva veduto dei paesaggi degni del Poussin: il fiume giallo e lento, tra rive vestite di giunchi, o scogliere basse, a frastagli, di cui la bianchezza calcarea spiccava sullo sfondo rossastro dell'immenso piano ondulato, chiuso all'orizzonte da colline azzurre, e su quel piano pochi alberi foschi, ed in alto le rovine di qualche porticato aperto sul vuoto, qualche fila obliqua di pecore scialbe che scendevano a bere, mentre il pastore le guardava, poggiato con una spalla al tronco di un rovere.
Bellezza affatto speciale, bionda ed infinita, e fatta di nulla, semplificata sino alla linea retta e piana, e nobilitata da illustri ricordi: sempre le legioni in cammino sulle vie selciate, attraverso alla campagna squallida e sempre il lungo sonno del Medio Evo, poi il risveglio della fede cattolica, risveglio che per la seconda volta aveva reso Roma la regina del mondo.
Un giorno che Pietro era andato a visitare il Campo Verano, il grande cimitero di Roma, trovò alla sera Celia con Benedetta presso al letto di Dario.
- Come, signor abate ? esclamò la principessina ? vi diverte l'andar a vedere i morti?
- Ah! quei francesi! ? riprese Dario, a cui dava noia la sola idea di un cimitero ? quei francesi! Si divertono ad amareggiarsi la vita colla loro smania degli spettacoli malinconici.
- Ma ? riprese Pietro dolcemente ? non si sfugge alla realtà della morte. Il meglio dunque è di guardarla in faccia.
Questa volta il principe andò in furia.
- La realtà, la realtà! A che scopo? Quando la realtà non è bella, non la guardo, io, e mi studio di non pensarci mai.
Il prete continuò ciononostante a dire, col suo fare pacato e sorridente, quello che lo aveva colpito, l'ordine perfetto del cimitero, l'aspetto fastoso che gli dava il limpido sole d'autunno, il lusso straordinario dei marmi, le statue di marmo profuse sulle tombe, le cappelle di marmo, i monumenti di marmo, tutto l'atavismo antico che influiva anche là, i sontuosi mausolei della via Appia che vi risorgevano in una pompa, in un orgoglio principesco della morte.
Specialmente sulle alture, dove la nobiltà romana aveva il suo quartiere aristocratico, vi era una catasta di veri templi, con delle figure colossali, delle scene a più personaggi, spesso di pessimo gusto, ma che dovevano costare dei milioni.
Ed aveva specialmente ammirato tra i cipressi e le betulle, la mirabile conservazione, la bianchezza immacolata dei marmi, che i solleoni estivi indoravano, senza una macchia di verde, senza quegli sfregi della pioggia che mettono tanta malinconia sulle statue delle terre settentrionali.
Commossa dal turbamento di Dario, Benedetta, che era rimasta silenziosa fin allora, si decise ad interrompere Pietro, dicendo a Celia:
- E così, la caccia è stata interessante?
Nel momento in cui il prete entrava, la principessina parlava d'una caccia alla volpe, a cui la madre l'aveva condotta.
- Oh! interessantissima, mia cara. L'appuntamento era per mezzogiorno alla tomba di Cecilia Metella, e avevano preparato i rinfreschi sotto una tenda. E non ti so dire che folla, la colonia straniera, i giovinotti delle ambasciate, degli ufficiali, senza contarci noi, naturalmente, tutti gli uomini in marsina rossa e le signore in amazzone. Si è dato il segnale al tocco ed abbiamo galoppato per più di due ore e mezza; cosicchè la volpe si è fatta pigliare lontan lontano. Non ho potuto seguire la caccia, ma ho visto ad ogni modo delle cose straordinarie; un gran muro che tutti hanno dovuto saltare, poi dei fossi, delle siepi, una corsa pazza dietro i cani. Vi sono state due disgrazie, oh! ma cose da nulla!... un giovane che ha riportato una contusione al petto, ed un altro che si è rotta una gamba.
Dario ascoltava con vivo interesse, perchè quelle caccie alla volpe erano il gran divertimento di Roma, pel piacere della cavalcata attraverso quella campagna, così piana eppur così irta d'ostacoli, la gioia di sventare le astuzie della volpe incalzata dai bracchi, i continui giri di questa, la sua improvvisa scomparsa, alle volte, ed infine la sua cattura, quando cade sfinita. Caccia, d'altronde, senza pericolo, fatta pel solo piacere di inseguire la bestia, superarla in velocità e vincerla.
- Ah! ? disse con disperazione ? che rabbia essere inchiodati così in camera! Finirò col morirvi di noia!
Benedetta si limitò a sorridere, senza un rimprovero, nè un pensiero di tristezza a quell'ingenuo grido di egoismo.
Lei che era così felice di averlo tutto per sè, in quella camera dove lo assisteva!
Ma il suo amore, così giovanile ed in pari tempo così savio, aveva qualcosa di materno, ed ella capiva perfettamente che Dario non si divertisse, privo com'era dei soliti svaghi, diviso dagli amici che aveva abbandonati pel timore che trovassero sospetta la storia della spalla slogata.
Nessuna festa più, nessuna sera di teatro, nessuna visita alle signore.
Ed era il Corso che gli mancava più di tutto: egli risentiva una sofferenza, un vero dolore di non vedere e di non sapere più nulla, guardando dalle quattro alle cinque la sfilata di tutta Roma. Quindi, appena capitava qualche intimo, erano delle domande interminabili, e se si era incontrato il tale, e se il tal altro era ricomparso, e come erano finiti gli amori di un terzo, e se qualche nuova avventura non metteva sossopra la città: storielle minime, grandi pettegolezzi d'un giorno, raggiri puerili d'un'ora, tutte le cose in cui aveva fin allora spesa la sua energia virile.
Celia, a cui piaceva di riferirgli dei pettegolezzi innocenti, riprese, dopo una pausa, fissandolo con gli occhi candidi, quegli occhi senza fondo di vergine enimmatica:
- Quanto ci vuole perchè una spalla slogata torni a posto?
Aveva dunque indovinata la verità quella bambina, di cui l'amore era l'unica preoccupazione?
Dario, impacciato, guardò Benedetta che continuava a sorridere placidamente. Ma la principessina passava già ad altro argomento:
- Ah! Dario, sapete, ho veduto ieri sul Corso una signora...
S'interruppe, sorpresa ella stessa e confusa di quella notizia che le era sfuggita di bocca. Poi proseguì con molto coraggio, da amica d'infanzia che è a parte dei piccoli segreti amorosi:
- Sì, una bella signora che conoscete bene... Ed aveva anche ieri... un mazzo di rose bianche.
Questa volta Benedetta rise di cuore, mentre Dario la guardava, ridendo anche lui. Nei primi giorni essa lo aveva canzonato perchè quella signora non mandava a chiedere di lui. Ma Dario, in fondo, era contento di quella rottura spontanea, perchè la relazione cominciava a dargli noia: e, sebbene un po' ferito nella sua vanità di bel giovane, era lieto di sapere che la Tonietta lo aveva già surrogato. Si limitò a dire:
- Ah! gli assenti hanno sempre torto.
- L'uomo amato non è mai assente ? affermò Celia col suo fare serio e puro.
Ma Benedetta si era alzata per riordinare i guanciali al convalescente.
- Va là, Dario, va là; tutte queste miserie sono passate; ti serberò io e non avrai che me da amare.
Egli la fissò con passione, baciandola sui capelli, perchè essa diceva il vero; egli non aveva mai amato altra donna che lei, ed essa non s'ingannava nella speranza di serbarselo sempre fedele, quando gli si fosse concessa.
Dacchè lo assisteva in fondo a quella camera, era felice di ritrovarlo fanciullo come lo aveva amato altre volte sotto gli aranci della villa Montefiori.
Più che mai era inetto a sopportare il dolore: nel suo egoismo gentile voleva che essa fosse allegra, che cantasse, che lo divertisse, sognando una vita di festa perpetua con lei.
Ah! che delizia, vivere sempre insieme, al sole, non far nulla e non curarsi di nulla, il mondo dovesse pur crollare in qualche punto, senza che essi si pigliassero la briga di andare a vedere.
- Quello che mi fa piacere ? riprese Dario d'improvviso ? gli è che il signor abate si è finalmente innamorato di Roma.
Pietro, che aveva ascoltato in silenzio, assentì cortesemente.
- E' vero.
- Ve lo dicevamo bene ? osservò Benedetta ? che ci voleva del tempo, molto tempo per comprendere ed amare Roma. Se voi non foste rimasto che una quindicina di giorni, avreste portato via un concetto deplorevole di noi, mentre ora, dopo due mesi interi, siamo sicuri che penserete sempre a noi con affetto.
Essa aveva una grazia infinita nel dir così, ed egli s'inchinò per la seconda volta.
Ma aveva già meditato sul fenomeno e gli pareva di averne trovata la soluzione.
Giungendo a Roma si porta seco una Roma propria, una Roma sognata e tanto sublimata dall'immaginazione, che la vera Roma è il più amaro dei disinganni.
Bisogna quindi abituarsi a lei, bisogna che la realtà mediocre si attenui, per dare il tempo all'immaginazione di lavorare di nuovo, di non vedere le cose odierne che attraverso allo splendore portentoso del passato.
Celia si era alzata per prendere congedo.
- Arrivederci, cara, fra poco si faranno le nozze, non è vero?... Per conto mio, voglio essere sposa prima della fine del mese, e voglio che lo si celebri con una gran veglia che costringerò mio padre a dare... Ah! che bellezza se si potessero fare i due matrimoni al medesimo tempo!
Fu due giorni dopo che Pietro, dopo una lunga passeggiata che fece al Trastevere, seguìta da una visita al palazzo Farnese, intese chiaramente la terribile e malinconica verità sul conto di Roma.
Più volte già aveva percorso il Trastevere, di cui la popolazione miseranda lo affascinava, nella sua dolente passione pei poveri e gli infelici. Ah! che cloaca di miseria e di ignominia!
Aveva veduto, a Parigi, dei sobborghi remoti che facevano raccapricciare, dei caseggiati spaventosi dove l'umanità imputridiva, ammucchiata nel lezzo.
Ma nulla si poteva paragonare a quel poltrire nella noncuranza e nel sudiciume.
Nelle giornate più serene di quella terra del sole, un'ombra umida agghiacciava le viuzze tortuose ed anguste, simili ad anditi di cantine: e si respirava sopratutto un lezzo atroce, un tanfo che prendeva alla gola, un misto di verdura inacidita, di olii rancidi, di branco umano nel suo sterco.
Erano antiche bicocche, irregolari, riunite in un'accozzaglia cara agli artisti romantici, con porte nere, sempre spalancate, che si sprofondavano sotto terra, scale esterne che conducevano ai piani superiori, ballatoi di legno che stavano in equilibrio, come per miracolo, sul vuoto; e facciate cadenti che si erano dovute puntellare con dei travi, e sordidi stambugi, di cui le lastre spezzate rivelavano il lurido sudiciume, e botteghe infime, la cucina all'aria libera di un popolo infingardo che accende il fuoco delle rosticcerie coi loro pezzi di polenta ed i loro pesci, nuotanti nell'olio fetido, dei rivenduglioli che mettevano in mostra delle verdure cotte, rape enormi, mazzi di sedano, cavoli, spinaci raffreddati e viscidi.
La carne dei beccai, mal tagliata, era nera; si vedevano dei colli di pollo, irti di grumi di sangue rappreso e che parevano strozzati.
Nelle botteghe dei fornai, i pani stavano ammucchiati sopra una tavola come tanti sassi rotondi; delle povere fruttivendole non offrivano che finocchi e pignuoli, sedute sulla porta inghirlandata di pomidori secchi, infilati a collana, mentre le sole botteghe attraenti erano quelle dei salumieri, coi loro salati ed i loro formaggi, di cui l'odore acre correggeva un po' l'esalazione infetta delle fogne.
I botteghini del lotto, dove erano esposti i numeri vincenti, si alternavano con le osterie; un'osteria ogni trenta passi, con l'avviso in lettere cubitali che vi si vendevano i vini scelti dei castelli romani, Marino, Frascati, Genzano.
Ed in tutto il rione, un brulichìo di gente, nera di sudiciume ed in brandelli; dei branchi di marmocchi seminudi, mangiati dagli insetti, delle donne in capelli, in gonnelle luride, che gesticolavano e gridavano; dei vecchi seduti sulle panche, immobili sotto lo sciame delle mosche che li divoravano; tutta una vita oziosa ed agitata, in mezzo al continuo andirivieni degli asinelli che tiravano le carrette, degli uomini che guidavano i tacchini con la frusta, di pochi forestieri irrequieti, a cui si avventavano subito degli stormi di accattoni.
I ciabattini si mettevano placidamente al lavoro sul marciapiede; all'uscio di un botteghino da sarto, pendeva una pentola, piena di terra, in cui fioriva una pianta grassa.
E da tutte le finestre, da tutti i ballatoi, sulle corde tese da una casa all'altra, pendevano i bucati delle massaie, uno sventolio di cenci senza nome, che erano come le bandiere simboliche dell'atroce miseria.
Pietro sentiva la sua anima fraterna tremare per immensa pietà.
Ah! Sì, certo! Bisognava atterrarli, quei centri di dolori e di peste, dove il popolo era rimasto per tanto tempo a poltrire, come in un carcere ammorbato!
Sì! Certo! Egli parteggiava pel risanamento, per la demolizione, salvo ad uccidere la Roma antica, con grande scandalo degli artisti.
Il Trastevere era già molto mutato, delle arterie nuove lo sventravano, dei fori, fatti a colpi di piccone, da cui penetravano larghi rivi di sole.
Quello che ne restava sembrava più nero, più miserando in mezzo a quelle case atterrate, a quei vani recenti, a quei vasti terreni dissodati, in cui non si erano potute erigere delle case nuove.
Quella città in costruzione lo interessava infinitamente. Più tardi, si finirebbe certo di rifabbricarla, ma che ora di emozione, quella in cui la vecchia città agonizzava nella nuova, in mezzo a tante difficoltà!
Bisognava aver conosciuta la Roma delle immondizie, sommersa sotto gli escrementi, le risciacquature ed i detriti di legumi.
Il Ghetto, recentemente atterrato, impregnava da secoli il terreno di un tal putridume umano che lo spazio dove sorgeva una volta, pieno di rialzi e di buche, esalava ancora una pestilenza ributtante.
Era opera savia lasciarlo, per un pezzo, asciugare e purificarsi al sole.
In tutti quei rioni, sulle sponde del Tevere, dove si sono iniziati degli importanti lavori d'edilizia, si vede ad ogni passo lo stesso spettacolo: si segue una viuzza angusta, fetida, d'una umidità glaciale tra facciate nere, coi tetti che quasi quasi si toccano, e si capita all'improvviso in un vano chiaro, una radura aperta a colpi d'accetta nella foresta delle secolari bicocche lebbrose.
Vi sono là delle piazze, dei larghi marciapiedi, dei grandi edifizi bianchi, arricchiti di sculture, il tutto allo stato di abbozzo, incompiuto, ingombro di rottami, chiuso da steccati.
Dappertutto delle imboccature di vie progettate, un cantiere colossale in cui la crisi finanziaria minaccia di eternizzare la città del domani, fermata nel suo sviluppo, rimasta in sospeso con le sue basi smisurate, erette con troppa furia e che stuonano col rimanente.
Ma ciò nonostante quello era un còmpito ottimo e salutare, di una necessità assoluta per una capitale moderna, a meno di lasciare la vecchia Roma imputridirsi sul posto, come una curiosità dei tempi antichi, un oggetto da museo che si tiene sotto una campana di vetro.
Quel giorno Pietro, recandosi in Trastevere al palazzo Farnese dove era aspettato, fece un giro, passando per via dei Pettinari, poi per via dei Giubbonari, la prima così tetra, così angusta fra il gran muro nero dell'ospedale e le meschine casupole che le stanno rimpetto, la seconda animata dal continuo viavai del torrente popolare, rallegrata dalle vetrine degli orefici con le grosse catene d'oro, dalle mostre dei mercanti di stoffe, dove sventolano degl'immensi teli turchini, gialli, verdi, rossi, di una vivacità smagliante.
E quel rione commerciale che attraversava, evocò nel suo pensiero il ricordo dei rioni nuovi che aveva visitati, la turba dolente dei lavoratori degenerati, travolti nello sciopero e nell'accattonaggio, accampati negli stupendi edifizii dei prati di Castello.
Ah! quel misero, quel triste popolo, ancora bambino, mantenuto in un'ignoranza, una credulità da selvaggi da lunghi secoli di teocrazia, e così abituato alla notte dell'intelligenza, ai patimenti del corpo, che oggi resta all'infuori del risveglio sociale, non chiedendo che di esser lasciato in pace a godersi il suo orgoglio, la sua pigrizia ed il suo bel sole!
Sembrava cieco e sordo nella sua decadenza, continuava la sua vita stagnante di una volta tra i rivolgimenti della nuova Roma, derivandone solo delle noie: i vecchi rioni, che erano la sua dimora, abbattuti; le abitudini mutate, il vitto più caro, e pareva che la luce, la mondezza e la felicità gli fossero in uggia, se doveva pagarli con una crisi operaia ed economica. Eppure era per quella misera gente laggiù che si risanava Roma, coll'intento di farne una grande capitale moderna, perchè la democrazia è giunta alla fine della sua evoluzione ed è il popolo che erediterà domani delle città, d'onde si sbandiranno il lezzo e le malattie, e la legge del lavoro si organizzerà alla fine, uccidendo la miseria.
Ed ecco perchè, se il primo nostro impulso è di maledire le rovine spolverate con sollecitudine borghese, il Colosseo liberato dalle sue edere e dai suoi spini, di tutta la sua flora selvatica che le giovani inglesi raccoglievano nell'erbario, se ci sdegniamo davanti alle orribili mura da fortezza che imprigionano il Tevere, rimpiangendo le antiche sponde così romantiche, colle loro erbe e le antiche case lambite dall'acqua, dobbiamo poi rallegrarcene convincendoci che la vita nasce dalla morte e che il domani deve rifiorire dalla polvere del passato.
Con questi pensieri nella mente, Pietro era giunto sulla piazza Farnese, deserta, severa, con le sue case chiuse e le sue due fontane, di cui l'una, in pieno sole, sgrana senza posa un getto di perle nel profondo silenzio e guardò per un momento la faccia disadorna e monumentale dell'immenso palazzo quadrato col suo portone su cui sventolava la bandiera tricolore, le tredici finestre della facciata, il famoso cornicione così mirabilmente scolpito.
Poi entrò.
Un amico di Narciso Habert, addetto all'ambasciata presso il re d'Italia, lo aspettava, avendogli offerto di fargli visitare l'immenso palazzo, il più bello di Roma, che la Francia ha preso in affitto per alloggiarvi il suo ambasciatore.
Ah! quella dimora colossale, sontuosa e mortalmente triste, con l'immenso cortile a portici, di una umidità fosca, la scala gigantesca dai gradini piani, gli anditi interminabili, le gallerie e le sale smisurate!
Era di una maestà pomposa nella morte: un freddo glaciale pioveva dalle mura, penetrando fino nelle ossa le formiche umane che vi si avventuravano.
L'addetto confessava, con un sorriso pieno di riserbo, che l'ambasciata moriva di tedio, arsa all'estate, gelata all'inverno.
La parte occupata dall'ambasciatore stesso, il primo piano che dava sul Tevere, era la sola un po' ridente ed animata; in quel punto si vedevano, dalle antiche gallerie, dei Carracci, il Gianicolo, i giardini Corsini, l'acqua Paola, al disopra di San Pietro in Montorio. Poi, dopo una vasta sala, veniva lo studio, suffuso di pace dolcissima, e rallegrato dal sole.
Ma la sala da pranzo, le camere da letto, le altre stanze occupate dal personale, restavano nell'ombra tetra di una via laterale.
Tutte quelle sale immense, alte sette od otto metri, hanno vôlte mirabilmente dipinte o scolpite, pareti nude, alcune ornate di affreschi, mobili eterocliti, mensole stupende, frammiste ad un'accozzaglia di roba moderna.
E la tristezza diventa atroce quando si penetra negli appartamenti di gala, nelle grandi sale di ricevimento che occupano la facciata sul piazzale. Non un mobile, non un addobbo, un vero disastro, le sale magnifiche abbandonate ai topi ed ai ragni.
L'ambasciata ne occupa una sola, dove accumula i suoi archivi polverosi, un po' su tavole di legno greggio, un po' in terra, in tutti gli angoli. L'enorme sala, alta diciotto metri, che occupa due piani, e che il proprietario, l'ex re di Napoli, si era riserbata, è un vero solaio, dove delle statue incompiute ed un bellissimo sarcofago spiccano tra un ingombro senza nome di rottami di ogni genere.
E questa non è che una parte del palazzo; il pian terreno è completamente vuoto, la nostra scuola di Roma occupa un angolo del secondo piano, mentre la nostra ambasciata si raccoglie freddolosamente nella parte più abitabile del primo, costretta ad abbandonare tutto il resto, chiudendo le porte a doppia mandata per risparmiarsi l'inutile briga di spazzare tutto quel deserto.
Certo è principesco abitare il palazzo Farnese, eretto dal papa Paolo terzo, ed occupato senza interruzioni per più di un secolo da cardinali; ma che crudele incomodità, che malinconia atroce in quell'immensa rovina, tre quarti dei cui ambienti sono morti, inutili, inabitabili, messi all'indice della vita!
E la sera, oh! la sera, l'atrio, la corte, la scala, gli anditi invasi da fitte tenebre, contro cui lottano invano gli scarsi becchi di gaz, l'interminabile viaggio attraverso a quel lugubre deserto di sasso, per giungere al tepido e ridente salotto dell'ambasciatore!
Pietro usci da quel luogo colpito, con un ronzìo nel cervello.
E tutti gli altri palazzi, gli illustri palazzi di Roma, veduti da lui durante le sue passeggiate, risorgevano nella sua fantasia, tutti decaduti dal loro splendore, privi della principesca lautezza d'una volta, ridotti ad immobili da speculazione.
Che farne di quelle gallerie, di quelle sale grandiose, oggi che nessuna ricchezza poteva bastare per condurvi la vita fastosa per cui erano stati costruiti, e neppure per pagare il personale necessario alla loro manutenzione?
Erano scarsi i principi i quali, come l'Aldobrandini colla sua numerosa prole, occupavano soli il proprio palazzo.
Quasi tutti appigionavano l'antica dimora avita a delle società, a dei privati, riserbandosene un piano e persino solo un alloggio nell'angolo più buio.
Affittato il palazzo Chigi, il primo piano all'ambasciata d'Austria, mentre il principe ed i suoi dividono il secondo piano con un cardinale; affittato il palazzo Sciarra, il primo piano al ministro degli esteri, il secondo ad un senatore, mentre il principe e sua madre occupano solo il pian terreno.
Affittato il palazzo Barberini, il piano terreno, il primo ed il secondo piano a privati, mentre il principe abita il terzo, altra volta destinato alla servitù.
Affittato il palazzo Borghese, il piano terreno ad un negoziante di antichità, il primo ad una Loggia massonica, il resto a delle famiglie, mentre il principe non ha serbato che le poche stanze di un appartamento borghese.
Affittati il palazzo Odescalchi ed il palazzo Colonna ed il palazzo Doria, mentre i principi vi conducono la vita limitata di buoni padroni di casa che ricavano dai loro immobili il maggior profitto possibile per cavarsela.
Un nembo di disastro spirava sul patriziato romano, le cui forti sostanze si erano dileguate nella crisi finanziaria, pochissimi erano ancora ricchi, e di che ricchezza! Una ricchezza immobile e morta che nè il commercio, nè l'industria, potevano ravvivare.
I molti che avevano tentato la via degli affari erano andati in rovina.
Gli altri, atterriti, colpiti da imposte gravose che li privavano della terza parte della loro sostanza, non potevano ormai far altro che vedere i loro milioni stagnanti, svanire inoperosi, sbocconcellarsi in divisioni, morire, come muore il denaro, come muore ogni cosa che non dia più frutto in una terra ricca di vita.
Non è che una questione di tempo, poichè la rovina definitiva è irrimediabile, segnata da un'ineluttabile fatalità storica.
E quelli che si rassegnavano ad affittare, lottavano ancora per la vita, procurando di adattarsi all'epoca presente, sforzandosi se non altro di popolare il deserto dei loro palazzi troppo vasti; mentre la morte aveva già preso gli altri, i caparbi ed i superbi, che si ostinavano nel sepolcro della loro stirpe, come quel terribile palazzo Boccanera, che cadeva in polvere, agghiacciato dall'ombra e dal silenzio, e dove non si udiva che, tratto tratto, il vecchio carrozzone del cardinale uscire o tornare, con sordo rullìo sull'erba del cortile.
Quel pensiero lo perseguitò come l'incubo della fine di un mondo.
Il popolo l'aveva veduto così miserabile, così ignorante e rassegnato nella lunga infanzia in cui lo serbavano la storia ed il clima, che ci volevano lunghi anni di educazione e di istruzione perchè costituisse una democrazia forte, sana, operosa, consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri.
L'aristocrazia finiva di spegnersi in fondo ai palazzi smantellati; non era più che una razza esaurita, imbastardita, così mista d'altronde di sangue americano, austriaco, polacco, spagnuolo, che il puro sangue romano diventava un'eccezione; tacendo che aveva cessato di seguire la carriera militare ed ecclesiastica, riluttante a servir l'Italia costituzionale, e disertando il Sacro Collegio, dove solo i risaliti vestivano la porpora. E fra gli infimi ed i potenti non sussisteva ancora un medio ceto stabilito su salde basi, forte di vita novella, tanto colto e tanto potente da farsi transitoriamente l'educatore della nazione.
La borghesia era ancora formata dagli antichi servitori, gli antichi clienti dei principi, i fattori che prendevano in affitto le loro terre, i ragionieri, notai ed avvocati che amministravano le loro sostanze: poi veniva la turba di impiegati e funzionari d'ogni grado e d'ogni ceto, deputati, senatori, che il Governo aveva condotti dalle provincie: e finalmente lo stormo di falchi rapaci calati su Roma, i Prada, gli uomini di preda venuti da tutto il regno, e di cui il becco e gli artigli divoravano tutti: e popolo ed aristocrazia.
Per chi dunque s'era lavorato?
Per chi i lavori giganteschi della nuova Roma, lavori iniziati con slancio così gigantesco di speranza e di orgoglio e che ora non si potevano compire?
Spirava un nembo di spavento, si udiva uno schianto del suolo che destava in tutti i cuori fraterni un'inquietudine lagrimevole. Era la minaccia della fine d'un mondo ? il popolo non ancora fatto, l'aristocrazia spenta, ed una borghesia rapace che si impinguava di preda fra le rovine.
E che simbolo formidabile, quei palazzi nuovi costruiti sul modello gigantesco dei palazzi vecchi; quei palazzi immensi, fastosi, sorgenti per le centinaia di mille anime, sperate invano; quei palazzi in cui dovevano fissare la loro sede le ricchezze esuberanti, il lusso trionfale della nuova capitale del mondo, e che erano divenuti invece i lamentevoli rifugi, deturpati e già vacillanti della abbietta miseria del popolo, di tutti i mendicanti ed i vagabondi!
Quella sera, a notte alta, Pietro andò a passare un'ora sul Lungo Tevere, davanti al palazzo Boccanera.
Vi trovava un raccoglimento, una solitudine straordinaria che lo rapivano, nonostante gli avvertimenti di Vittorina, la quale pretendeva che quello non fosse un luogo sicuro.
E, realmente, nelle notti oscure come quella, lo scenario era tragico come quello d'un antro di briganti.
Non un'anima, non una persona; il silenzio, l'ombra, il vuoto che si stendevano a destra, a sinistra, rimpetto.
Gli steccati che rinserravano da ogni dove l'immenso cantiere abbandonato chiudevano il varco persino ai cani.
All'angolo del palazzo, immerso fra le ombre, un becco di gas, che il rialzo del terreno aveva portato a livello del suolo, rischiarava il piano ineguale di un barlume obliquo; ed il materiale abbandonato, i mucchi di mattoni, le pietre da costruzione gettavano sul suolo delle grandi ombre indistinte. Pochi lumi ardevano sul ponte di San Giovanni dei Fiorentini ed alle finestre dell'ospedale di Santo Spirito. A sinistra, nell'infinito sprofondarsi della corrente del Tevere, i rioni lontani sparivano, sommersi.
Poi, rimpetto, era il Trastevere, le case della sponda, simili a pallide fantasime indistinte, coi pochi vetri rischiarati da uno scialbo barlume: mentre, più su, una lista d'ombra indicava solo il Gianicolo, dove i fanali di un viale, in cima, facevano scintillare un triangolo di stelle.
Era il Tevere che affascinava maggiormente Pietro in quelle ore notturne, di una maestà così melanconica.
Egli rimaneva per ore poggiato al parapetto di sasso, guardando a lungo il fiume, tra le nuove mura, che di notte assumevano il fosco e mostruoso aspetto di un carcere, costruito per un gigante.
Finchè i lumi splendevano nelle case rimpetto, egli vedeva le acque torbide passare, rischiarandosi lentamente di riflessi, dal cui sfavillìo assumevano una vita misteriosa.
E fantasticava senza tregua sul passato illustre di quel fiume; evocava la leggenda, la quale vuole che delle ricchezze favolose sieno sepolte nella melma del suo letto.
Correva voce che, ad ogni invasione di barbari, e specialmente all'epoca del sacco di Roma, vi si fossero gettati i tesori dei templi e dei palazzi, per sottrarli al saccheggio dei vincitori. Laggiù, quelle aste d'oro che oscillavano nell'acqua glauca, non erano forse il candeliere a sette braccia che Tito aveva portato da Gerusalemme?
E quei riverberi bianchi, incessantemente trasformati dalle onde, non erano candori di colonne e di statue? E quelle marezzature profonde, tutte sfavillanti di fiammelle, non erano una catasta, un'accozzaglia di metalli preziosi, di coppe, di vasi, di gioielli e di gemme?
Che sogno, quel pullulare intraveduto nel grembo del vecchio fiume, la vita ascosa di tanti tesori che dormivano là sotto da tanti secoli!
E che speranze per l'orgoglio e l'arricchimento del Papato, quali pesche miracolose si farebbero nel Tevere, se si potesse prosciugarlo un giorno e farvi degli scavi, come se n'era già formato il progetto!
Forse la fortuna di Roma era sotto quelle onde.
Ma in quella notte così fosca, Pietro non aveva che pensieri tristemente positivi.
Continuava le meditazioni suggeritegli, durante il giorno delle sue visite al Trastevere e al palazzo Farnese.
Davanti a quell'acqua morta, egli giungeva alla conclusione che l'aver scelto Roma per farne la capitale moderna, era la grande sventura di cui la giovine Italia soffriva.
Sapeva però che quella scelta s'imponeva come inevitabile, Roma essendo la regina di gloria, l'antica signora del mondo a cui era promessa l'immortalità, e, senza la quale, l'unità nazionale non poteva sembrare completa.
Cosicchè il dilemma si affacciava terribile, l'Italia non potendo sussistere senza Roma, e sembrando ormai difficile che con Roma ella durasse a sussistere.
Ah! quel fiume morto, che profonda voce di disastro assumeva nella notte! Non una barca, non un indizio dell'attività commerciale ed industriale delle acque che portano la vita nel cuore delle grandi città! Si erano fatti dei progetti stupendi: Roma porto di mare, dei lavori giganteschi, il letto del fiume scavato, perchè i grandi bastimenti potessero risalire fino all'Aventino ? ma quelle non erano che chimere, si riuscirebbe appena a togliere la melma della foce che era sempre otturata.
E l'altra fonte di agonia, la campagna romana, il deserto di morte che il fiume morto attraversava, e che metteva attorno a Roma una cintura di sterilità? Si parlava bensì di prosciugarla, di coltivarla; si discuteva invano per scoprire se era stata fertile sotto i romani, Roma restava ciononostante in mezzo al suo vasto cimitero come una città del passato, e quella landa in cui si è raccolta la polvere dei secoli, la divideva per sempre dal mondo moderno.
Le ragioni geografiche, che le avevano dato in altri tempi l'impero del mondo conosciuto, non sussistono più ai nostri giorni.
Il centro della civiltà si è spostato di nuovo, il bacino del Mediterraneo è stato ripartito fra nazioni potenti. Tutto mette capo a Milano, la città dell'industria e del commercio, mentre Roma ormai non è che un passaggio. Quindi, dopo venticinque anni, gli sforzi i più eroici non hanno potuto destarla dal sonno invincibile che continua a invaderla.
La capitale che si è voluta improvvisare troppo presto è arenata ed ha quasi mandato in rovina la nazione.
I nuovi venuti, il governo, la Camera, i funzionarii non vi abitano che provvisoriamente, fuggendo di là fin dai primi caldi, per evitarne il clima mortale: a tal segno che si chiudono alberghi e botteghe, e le vie e le passeggiate restano deserte, la città non avendo acquistato vita individuale e ricadendo nella morte, appena la vita fittizia che l'anima, si ritira da lei.
Tutto resta in sospeso quindi in quella capitale di pura rappresentanza, in cui la popolazione non cresce e non diminuisce, e dove ci vorrebbe un nuovo rifluire di uomini e di pecunia per compiere e popolare gli immensi fabbricati inutili dei nuovi quartieri.
Se è vero che il domani rifiorisce sempre dalla polvere del passato, bisognava sforzarsi a sperare, ma il suolo non era esaurito, e, se non vi prosperavano nemmeno più i monumenti, non voleva dire che la linfa vitale, che crea gli esseri sani e le nazioni forti, vi si era inaridita per sempre?
A poco a poco, come la notte si inoltrava, i lumi delle case del Trastevere rimpetto si spegnevano l'uno dopo l'altro.
E Pietro rimase ancora a lungo coll'anima invasa di sconforto a fissare quelle acque nere.
Nelle tenebre senza fondo, non rimanevano ormai che i tre fanali lontani, il triangolo di stelle, punteggianti l'ombra ancora più nera del Gianicolo.
Nessun riverbero faceva correre delle crespe d'oro sul Tevere, faceva oscillare, sotto il mistero della sua corrente, la visione chimerica di ricchezze favolose, e la leggenda del candelabro a sette braccia, dei vasi d'oro, dei gioielli d'oro si dileguava ? si dileguava tutto il sogno di un tesoro antico, caduto nell'ombra come la stessa gloria avita di Roma.
Non un barlume, non un suono, il sonno infinito, e a destra il lento e grave sussurrìo della grondaia che non si vedeva più. Anche le acque erano sparite, e Pietro non aveva che la sensazione di quella lenta fiumana di piombo fluente nelle tenebre, la vecchiaia grave, la stanchezza secolare, la tristezza immensa ed il desiderio di annichilimento di quel Tevere, antichissimo e gloriosissimo, che pareva travolgesse ora nelle sue acque la morte di un mondo.
Soltanto il cielo infinito, il cielo eternamente festoso, svolgeva la vita sfolgorante dei suoi miliardi di astri sopra quel fiume d'ombra che trascinava seco le rovine di quasi tremila anni.
E Pietro, essendo entrato per un momento nella camera di Dario, prima di risalire nella propria, vi trovò Vittorina che disponeva le cose per la notte, e che diede in esclamazioni quando seppe donde veniva.
- Come, signor abate, siete andato di nuovo a passeggiare lungo il Tevere a quest'ora! Avete dunque voglia di buscarvi qualche coltellata, anche voi?... Ah! non sono io certo che andrei a prendere il fresco in questa maledetta città!
Poi, volgendosi col solito piglio famigliare al principe, disteso in una poltrona, sorridendo, riprese:
- Quella giovane, sapete, la Pierina, non è venuta più, ma l'ho veduta gironzare laggiù, negli sterri.
Con un gesto, Dario le impose silenzio. Poi si volse al prete:
- Voi le avete parlato però; è una vera bestialità, che diamine! Vi figurate quell'animale di Tito che torna a piantarmi il suo coltello nell'altra spalla?
All'improvviso si tacque, vedendo Benedetta, la quale, entrata senza rumore per augurargli la buona notte, lo ascoltava. Rimase molto confuso; volle parlare, spiegarsi, protestare la sua assoluta innocenza in quell'avventura.
Ma essa, sorridendo, si limitò a dirgli con tenerezza:
- Dario mio, la sapevo la tua storia. Puoi pensare che non sono tanto sciocca, da non aver riflesso e compreso. Ho cessato d'interrogarti perchè sapevo tutto, e ti amavo ad ogni modo.
Era felicissima d'altronde, avendo saputo quella sera stessa che monsignor Palma, l'avvocato del matrimonio nella causa di divorzio, aveva mostrato la sua riconoscenza pel servizio reso al nipote, producendo un nuovo atto favorevole a Benedetta.
Naturalmente il prelato, desideroso di non disdirsi troppo, non si era dichiarato per lei: ma i certificati dei due medici gli avevano permesso di tenere per certo lo stato di verginità.
Indi, non insistendo più sul fatto che la non consumazione proveniva dalla resistenza della donna, aveva destramente raggruppate le ragioni che rendevano l'annullamento necessario; diceva che, essendo bandita ogni speranza di riavvicinamento, era cosa certa che gli sposi si trovavano in continuo pericolo di cadere nell'incontinenza. Faceva un'allusione discreta al marito, accennando come fosse stato già vinto dalla tentazione, poi inneggiava all'eccelsa moralità della donna, descrivendo la sua divozione, le sue virtù, le quali erano una garanzia di veracità.
E, senza pronunciarsi, si rimetteva alla saviezza della Congregazione. Ma, dal momento che monsignor Palma ripeteva all'incirca gli argomenti dell'avvocato Morano e che Prada si ostinava a non comparire, pareva sicuro che la Congregazione voterebbe l'annullamento con grande maggioranza di voti, il che permetterebbe al Santo Padre di mostrarsi benevolo.
- Ah! Dario mio, eccoci alla fine dei nostri affanni... Ma quanti denari, quanti denari! La zia dice che ci lasceranno appena l'acqua da bere!
Rideva con una noncuranza di amante appassionata.
Non che la giurisdizione della Congregazione fosse costosa, perchè per legge il giudizio era gratuito. Ma c'era un'infinità di piccole spese da pagare, tutti gli impiegati subalterni, le perizie mediche, le trascrizioni, le conclusionali, i pro-memoria. Poi, se i voti dei cardinali non si comperavano direttamente, alcuni di questi voti venivano però a costare somme ingenti, quando bisognava assicurarsi le creature, mettere in moto tutt'una combriccola attorno alle loro Eminenze. Tacendo che i forti regali in denaro sono, al Vaticano, quando si fanno con tatto, le ragioni decisive che troncano le peggiori difficoltà. E, finalmente, s'era speso una somma enorme pel nipote di monsignor Palma.
- Ora che sei guarito, Dario mio, che ci permettano di sposarci presto, non è vero? Non chiediamo altro... E si abbiano anche, se le vogliono, le mie perle, la sola sostanza che mi rimarrà.
Rideva anche lui, perchè i denari non avevano mai avuto peso nella sua vita. Non ne aveva mai posseduti quanti ne avrebbe desiderati: gli bastava di viver sempre collo zio cardinale, il quale certo non lascerebbe la giovine coppia sul lastrico.
Centomila, duecentomila lire non contavano niente per lui, nella loro rovina attuale, e gli si era detto che certi divorzii ne avevano costato cinquecentomila. Quindi si diede a scherzare.
- Si piglino anche il mio anello, si piglino ogni cosa, cara, e noi ce ne vivremo, beati, in fondo a questo vecchio palazzo, anche se dovremo venderne i mobili.
Rapita di gioia, Benedetta gli afferrò il capo fra le mani e gli baciò gli occhi avidamente, in uno slancio di passione irrefrenabile.
Poi, volgendosi ad un tratto verso Pietro:
- Oh! scusate, signor abate ho una commissione per voi. Monsignor Nani, che ci ha recato la buona notizia di cui vi parlavo ora, mi ha incaricata di dirvi che vi dissimulate troppo, che dovreste agire per la difesa del vostro libro.
Stupìto, il prete ascoltava.
- Ma se è lui che mi ha dato il consiglio di sparire.
- Certo... Ma, a quanto pare, è venuto ora il momento di andare a trovare la gente, di perorare la vostra causa, di agire infine. E per l'appunto gli è riuscito di sapere il nome del relatore che deve esaminare il vostro libro: è monsignor Fornaro, che sta in piazza Navona.
La stupefazione di Pietro cresceva. Non era assolutamente lecito rivelare il nome di un relatore, quel nome dovendo rimanere segreto per assicurargli l'assoluta libertà di giudizio. Era dunque una nuova fase del suo soggiorno a Roma che s'inaugurava per lui?
Si limitò a rispondere:
- Va bene, agirò, andrò a vedere tutte le persone influenti.
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FINE Parte 3.